Il video virale della banca. Manca cultura aziendale

Mentre scrivo, gli spietati meccanismi di Google mi restituiscono per la chiave di ricerca “Katia” come a tre giorni dall’evento almeno 3 suggerimenti di ricerca sui primi 5  riguardano la vicenda di Katia , direttrice di una filiale di Banca Intesa, e il video motivazionale ad uso interno per creare team-building, secondo la strategia di employer branding, girato con i suoi colleghi bancari. In altre parole, si tratta di strategie di marketing e comunicazione interna, dove il target è circoscritto all’interno del perimetro aziendale. Peccato che questa volta qualcosa non abbia funzionato.

Ossessione sicurezza. Preleveremo i bambini da scuola con Face-ID?

FaceID il riconoscimento facciale potrebbe placare la nostra ossessione per la sicurezza?
FaceID il riconoscimento facciale potrebbe placare la nostra ossessione per la sicurezza?

L’ossessione per la sicurezza al 100% porterà all’invasività delle macchine e alla umana inettitudine?

La sicurezza è un bisogno che per induzione o per autoconvincimento si sta radicando nella società e la tendenza

non si limita alla questione immigrazione. Tra gli “oggetti” che più fomentano l’ansia o la paranoia da sicurezza ci sono i bambini. Tra i luoghi più a rischio ci sono il web e la strada. Per i bambini, la strada, i parchi, insomma, l’aria aperta, sono luoghi spesso off-limits, se non con i dovuti controlli, secondo la percezione che le famiglie hanno attualmente della sicurezza.

Tra le situazioni che destano maggiore ansia c’è l’uscita dei bambini da scuola, in quanto c’è un passaggio di responsabilità dal personale scolastico ai genitori, o chi per loro è delegato per perfezionare l’operazione.

Il “Prelievo” (sì, si chiama così) dei bambini a scuola in maniera sicura è una questione inestricabile, come le elezioni online che, non a caso, in quanto hackerabili da una persona malintenzionata, si svolgono ancora con carta e matita. Inestricabile perché, in linea teorica, la sicurezza al 100% non può essere garantita, e tendere verso il 100% può risultare oltremodo oneroso.

Nei casi in cui i dirigenti scolastici hanno scelto la pedissequa applicazione di norme ordinarie e l’adozione di regole interne fortemente restrittive, ciò va a scontrarsi con la reale applicabilità di un simile regime di tutela, anche perché, stando alle leggi, esso dovrebbe estendersi fino ai 18 anni non compiuti, salvo espresso consenso dei genitori dalle scuole medie in poi.

Le strade sono due: quella dei miei tempi, quando a scuola andavo da solo e a piedi, e quella che pretende di tutelare l’operazione fino all’estremo di oggi, in maniera cervellotica, ma comunque insufficiente allo scopo. L’attenzione si concentra sulle persone delegate dai genitori a presentarsi all’uscita da scuola. Si obbligano le famiglie a presentare in originale i documenti di identità del delegato, con un modulo di domanda corredata con firma e numero di telefono. La scuola effettua una copia, utilizzata successivamente per controllare l’identità al prelievo del bambino confrontando il documento depositato con quello presentato dal delegato stesso. Nulla viene fatto però per identificare i genitori. Per loro gli insegnanti o il personale scolastico si basano sull’identificazione visiva della persona, anche nei primi giorni di scuola. Per di più l’operazione è effettuata in condizioni di ressa, con bambini che non vedono l’ora di correre fuori dai cancelli. Confrontare un documento di identità con la copia che si detiene in archivio non è un’operazione che si può effettuare in maniera massiva per decine o centinaia di scolari basandosi su copie cartacee da consultare una per una. Inoltre, non garantisce da falsificazioni di documenti. Andrebbe verificato anche in quali condizioni avviene il deposito dei documenti di identità. E’ plausibile infatti che l’operazione avvenga con file di genitori che sbuffano e mettono fretta all’impiegato di turno, occupato più che altro a verificare le carte di identità dei delegati ed effettuare fotocopie e riempire moduli, più che a verificare l’identità di chi si qualifica come genitore dell’alunno e che per una percentuale che tende al 100% dei casi lo è davvero. A me è personalmente capitato di presentare l’autorizzazione corredata con documenti di identità dei delegati, senza essere io stesso identificato, fatta salva l’apposizione della mia firma. Qualcuno avrebbe potuto apporre una firma e presentare al posto mio dei documenti. Per di più, nel caso concreto in cui ho delegato qualcuno a prelevare mio figlio all’uscita, previa mia annotazione sul diario, nessuno ha chiesto di visionare il documento di identità, né tanto meno le generalità, del delegato. Chiunque avrebbe potuto hackerare la mia decisione di delegare il prelievo del bambino in quel giorno specifico ed avrebbe potuto presentarsi all’uscita. Un classico caso di non applicazione di regole stringenti.

Nella remota ipotesi in cui un malintenzionato intenda rapire un bambino, non sono dunque questi metodi che possano garantire la sicurezza assoluta. Si tratterebbe di persone scaltre, che considerano i metodi di azione più impensabili, magari studiano anche il web e i social networks per ottenere informazioni utili per un potenziale rapimento. Si tratta di ipotesi remote, ma che qualcuno ha analizzato, in particolare Matteo Flora con il video su Youtube dal titolo “Come rapire Martina, 5 anni, ai giardinetti…”, https://www.youtube.com/watch?v=Yg1gWyY8fDw  dove è spiegato come, in linea teorica, Flora potrebbe rapire la figlia di un suo conoscente utilizzando le informazioni condivise dai genitori in rete: foto geolocalizzate, gusti della bambina in fatto di personaggi tv, orari, ed altro. Beh, anche i sistemi di sicurezza messi in campo dalle scuole sono di dominio pubblico e il nostro malintenzionato potrebbe mettere in campo una strategia basata  sulle ampie discussioni in rete, compreso questo articolo, sull’argomento e su strategie che sono state definite di “Social Engineering Frauds”, quelle che hanno consentito ad un hacker di farsi bonificare 500.000 Euro da un rappresentante di Confindustria presso l’Unione Europea, Gianfranco dell’Alba. Si tratta di strategie criminali che in realtà hanno a che fare più con la psicologia che con l’hacking informatico, in quanto eseguono la truffa ingannando, e manipolando le vittime per ottenere  informazioni o denaro, utilizzando semplici messaggi di posta elettronica o tramite siti di social networking, il telefono o persino incontri di persona, che servono a intessere una relazione personale tale da poter carpire la fiducia e sfruttare tutte le vulnerabilità identificate nelle procedure.

Nella realtà accade che i problemi all’uscita di scuola riguardano maggiormente disorganizzazione e dissidi interni alle famiglie, piuttosto che al classico maniaco sessuale di strada, per cui al massimo si può verificare che nessuno si presenti a scuola a prelevare il bambino, che le telefonate a genitori e delegati falliscano, con lo scenario di prassi che prevede l’intervento di polizia municipale o, udite udite, gli assistenti sociali. Inoltre si può supporre che la probabilità di un evento come quello classico nell’immaginario, cioè il rapimento, sia meno probabile rispetto ad atti di violenza, fisica ma soprattutto psicologica, perpetrati all’interno della cerchia del personale scolastico, o dei pari,  oppure danni derivanti da errori o negligenza nella applicazione delle regole. Regole stringenti appaiono più funzionali alla attribuzione delle responsabilità a questo o quel soggetto, piuttosto che alla prevenzione di eventi avversi. La sicurezza dunque è perfettamente prevista sulla carta, ma assente nei fatti.

Se si pretende che la sicurezza si avvicini in maniera significativa al 100% è inevitabile che ci si affidi alle macchine. Ed in uno scenario così, allo stesso tempo, cervellotico, perché burocratizzato, e irrazionale, forse è il male minore. Una delle ipotesi percorribili in un futuro non troppo lontano potrebbe essere quella della identificazione elettronica dei dati biometrici, in alternativa ai classici sistemi di identificazione oggi esistenti o possibili (tessere magnetiche, QRcode, etc.). Può sembrare una soluzione fantascientifica quella di leggere le impronte digitali, o meglio ancora, una mappa tridimensionale del viso o altre mappe biometriche di chi preleva i bambini a scuola prima che il bambino esca, ma dobbiamo considerare che il Touch-ID o il nuovo sistema Face-ID, basato su algoritmi di Machine Learning, introdotti per i pionieri acquirenti degli ultimi smartphone sul mercato, funzionano bene, sono veloci, hanno una percentuale elevatissima di esattezza del riconoscimento (si dice 1 errore su un milione), stanno sempre di più entrando nelle abitudini della popolazione di tutto il mondo, e fanno parte dell’equipaggiamento dell’ultimo IPhone X. Inoltre, tralasciando gli aspetti relativi alla privatezza dei dati, quando viene a rendersi disponibile una nuova tecnologia o una nuova possibilità prima non esistente, in genere c’è sempre qualcuno disposto ad utilizzarla, anche se socialmente inaccettabile. L’uscita da scuola dovrebbe avvenire, in quel caso, imponendo alla coppia genitore/bambino o delegato/bambino di passare fisicamente attraverso una sorta di tornello virtuale dove le due persone si trovano di fronte un automatismo dotato di un sistema, simile a Face-ID, che effettua una scansione del viso dell’adulto e del minore posti l’uno a fianco all’altro, e solo se tale scansione corrisponde ai dati precedentemente depositati in archivio la porta si apre. Aggiungiamo che, magari, la scansione potrebbe anche “studiare” le espressioni del viso per verificare eventuali stati d’animo che possano destare qualche sospetto.Dicevo, questa è la seconda delle due strade percorribili.

La prima strada è quella dei vecchi tempi, quando si accettava una fisiologica e minima dose di rischio, perché è così, fa parte della vita. Il paese è piccolo, tutti conoscono quel bambino che sta andando da solo a scuola. C’è fiducia. Fiducia innanzitutto nel proprio figlio, un bambino che vive già l’aria aperta e la strada. Conosce in linea di massima ciò che deve fare, cioè semplicemente camminare, compiere lo stesso percorso degli altri giorni, magari scegliere, come facevo io, di volta in volta, il percorso più veloce o più comodo. Con un’espressione forse un po’ in disuso, il bambino degli anni ’70 era in grado di “badare a sé stesso”. Accettare soluzioni alternative, come entrare nella macchina di uno sconosciuto, sarebbe al di fuori dell’ordinaria quotidianità e probabilmente non sarebbe accettato dal bambino.

In passato il concetto di sicurezza era interpretato in maniera totalmente diversa. Conosco persone nate negli anni ’70 che raccontano come durante la giornata a tempo pieno nella scuola di campagna, i bambini si recavano a casa della cuoca e la aiutavano a macellare il coniglio che avrebbero mangiato a pranzo e prima di rientrare in classe andavano al bar a comperare le caramelle al liquore. Il parroco, inoltre, durante le gite fuori porta, caricava tutti a bordo del pulmino e a qualche bambino, ovviamente senza cinture, faceva innestare le marce. Uno scenario, che attualmente avrebbe mobilitato autorità di vario tipo e configurato almeno qualche reato, in tema di minori e non.

E poi, parliamoci chiaro, atti di violenza sono esistiti anche in passato, ma non avvenivano all’uscita di scuola, bensì in luoghi chiusi, come ad esempio le parrocchie o le mura domestiche, ad opera di persone di cui si doveva avere una cieca fiducia.

Nelle scuole inoltre c’è una tendenza alla burocratizzazione delle procedure e si sta creando un fossato sempre più profondo nella relazione tra le famiglie e l’organizzazione scolastica, con colpe da distribuire equamente tra le due fazioni.

La strada percorribile è dunque FaceID oppure l’educazione impartita ai bambini e la fiducia riposta nei loro confronti, un rapporto di fiducia tra le famiglie e il personale scolastico basato sulla conoscenza reciproca, sull’empatia, sull’umanità, da costruire all’inizio della scuola con iniziative, come ad esempio il bus pedonale? In questa seconda ipotesi, il vero Face-ID sarebbero i sorrisi dei bambino di fronte ad adulti più umani. La strada che si è intrapresa di recente è la tutela, da parte dell’intelligenza artificiale, di molte azioni che minano la sicurezza compiute dall’essere umano.

L’esempio migliore è quello delle automobili, per cui si può prevedere che in pochi anni perderemo la capacità di guidare un veicolo, così come abbiamo perso la capacità di condurre un cavallo. Questo perché la tecnologia rende possibili le misure di sicurezza, perché il rischio ha un costo, perché i film di fantascienza che abbiamo visto nei decenni scorsi pare stiano tracciando i reali obiettivi della tecnologia e perché il mercato richiede simili servizi.

Perché diventare un influencer se i follower li ho già sul lavoro?

Diventare un influencer? Che necessità ha un manager, che magari gestisce già una struttura composta da risorse, processi, e soprattutto persone, di diventare un influencer? Non gli è già sufficiente gestire i rapporti con le sue risorse nei social, cosa che già può portare risultati positivi con un impegno già non banale?

Da pareri di persone che hanno esperienza in realtà strutturate a livello internazionale sento che una presenza sul web con un blog istituzionale, che raccolga la narrazione e il dialogo sui processi aziendali è ormai diventata d’obbligo.

Una strutturazione di questo tipo può secernere in maniera più, per così dire, naturale, e forse più efficace, una comunicazione prodotta anche in prima persona dal manager che sia in grado di lasciare il segno.

Una presenza di comunicazione per raccontare qualcosa all’esterno, non è un qualcosa di frivolo, narcisistico, un luogo dove vantarsi e presentare l’immagine di sé che si vorrebbe far apparire per colmare qualche carenza di autostima o, peggio, vuoti nella propria giornata professionale, come paiono essere ormai diventati i social network. Dietro ogni vita professionale, c’è sempre una visione del mondo, un episodio di vita, una scintilla che ci ha scatenato in noi la passione per quello specifico settore, e che ci rende migliori della concorrenza. Non sempre l’esperto di marketing di turno riesce, da solo, a far percepire questo “quid” che può fare la differenza. Se è il manager ad esporsi in prima persona, con il proprio viso, la propria storia, il lettore percepirà che quella realtà aziendale è fatta di persone autentiche che ci mettono la faccia, non un semplice marchio, una persona giuridica, studiati a tavolino.

Si dovrebbe concepire un luogo dove rendere trasparente il proprio lavoro e incanalare e gestire un racconto del processo aziendale cui si partecipa, evitando che a farlo sia qualcun altro, all’interno o all’esterno. Che sia poi aperto all’esterno o chiuso, fa ormai poca differenza in un mondo dove tenere un segreto sarà sempre impresa sempre più difficile. La temperatura emotiva, la qualità di tale presenza poi sta ad ognuno dosarla. In Italia è troppo diffusa l’idea che raccontare il proprio lavoro sia pericoloso, perché si rivelerebbero chissà quali segreti professionali di cui altri potrebbero approfittare.

Diventare un “Influencer” può avere indubbi vantaggi, perché consente di occupare una scena nella propria nicchia, prima che siano altri a farlo, e diventare la voce di riferimento per la porzione di pubblico che costituisce l’interlocutore ideale.

Diventare un “Influencer” non è un risultato che si ottiene per una propria decisione. Lo decide il mercato dei lettori. Il lettore ti legge se hai qualcosa da dire, ma ti legge meno se dici qualcosa per una decisione presa dall’oggi al domani, magari dietro consiglio di esperti di comunicazione. Ti legge di più se strutturi un sistema gestito di comunicazione del tuo lavoro, e, ovviamente, se hai qualcosa da raccontare, ovvero, se non sei “uno qualunque”.

Social network: l’ignobile baratto tra privacy e curiosità. Le storie di Whatsapp & Co.

Storie whatsapp chi ha visto le mie storie
Storie whatsapp chi ha visto le mie storie

Perché penso che una delle ultime trovata di Zuckerberg & Co., le “storie”, ossia gli aggiornamenti di status di Wathsapp, quelli che dopo 24 ore spariscono, siano un’altro modo deteriore di fare traffico, quindi soldi?

Si parla molto di “Story telling”, “narrazione”, nella convinzione che le persone sentano il bisogno di ascoltare e proporre agli altri dei racconti, piuttosto che fare qualcosa di reale per costruire quel mondo di cui si va raccontando in 10 secondi. Chissà perché la storia poi deve essere effimera, come una bolla di sapone. La moda delle storie che scompaiono, dopo 24 ore, si è allargata da Snapchat a Instagram, Facebook e WhatsApp, ma lascia qualche dubbio: si rinuncia a mantenere il controllo ed archiviare nel proprio dispositivo i contenuti pubblicati (se non si decide di adottare un qualche sistema di salvataggio), mentre il fornitore di servizi, a meno che non ci dimostrino il contrario, e i contatti destinatari (con uno screenshot o applicazioni apposite) possono salvare il tutto, se ne hanno voglia o interesse.

Ciò vale in particolare per i video e le foto ripresi dall’interno dell’applicativo, anziché caricando contenuti realizzati in precedenza.

 

Altro risvolto è quello del trattamento del dato relativo al numero di telefono in un ambito estraneo a quello della chiamata vocale e della messaggistica, ossia il social networking.

Dopo la vicenda del collegamento tra l’account WhatsApp con Facebook, che ha causato polemiche e reazioni come quella del garante della privacy in Germania, WhatsApp lancia le “stories”, così come hanno fatto Facebook e Instagram. 3 applicazioni dello stesso gruppo. Questo dopo il rifiuto di Snapchat di passare sotto l’orbita di Zuckerberg per 3 miliardi di dollari. Il re dei social si è scatenato replicando lo stesso meccanismo su tutte le sue applicazioni. Una sorta di dichiarazione di guerra.

 

Con Stories di WhatsApp, in particolare,  l’applicazione di messaggistica si spinge nempre  territorio del territorio proprio del social networking. Si possono condividere, da febbraio 2017, non solo testi, ma anche immagini e brevi video. La vera novità riguarda i soggetti che saranno abilitati a visualizzare i nostri contenuti:

È sufficiente che un contatto sia registrato, per qualunque motivo, nella nostra rubrica con il numero di telefono cellulare e che la stessa persona abbia registrato il nostro numero nella sua, o che ci sia stato un precedente scambio di messaggi, perché questa persona possa vedere i nostri contenuti e noi possiamo vedere i suoi, anche se si tratta di una persona con la quale non interagiamo da tempo oppure è un contatto con il quale intratteniamo una relazione professionale o non di tipo, per così dire, “social”. Non basta, l’app consente, e questa è la vera novità, anche di sapere chi ha visto il nostro aggiornamento di stato, a patto di aver impostato la privacy in modo da consentire agli altri di vedere la stessa informazione su di noi.

Se, inoltre la persona ha visto un nostro aggiornamento di stato, possiamo dedurre che quella persona ha il nostro numero fra i contatti.

 

È chiaro che queste funzionalità possono essere gestite, selezionando ad esempio chi può vedere gli statius, ma è importante descrivere quali sono le impostazioni di default. In virtù di queste, non è difficile poter immaginare come lo scopo sia quello di far interagire in qualche modo persone che hanno tra loro un legame relazionale debole, ovvero la semplice detenzione del numero di telefono o anche vecchi messaggi. Da lì a stabilire una relazione più profonda, dunque l’amicizia su Facebook, che è la piattaforma fonte di guadagno maggiore per Zuckerberg, il passo è breve.

 

Si tratta di funzionalità che sembrano essere fatte apposta per attrarre utenti nella propria rete, svegliando la curiosità nei confronti di persone di cui magari avevamo dimenticato l’esistenza. Vecchie fiamme in revival? Colleghi curiosi con i quali ci si saluta appena? Sono solo alcuni degli esempi possibili.

Si tratta di una caratteristica, quella della notifica circa chi ha visto le mie storie che neanche Facebook, almeno finora, non ha avuto l’ardire di introdurre per i post ordinari.

 

Ma siamo sicuri che non siano proprio queste features che assecondano la curiosità degli utenti a costituire uno dei motivi per cui una applicazione social ha successo? Si tratta di uno scambio tra cessione di proprie quote di privacy per poter ottenere una simile quota di appagamento della propria curiosità. Se questo scambio non ci sta bene possiamo solo scegliere tra l’abbandono di una o più piattaforme, oppure un paziente lavoro di dosaggio della privacy che non tutti sono disposti a fare.

Lo stesso vale per la doppia spunta blu di notifica su Whatsapp dell’avvenuta lettura del messaggio, che funziona solo se concedi anche tu agli altri di sapere se hai letto i messaggi, e per la notifica degli “amici nelle vicinanze” di Facebook, che funziona solo se tu concedi in pasto a tutti la medesima informazione sulla tua posizione, ovvero informi tutto il mondo dove ti trovi in questo momento, con tanto di notifica se la persona in questione si trova nei tuoi pressi.

Che evoluzione può avere una dinamica di questo tipo portata all’eccesso? I social tendono a far venire fuori relazioni reali o desiderate, a instaurarne sempre di nuove per creare curiosità, engagement, come dicono loro. Gli utenti potrebbero stufarsi di tutta questa emotività, mercificazione e mediatizzazione delle proprie relazioni e della propria socialità oppure ci sarà una progressione portata all’estremo, per cui tutti sapranno e vedranno tutto di tutti, anche l’indicibile?

Gian Ettore Gassani, Presidente dell’AMI, Associazione degli Avvocati Matrimonialisti, ha avuto modo di affermare che se venisse fuori tutto ciò che è contenuto negli smartphone degli italiani, verrebbe giù tutta l’Italia, vi sarebbe un caos totale.

 

I social network non sono il fattore principale che rende le relazioni in questi anni complesse, fluide, fragili, a rischio esplosione, a patto che si sia capaci di distinguere dove finisce la virtualità della propria presenza online, che costituisce il core business di aziende miliardarie, e dove lavorano le migliori menti del mondo, e dove comincia la vecchia relazione interpersonale analogica, fatta con gli organi di senso che si posano direttamente sull’epidermide dell’altro. E’ una lotta impari che finirà, forse, solo quando troveremo, o ci avranno procurato, qualche divertimento più interessante.

Pagella elettronica: perché non piace alle famiglie?

Immagine proveniente dal sito https://vittcaltabiano.files.wordpress.com/2010/01/vittorio-pagella-3-elementare-retro.jpg

La pagella elettronica non piace affatto ai genitori.
Il malcontento corre sul filo degli ultimi messaggi di fine anno scolastico nei gruppi Whatsapp organizzati dai genitori.

Genitori social, genitori su Whatsapp, su Wikipedia, genitori multitasking.
Il ruolo della madre e del padre di scolari e studenti si fa via via sempre più complesso. Per chi ha familiarità con pc, social e web non è però impossibile stare quanto meno sul pezzo, complici strumenti tecnologici a supporto della didattica.

 

Immagine proveniente dal sito https://vittcaltabiano.files.wordpress.com/2010/01/vittorio-pagella-3-elementare-retro.jpg
La vecchia pagella scolastica scritta a mano con timbro e firma.

Per capire come mai, nonostante ciò, la pagella dematerializzata non piace alle famiglie basta osservare le vecchie pagelle di un tempo.

La pagella elettronica rientra nel contesto della introduzione di processi che tendono a migliorare le procedure con l’obiettivo della razionalità e dell’efficienza.

Tale processo peraltro è ancora incompiuto. Il “Piano per la dematerializzazione delle procedure amministrative in materia di istruzione, universita’ e ricerca”, che doveva seguire l’introduzione del Registro Elettronico in via facoltativa, avvenuta nel 2012, non è ancora partito.
Una interrogazione parlamentare ha anche sollevato dubbi circa la validità giuridica di tali documenti se manca la firma, digitale po meno, dei docenti https://www.anquap.it/categorie03.asp?id=3411

Sul sito web o sull’app per smartphone confluiscono tutti i dati d’interesse per le famiglie: il registro elettronico, con compiti, assenze, ritardi, note disciplinari, compiti assegnati, orario scolastico, i voti di scrutinio, gli orari di ricevimento, fino alla pagella di fine anno con la possibilità di visualizzare i voti e ufficializzare la presa visione, senza neanche il bisogno, per i genitori di recarsi a scuola nel mese di giugno per il ritiro del responso.

Tutto molto efficiente, veloce, al passo con i tempi, ma la pagella elettronica proprio no. Quella non piace alle famiglie. Perché?

D’altronde il file .pdf consente di stampare a proprio piacimento il foglio con i voti, sulla carta che si preferisce, con una grammatura più o meno importante e sull’app si ha memoria, negli anni, dello storico dei voti. E’ comodo. Tutte le informazioni sono a portata di mano, in qualsiasi momento. Almeno dovrebbe essere così, nel caso di mio figlio il registro elettronico mancava di molte informazioni, come ad esempio l’orario scolastico.

Pagella elettronica si scarica online
La pagella si scarica con un click

Per capire come mai la vecchia cara pagella sia rimasta nel cuore e nell’immaginario delle famiglie, basta osservare una di quelle vecchie pagelle di una volta. La pagella, che fosse portatrice di buoni o cattivi voti, era un documento che aveva i crismi della ufficialità. Era vergata a mano dalla perfetta grafia dell’insegnante su un pesante cartoncino. Era come una sorta di mini diploma che sanciva la fine dell’anno scolastico con il suo verdetto inesorabile, con tanto di timbro e firma a mano.

Il genitore si recava a casa in una certa data, tornava e portava dentro casa con un documento che conteneva il verdetto circa il profitto del figlio in quell’anno. Nessuno prima di quella fatidica data era a conoscenza dei voti.

Con la pagella elettronica vengono meno una per una tutte queste caratteristiche. Non c’è l’effetto sorpresa. Il genitore apre l’app, magari in una pausa di lavoro o in tarda serata mentre tutti dormono, e dopo ore, magari la mattina dopo, comunica l’esito a voce, ad esempio edulcorando o rincarando la dose rispetto ad una brutta pagella, oppure tira fuori uno smartphone o un tablet.

Per non parlare del giudizio testuale. Ho scoperto in questi giorni di fine anno scolastico che il giudizio testuale che accompagna i voti non è altro che una traduzione in parole dell’andamento dei voti tra primo e secondo quadrimestre. Il giudizio in altre parole è automaticamente stilato con un algoritmo e solo in alcuni casi gli insegnanti decidono di modificarlo aggiungendo farina del proprio sacco, per usare una espressione a loro cara ai miei tempi. Qualcosa di aberrante.

La scuola di mio figlio Matteo, terza elementare, ha inaugurato quest’anno l’abolizione della pagella cartacea per chi avesse già visionato i voti online. Ed era la stragrande maggioranza delle famiglie. Da parte mia, inizialmente, c’è stata la tentazione di trattare con sufficienza l’atteggiamento ostile dei genitori, andati su tutte le furie quando si è capito che non sarebbe stato consegnato il documento cartaceo. Riflettendoci bene però, non mi sento di dare loro torto. Se proprio occorre continuare con quella che definirei ossessione per la valutazione, allora quanto meno traduciamo in un documento cartaceo l’esito del lavoro fatto durante l’anno e dell’impegno profuso durante l’anno. Magari fatecelo pagare quel pezzo di carta, ma stampatelo. Su una bella carta. Pesante. Senza svilire il giudizio sul lavoro dei nostri figli alla stregua di un videogioco o un post sui social.

Si potrebbe pensare ad una dipendenza dai dispositivi elettronici da parte dei nostri ragazzi, ma i dati dicono che loro amano la carta più di noi. Sono loro a tenere a galla i dati di vendita delle nostre librerie dalla crisi profonda della lettura cartacea. In Italia si legge di più, ma noi adulti leggiamo altro, essenzialmente per via della moda dei social.

Un invito allora: diamoglielo quel pezzo di carta!

 

Ciao mondo!

Benvenuto in WordPress. Questo è il tuo primo articolo. Modificalo o eliminalo, e inizia a creare il tuo blog!

Vito Palumbo 13 maggio 2011 · Un mondo nuovo, un uomo nuovo, una nuova libertà (bozza)

Questo articolo è una bozza, sono graditi commenti, critiche, integrazioni.

“Niente sarà come prima”. Abbiamo sentito questa frase dopo l’11 settembre del 2001, dopo la crisi finanziaria partita dal 2008, dopo il disastro Giapponese del 2011 e così via dicendo. Se nulla è come prima, è anche vero che poco è cambiato dentro di noi. Oppure i cambiamenti stanno già avvenendo senza che di essi si sia creata una consapevolezza collettiva?

Le vecchie ruvide e concrete frustrazioni della libertà hanno lasciato spazio a nuove subdole sottili forme di oppressione, cui si aggiunge la difficoltà di riconoscere quale sia il vero liberatore.

Cosa ha lasciato di buono la crisi finanziaria della fine del primo decennio dal 2.000? Una batosta dopo la quale rialzarsi per proseguire ignari e barcollanti nella stessa direzione? Oppure un uomo nuovo, una nuova consapevolezza, un  nuovo modo di pensare e di vivere?

E’ solo l’inizio della fine dell’impero del consumismo, della faccia malata della competitività come stile di vita? Oppure si è creata un nuovo target di consumatori, l’ultima frontiera del marketing, una semplice evoluzione dei gusti, una nuova tendenza, quelli che mangiano biologico, chilometro zero e slow food, comprano prodotti equosolidali, utilizzano software open-source, leggono i libri di Saviano? Gente che pur sempre si fa identificare e si identifica con dei consumi.

Fiorisce, sia tra gli intellettuali che nei discorsi di persone comuni, la sensazione che il mondo stia correndo sopra un binario dal quale molti si chiedano non sia il caso di scendere. Dalla parte opposta ci si aggrappa alla locomotiva sperando che continui a correre non allo stesso modo, ma sempre più forte, l’unico modo per non farla fermare. La cosiddetta Speed Economy.

Si prevede che la prossima bolla speculativa sarà quella dell’IT, dove start-up vedono la luce in maniera velocissima vedendo piovere grandi quantità di denaro, per poi essere acquisite o fallire nel giro di pochi mesi.

Arriverà un uomo nuovo, veramente libero, capace di guarire dal feticismo che ci costringe ad accumulare nelle nostre tasche, nelle borse, nelle automobili, nelle cantine, tonnellate di oggetti inutili che servono a colmare un vuoto che si è creato dentro di noi?

Appare sempre più evidente la polarizzazione tra coloro che hanno preso coscienza e coloro che proseguono indefessi nella corsa. Una lotta tra ansiosi e depressi?

Da una parte persone iperattive, che cavalcano i ritmi veloci, quindi superficiali della modernità. Privi di scrupoli, pronti a vendere l’anima al diavolo, arroganti proprietari di Suv e cani da combattimento, palestrati gli uomini, tacco 12, e chirurgia estetica le donne, ben interpretati dal fotografo di Dagospia Umberto Pizzi. Dall’altra gli zen, i fanatici del salutismo, yoga, e via dicendo. C’è il rischio che entrambe le strade assumano le forme di un’ideologica ossessione compulsiva? Secondo Antonio Galdo, autore del libro “Non sprecare”, occorre evitare di sostituire un’ossessione compulsiva, quella per il consumo, con un’altra ossessione, “francescana”, come l’ecologismo ossessivo ed ideologico, che ha causato l’inaugurazione di una nuova categoria di avvocati civili negli U.s.a., quella dei divorzi da ecoincompatibilità.

E’ banale dire che Tiziano Terzani, dopo il suo viaggio per il mondo alla ricerca di sè stesso, ma anche di una guarigione, anche e soprattutto con metodi alternativi, al cancro che l’ha colpito si è conclusa con la morte?

Spesso si tratta di una corsa, quella verso il potere ed il denaro ad ogni costo, destinata a fermarsi per una fine cruenta. La mente va a Saviano che racconta dei camorristi che vivono sotto un pollaio, che sono lanciati sempre più forte ai vertici dell’economia mondiale, eppure non hanno davanti a loro alcuna prospettiva di rientro ad una vita “legale”, anche se sono a capo di una florida multinazionale dell’illegalità che fattura miliardi. Vengono però alla mente anche Gheddafi, Mubarak, Ben Alì, persino Berlusconi. Ci si chiede in quali circostanze avverrà la caduta del loro regime dopo tanti anni di dominio arrogante ed illegale e fonte di odio. Tra le risposta che viene istintivamente da dare c’è una fine violenta, un esilio su un’isola tropicale, meno probabile il passaggio del comando a un erede.

Più probabile che il cambiamento vero, se mai ci sarà, sarà dentro di noi. Persone più sagge consapevoli creeranno una società migliore. Chi sarà rappresentante di tali persone non potrà che essere migliore di chi ci rappresenta oggi.

Sono tanti i filoni che hanno cercato di farsi interpreti di una controcultura, di una alternativa ad una supposta visione dominante delle cose. Alcuni di questi si sono istituzionalizzati e cristallizzati trasformandosi essi stessi in dominatori.

Siamo banali se si riassume questa tendenza in un elenco. Una volta c’erano i comunisti, gli ecologisti. Oggi si parla di sostenibilità, responsabilità sociale, creatività culturale, slow food, slow economy, downshifting. Ma è solo un citare a caso.

Eppure nessuno di questi fermenti filosofico-culturali è riuscito a trovare la quadratura del cerchio, la soluzione teorica e politica per risolvere il problema del consumo delle risorse del pianeta, per assicurare nel contempo benessere materiale e felicità  e benessere interiore. In generale, salvo lodevoli eccezioni, per ottenere dei risultati “ecologici” occorre spendere, i prodotti eco-friendly sono un lusso, un articolo per un target elevato ed hanno un prezzo superiore, per le aziende il rispetto dell’ambiente e la responsabilità sociale sono una voce negativa per il conto economico che si aggiunge agli altri costi. La tutela dell’ambiente è una fonte di spese, mentre nascondere la spazzatura sotto il tappeto è una fonte di utili, spesso illeciti.

Molti di coloro che si fanno sostenitori dell’idea di decrescita felice la fanno coincidere spesso con un atteggiamento sobrio, rinunciatario, semplicemente attento verso i consumi come in una sorta di autoflagellazione imposta a sè stessi da uomini egoisti e peccatori. E’ invece più corretto ed utile evitare di far coincidere la decrescita felice con il concetto di impoverimento. Errore tanto più madornale quanto più coincide con tentazioni di inalberare crociate anti-tecnologiche.

Secondo Maurizio Pallante, autore di diversi saggi sull’economia, sullo sviluppo, sulla crescita il segreto è distinguere tra merci e beni. Esistono merci che non fanno del bene, non conferiscono utilità. Se trovo la fila in autostrada il Pil aumenta rispetto al caso in cui trovi la strada libera perché consumo più benzina. La decrescita felice più che un argomento di studio da economisti è un paradigma culturale che ha bisogno di maggiore tecnologia, magari orientata verso altri obiettivi, e di un diverso stile di vita. Secondo Pallante bisogna puntare sulla riduzione dei consumi di energia e della produzione di rifiuti inutili e solo in subordine nella scala delle priorità puntare sulle energie rinnovabili e sulla raccolta differenziata.

Tra i segnali che ci farebbero capire che il mondo è davvero cambiato c’è quella che molti hanno preconizzato: la fine del marketing. Questo evento, come tante rivoluzioni non decretato magari da un segnale eclatante, non è semplicemente una saturazione, concetto non estraneo alla logica del marketing stesso. L’uomo nuovo, l’uomo davvero libero sarà quello in grado di essere pienamente consapevole del fatto che il mondo della comunicazione e del marketing possono veicolare informazioni potenzialmente non utili, non vere, destinate a condizionare le nostre vite a vantaggio di altri, pur essendo in apparenza appaganti. Per questo arriverà, c’è almeno da sperarlo, un giorno in cui la sfida tra i metodi sempre più sofisticati di condizionamento delle coscienze e dei comportamenti arriverà ad un punto massimo. Per ora la spinta consumistica è talmente forte, il condizionamento operato dal marketing è talmente pervasivo da mettere in secondo piano aspirazioni che si potrebbe credere siano parte dell’uomo moderno, quelle alla libertà di pensiero, alla conoscenza della verità, ad una società fondata sul rispetto condiviso delle regole di convivenza. L’istinto al non rispetto delle regole per ottenere dei vantaggi economici è alla base del dilagare delle truffe sotto ogni forma, delle mafie, alla mancanza della sensibilità rispetto alla legge. L’estrema complessità del vivere moderno, la distrazione perpetrata nei nostri cervelli dal consumismo, rende normali truffe da miliardi di euro, l’instaurarsi di regimi dittatoriali soft. Di fronte a tali fenomeni macroscopici, troppo grandi per essere visti, l’indignazione rimane un frutto sterile e autoreferenziale.

Ed è proprio l’eccesso di complessità uno dei fattori di disumanizzazione della vita moderna. Bene ha fatto il cartone animato SouthPark a prendere in giro le “Terms of service” che gli utenti di internet, software ed altri sistemi di comunicazione, come il social network:  il personaggio del cartone animato Kyle vede piombare degli agenti della Apple che lo avvisano di aver inavvertitamente acconsentito ad una delle condizioni presenti nelle 55 pagine che si raccomanda sempre di leggere attentamente e da approvare con un click e che prevedeva che l’utente accettasse di far diventare il proprio corpo parte di un nuovo device un po’ umano, un po’ browser, un po’ programma di posta elettronica.

Ne “I creativi culturali. Persone nuove e nuove idee per un mondo migliore” Enrico Cheli e Nitamo F. Montecucco stilano l’identikit dell’uomo nuovo, da loro denominato “Creativo culturale”. I due autori cercano di capire quanti siano gli appartenenti a questo gruppo di persone che hanno tra le loro parole d’ordine: pace, sostenibilità ambientale, economia etica, qualità della vita, medicine olistiche e crescita personale

Si tratta di persone preoccupate per il mutamento climatico, l’inquinamento, la conflittualità e l’ingiustizia sociale. Quante sono? Sono veramente una esigua minoranza, o costituiscono un gruppo rilevante, se non addirittura una maggioranza? Se si tratta di una maggioranza perché il mondo non si muove verso direzioni coerenti con quelle che sono le aspirazioni di questa maggioranza?

Secondo i risultati presentati dal libro tali persone sono tra il 60% e l’80% dell’intera popolazione dei paesi messi sotto esame e più di un terzo di essi non sta con le mani in mano e si impegna in modo particolarmente coerente meritando l’appellativo di creativi culturali, cioè “creatori attivi di una nuova cultura”. Una cultura emergente che respinge assunti sinora dominanti quali materialismo, scientismo, sviluppo economico illimitato, sfruttamento indiscriminato della natura, competizione sfrenata, individualismo, e che promuove nuovi valori atti a orientare i rapporti con se stessi, con gli altri e con il Pianeta in direzioni più sane, pacifiche ed eco-sostenibili. Il libro descrive caratteristiche, dimensioni e protagonisti di tale cambiamento epocale.

Nelle aziende non sono stati a guardare. C’è stato, a partire da questa particolare congiuntura economica, uno sforzo di cambiamento che nel gergo imprenditoriale è stato identificato con i seguenti termini: responsabilità sociale d’impresa, sostenibilità, etica d’impresa. La sensazione è però che si tratti di parole d’ordine frutto di un apposito studio commissionato ai responsabili marketing e comunicazione a suon di investimenti milionari. Fioriscono premi e riconoscimenti che esaltano le iniziative delle aziende verso la responsabilità sociale, indici che valutano la sostenibilità d’impresa che si affiancano agli indici di borsa. Viene il dubbio che si tratti di sforzi che premiano chi ha la possibilità di permettersi tali investimenti piuttosto che individuare chi realizza realmente buone pratiche, magari in piccole aziende, buoni rapporti con i dipendenti, rispetto per l’ambiente.

Secondo Federico Rampini le cose non potranno, ma soprattutto non dovranno essere più come prima.

Rampini, nel suo libro “Slow Economy” sostiene che abbiamo di fronte a noi una lenta e inesorabile rivoluzione verde che ci porterà a produrre e a consumare in modo più consapevole; si percepisce nei comportamenti dei governanti e degli elettori il desiderio di un “Neo-socialismo” che spinga gli stati ad assumere iniziative politiche più ponderate e attente alla qualità dei servizi, del welfare e della vita in generale. Insomma, secondo Rampini si va profilando la rivoluzione tranquilla della “Slow Economy”: un nuovo modello di sviluppo dove la crescita a ogni costo non sarà più la prima preoccupazione delle nostre società. Un modello di sviluppo in cui, come in una sorta di “Slow food” esteso a ogni aspetto della vita, ritroveremo tutti insieme un nuovo (e antico nello stesso tempo) equilibrio con il nostro ambiente lavorativo, naturale e sociale.

Secondo Rampini il diritto alla felicità nella costituzione degli Stati Uniti si è concretizzato nell’ammasso di una quantità di oggetti inutili nelle cantine delle villette con giardino dei suburbs residenziali delle famiglie americane. Oggetti acquistati in un’orgia inebriante di offerte speciali. Il consumismo americano risale agli inizi del ‘900 quando Ford mise in commercio una automobile che erano in grado di acquistare gli stessi operai che la fabbricavano, dando luogo a quello che Rampini definisce come quasi una forma di socialismo. Da lì si è passati negli anni ad una forma di repubblica fondata sui consumi e ad una tossicodipendenza da consumismo, il gusto per il possesso, la frenesia da shopping, il bisogno di guadagnare, l’incapacità di usare le merci acquistate, l’accumulo come forma di nevrosi e sofferenza, con persone di ogni età e fascia sociale ipnotizzati, quasi rimbecilliti dai messaggi pubblicitari. La degenerazione estrema di questa economia fondata sul consumo è stato il capitalismo “cheap”, inteso secondo due significati: cheap come “a buon mercato” (da qui la proliferazione, anche in Italia di discount e outlet) con l’illusione di dare a tutti la possibilità di acquistare tutto, soprattutto ciò che è superfluo, con un conseguente abbassamento della qualità reale dei beni acquistati, e infatti “cheap” significa anche “scadente”. Uno scadimento della qualità intrinseca degli oggetti, non costruiti più per durare, che squalifica anche coloro che, pur qualificati ingegneri e tecnici esperti, sono chiamati a produrli, e che si accompagna ad una distruzione delle risorse naturali.

Il cibo è il paradigma ideale per capire cosa è successo nell’ultimo secolo. Si è passati dalla fame alla obesità. Dalla famiglia rurale come unità economica elementare che mangia ciò che produce, al fast food.

La slow economy è una scelta di qualità, di stile di vita in un orizzonte di economia in crescita lenta. Una sospirata via di fuga diversa cambiamenti in termini di benessere sociale anche in assenza di un’economia di crescita così come finora si esigeva. La crisi finanziaria è stato un evento traumatico ma ancora non metabolizzato. La speculazione e le vecchie cattive abitudini non sono cessati anche se un certo cambio di costumi verso una certa frugalità che sottotraccia si è comunque verificato. Bisognerà verificare che non si tratti però di una moda passeggera e di sola apparenza, una voglia di austerity impostasi per forza di cose nelle chiacchiere da salotto, ma che rischia di concretizzarsi nel riorientare poche e poco determinanti scelte di acquisto, secondo quello che è un marketing della crisi che serve però pur sempre a vendere di più e far consumare di più.

Per esemplificare una via di uscita, Rampini evoca quelle arti marziali orientali nelle quali un lottatore pur esile di fisico fa tesoro della capacità di sfruttare il peso dell’avversario.

Ci si può chiedere se ci sia il rischio che non si tratti di una nuova moda, di un nuovo mercato di una nuova ideologia che si tende inevitabilmente ad imporre agli altri e che si affermerà secondo le vecchie regole: d’altronde anche un libro, va venduto e per raggiungere una diffusione delle idee che contiene va promosso secondo metodi simili a quelli che servono per vendere i prodotti boicottati delle multinazionali arroganti e i cibi di Slow Food saranno cucinati in dei ristoranti che dovranno lottare sul mercato per affermarsi. L’ideologia dello slow food di Petrini, dell’ecologismo rischiano di essere dei marchi di successo apposti su delle idee sterili di risultati?

Ad essere messo in gioco sarà il concetto di libertà. La convinzione di essere liberi si è concretizzata nella libertà di comprare e possedere e nel manifestarsi di nuove forme di schiavitù. L’autore di “Adesso Basta”, Simone Perotti, prima di decidere di cambiare vita si ritrovava con i suoi colleghi di Happy Hour, ricchi, con le stesse camicie fatte su misura, con le iniziali cucite nello stesso punto, rinchiusi nella loro divisa, come il burqa delle donne di Kabul. Una delle escort di Berlusconi, usciva, seguita dai giornalisti dal residence pagato dal grande capo, con il viso completamente coperto per non farsi ricosnoscere, è il burqa all’occidentale, la chiusura del cerchio.

Allora dov’è la vera libertà? La vera felicità, o il vero equilibrio?

Che piaccia o no, si ha l’impressione che non si possa prescindere dall’avere a che fare con chi conosce meglio il nostro cervello, come il meccanico che riconosce dal ruggito del motore lo stato di salute di una macchina.

Michele Trimarchi, psicologo, fondatore della neuropsicofisiologia negli anni

’70-’80, presidente ISN (INTERNATIONAL SOCIETY OF

NEUROPSYCHOPHYSYOLOGY) di Roma racconta tante cose con vigore, quasi rabbia, anche su podcast e su Youtube. tra le tante cose racconta di ingegneri costretti a mettere a rischio il loro cervello perché hanno a che fare per la maggior parte della giornata con l’aridità di procedure, formule, numeri, computer, di mamme che gli portano il proprio bambino indisciplinato sentendosi rispondere che tra i due, la mamma e il bambino, ad essere saggio è proprio il bambino. Leggendo quanto esposto da Trimarchi si può concludere che la vera libertà risiede oggi nella rimozione di quei condizionamenti che, fin dalla vita fetale, se non dal concepimento, si accumulano nel cervello, andando a limitare e ad alterare la fisiologia dei bioritmi ontogenetici, producendo tutti quei conflitti intrapersonali ed interpersonali che sono la causa prima di qualsiasi forma di patologia. In altre parole “geni si nasce, imbecilli si diventa”, ed una sommatoria di persone in preda a tali conflitti dà luogo a nuclei sociali, coppie, famiglie, ed in ultima analisi una società malata che non promette nulla di buono per le future generazioni. Le nuove tecnologie della comunicazione rischiano di diventare un ulteriore rischio per il nostro cervello, in preda alla confusione, alle credenze indotte e condizionate dalla religione, dalle credenze, dalle ideologie, oggi dal marketing, dal consumismo, etc..

Con l’utilizzo che si fa oggi di internet, smartphone, videogiochi, e quant’altro il nostro cervello, ma soprattutto quello di bambini e ragazzi cervelli potenzialmente in possesso di capacità straordinarie di realizzare processi naturali di elaborazione e verifica delle informazioni, contemplazione, riflessione, creatività, analisi, profondità di pensiero e di racconto divengono preda di informazioni spazzatura ed adescatrici. Per chi usa internet in maniera poco saggia ormai lo scopo è la rapidità, l’ottenimento di informazioni, la possibilità di connettersi contemporaneamente su varie piattaforme, effettuare contemporaneamente sul computer e sullo smartphone numerose operazioni contemporaneamente, aggiungendo poi le operazioni della vita “fisica”. Ciò, come ricorda Trimarchi, da una parte dimostra quanto meravigliose siano le potenzialità del nostro cervello, dall’altra quanto lo trattiamo male. Un cervello-conteplativo, capace di esaltarsi e di godere la visione di un tramonto accompagnato dalla quinta sinfonia di Beethoven, lo costringiamo a diventare un “cervello-Google”, accompagnando la chat di Facebook, con un bicchiere di Coca Cola sul tavolo, il cellulare che suona, etc. Un multitasking che nel nostro cervello appare come una disarmonica confusione.

La schizofrenia, una malattia per la quale una persona arriva a ritenersi Napoleone o una gallina, è in realtà un fenomeno collettivo in quanto pochi, secondo Trimarchi, si relazionano con la realtà in ciò che dicono, in ciò che desiderano, in ciò che progettano e in ciò che fanno.

Quanto all’originalità dei contenuti presenti sui nuovi media, spesso le informazioni sono un rimestare la solita minestra e riproporla riscaldata, magari peggiorata, su nuove piattaforme, nuovi canali. A rimetterci sono l’epica e il racconto, l’analisi e il profondo, la provocazione vera, la scoperta di cose veramente nuove. La superficiale riproposizione conformista, con il copia e incolla, di contenuti prelevati altrove prevale sul paziente lavoro di ricerca che si poteva fare fino a qualche anno fa in una biblioteca o con la caccia di notizie sul campo, nella realtà vera. Persino Google ha deciso di riformulare il proprio algoritmo che regola l’ordinamento dei risutati di ricerca premiando i siti con contenuti originali e non copiati. Il web insomma peggiora la nostra mente o sviluppa nuove capacita’ e varia l’intelligenza?

Ad essere messo in crisi è l’”Io” cosciente, quello che Trimarchi definisce un direttore, un pilota, la parte del cervello deputata alla verifica delle informazioni e degli scambi di energia che nell’ambiente vengono in contatto con l’essere umano e che le elabora creando coscienza e consapevolezza. L’emisfero destro del cervello è in grado di riconoscere la verità, identificare “fisicamente” e fisiologicamente le informazioni che lo raggiungono. Si tratta dell’emisfero definito di solito creativo, ed è in grado di riconoscere la fisicità dell’informazione, attraverso la propria memoria genetica a differenza dell’emisfero sinistro che decodifica le informazioni ricevute secondo i codici appresi (lingua, grammatica, nozioni, regole, simboli). Se l’emisfero destro non viene messo in grado di elaborare, verificare le informazioni in modo tale che queste possano stimolare, informare e trasformare le varie aree cerebrali plasmando in maniera corretta il comportamento emozionale, razionale, creativo, allora al nostro cervello è impedito di intervenire per selezionare la risposta più corretta ai messaggi provenienti dagli organi di senso, dal corpo. In altre parole l’emisfero sinistro, senza l’aiuto dell’emisfero destro, è in grado di negare la verità che l’emisfero destro è in grado di riconoscere.

Al cervello è impedito anche di godere in maniera vera e profonda della propria vita, presupposto fondamentale per creare vita, perché della vita è assorbita una visione distorta.

La velocità delle informazioni che si pretende oggi non è fisiologica non consente al cervello di compiere correttamente il proprio lavoro di creare conoscenza e di godere di ciò che creiamo momento per momento. Nessuno ci insegna a verificare le informazioni, analizzandole nei contenuti formali e sostanziali. In altre parole alcune aree del cervello non vengono utilizzate nelle loro potenzialità. I bambini soprattutto rischiano di rimanere vittima di furbi capaci di sfruttare questa vulnerabilità.

Nuova libertà è la capacità di comprendere profondamente come gestire il proprio cervello e gestire la propria vita giorno per giorno, capacità fondamentali per capire come relazionarsi con il mondo. Cose che la psicologia finora non ha saputo affrontare in maniera tale da spiegare definitivamente cos’è l’”io”, come gestire il proprio cervello. La non conoscenza del proprio cervello e la non consapevolezza di sè rendono una macchina potenzialmente meravigliosa come il nostro cervello e con  esso il nostro corpo, una macchina che soffre, che si ammala, indipendentemente dallo status economico e sociale della persona che ne è proprietaria.

Ed è proprio la salute, il tema che viene attualmente di più ad essere frustrato. Mai come oggi c’è un grande bisogno di salute, nonostante la vita media stia sempre allungandosi.

Nonostante i progressi della ricerca scientifica, la presenza di sistemi sanitari pubblici, prospera un diffuso sbandierato benessere e un reale triste malessere. La domanda di salute che si percepisce sempre più pressante nella vita quotidiana non trova sempre risposte adeguate. Sul fronte dell’informazione sulla salute, c’è una diffusa ansia di sapere non placata da Internet. La Rete offre una valanga di informazioni, ma diffonde assieme paure e solleva ulteriori dubbi. Il virus dell’Aids creato in laboratorio, le scie chimiche, la cura di Bella, quella per la sclerosi multipla. Chi dice la verità? Chi va annoverato nella folta schiera di complottisti e propagandatori di bufale internettiane? Chi offre terapie e cure fa affari ed ha interesse a che l’attenzione, sana o malata, al tema della salute sia vivo. Alla diffusione di terrore ed ansie sanitarie fanno da controcanto i fautori delle medicine alternative per le quali tocca purtroppo fare opera di scrematura tra truffatori, ciarlatani e onesti ricercatori autonomi. Manca spazio forse per chi offre informazioni e servizi seri secondo metodi innovativi, come ad esempio nel campo della Medicina Funzionale Integrata, che andrebbe valorizzata per le caratteristiche di non invasività e per la capacità di mettere al centro la persona nella propria individualità biologica e nella propria totalità e complessità al fine di riportarla verso l’equilibrio perduto.

A fronte della domanda di salute si tende a rispondere secondo processi di cura eccessivamente medicalizzati e spesso controproducenti rispetto all’obiettivo di ripristinare il naturale equilibrio del nostro essere. File interminabili e spostamenti logoranti; uso della tecnologia non a servizio delle persone ma piuttosto della burocrazia medica e sanitaria; ambienti di cura inumani e malsani; approccio sanitario legato ai sintomi, ai singoli organi e alle cure farmacologiche; la persona trattata come un numero, un paziente che deve solo avere pazienza, quindi non deve pensare, esprimendo quello che sente; ricerca scientifica vittima dei corporativismi, smembrata in tante discipline che non comunicano tra loro e lontana dalle esigenze della vita quotidiana delle persone reali; metodi di cura ostaggio dei cartelli diagnostici.

La salute ha dunque bisogno di un grande cambiamento, di un approccio che renda consapevole ogni persona della propria salute come contenitore reale di ogni propria potenzialità. L’individuo è al centro e deve prendere in mano sè stesso, la propria vita, con cosciente presa di responsabilità per un cambiamento, per una evoluzione positiva del proprio essere. Questa sì che è libertà. Però parliamo di argomenti tecnici, complessi, per i quali non basta una vita per formarsi una idea, soprattutto se trovare le giuste fonti è cosa ardua.

Anche nel campo della nutrizione si tende a sostituire ciò che piace in seguito ai condizionamenti con gli alimenti armonici, naturali. Fa sapere Trimarchi come nel corpo di bambini in cura per disturbi del comportamento siano state trovate concentrazioni di caffeina tali da far ritenere che ci fosse in atto una vera e propria dipendenza da Coca Cola. Associare ad uno stimolo fisiologico come la fame uno stimolo condizionante espone al rischio di essere soggetti alla programmabilità del nostro comportamento da volontà esterne. Celebre è l’esperimento di Pavlov che dava al cane la carne associando ad essa il suono di un campanellino e notava che successivamente il solo suono bastava a far salivare l’animale. Il rischio è che il solo stimolo condizionante sia sufficiente ad attivare funzioni fisiologiche illudendo la persona che sta ricevendo stimoli fisiologici. Basti pensare al marketing associato all’infanzia e ci si accorge di come la figura del bambino nella pubblicità sia quasi esclusivamente associata al cibo.

Sul fronte dell’alimentazione, d’altronde, c’è molta confusione. Ci si affanna molto sul passaporto di un vitello, al fine di garantirne quella che è una delle ultime ossessioni della modernità: la tracciabilità. Si sa dove è nato, dov’è cresciuto, dov’è è accaduta la fine dei suoi giorni, magari gli si da un nome e siamo tutti tranquilli e fieri di farne cotolette. Peccato che se qualcuno prova a prendere un pezzo di quella carne per analizzarla, troverà tracce di antibiotici ed altre sostanze nocive.

Si fa fatica ormai a trovare un’etichetta di un prodotto alimentare che non decanti la biologicità del prodotto, un marchio di ecologicità, innocuità, se non qualche aspetto di salubrità o di terapeuticità. Magari si va ad analizzare quel prodotto e accanto alle nobili fibre, accanto alla tipicità del grano saraceno, alla tradizione del kamut, troviamo tracce di metalli pesanti. Per cui il nostro intestino godrà delle fibre, ma soffrirà assieme a tutto il nostro organismo.

Altro fronte caldo è l’educazione. La differenza fondamentale che Trimarchi sottolinea è tra istruzione ed educazione.

Basti pensare al cosiddetto effetto Pigmalione (o Rosenthal), che, citando Wikipedia, è l’effetto che deriva dagli studi classici sulla “profezia che si autorealizza” il cui assunto di base può essere così sintetizzato: se gli insegnanti credono che un bambino sia meno dotato lo tratteranno, anche inconsciamente, in modo diverso dagli altri; il bambino interiorizzerà il giudizio e si comporterà di conseguenza; si instaura così un circolo vizioso per cui il bambino tenderà a divenire nel tempo proprio come l’insegnante lo aveva immaginato.

L’errore che spesso si compie con il bambino è che egli non viene educato assecondando il desiderio di coscienza e conoscenza mettendolo in condizione di verificare le nostre informazioni attraverso l’emisfero destro ma lo si costringe a rievocare automaticamente informazioni accumulate nel tempo nell’emisfero sinistro attraverso il meccanismo condizionante premio/punizione, nel quale protagoniste sono soprattutto le paure.

I nemici del nostro cervello si nascondono nei posti più impensabili. Tra questi c’è una scuola nozionistica che si limita ad accumulare nel cervello di bambini e ragazzi, sotto lo schiaffo di un sistema premio/punizione, quantità sempre maggiori di informazioni, dopo aver fornito loro il codice per decifrarle, ma senza farle passare attraverso la parte del cervello che serve ad elaborarle, interiorizzarle e senza aver attirato l’attenzione spontanea con la soddisfazione della curiosità e del desiderio di scoprire il mondo creando coscienza e conoscenza. Se le informazioni sospinte a forza come in un imbuto all’interno del cervello non vengono verificate per decidere quali sono utili e quali inutili, In mancanza di questa verifica, vengono evocate inutilmente quelle informazioni già accumulate nell’emisfero sinistro per rispondere allo stimolo e che il cervello tende a difendere, premiando il formarsi di personalità conformiste e reprimendo i veri geni. Se l’Io riesce a tenere sotto controllo le informazioni si è maggiormente capaci di progettare le proprie azioni e verificare ciò che è vero e ciò che è falso. Il sogno, infatti, serve in genere proprio all’emisfero destro per sistemare ciò che l’emisfero sinistro ha recepito ma non interiorizzato. La paura della morte ad esempio non ha senso se il nostro corpo è progettato per vivere. Molte forme di fobia si manifestano come risposta del cervello in mancanza della consapevolezza e coscienza della vera natura degli stimoli esterni. Le difficoltà nella comunicazione tra i due emisferi provoca il diffondersi di personalità da Doctor Jekyll e Mister Hyde, famiglie “normali” nelle quali all’improvviso scoppiano crimini efferati, irreprensibili impiegati che sterminano i propri cari, studenti che aprono il fuoco sula loro classe. Lo stesso vale per la droga, per la demotivazione, per i conflitti ed i disagi e le altre forme di disagio che attanagliano tante persone.

Al bambino va consentito di sperimentare il piacere della scoperta. Egli non va bloccato nel suo desiderio di conoscere tutto quello che lo circonda non con stimoli artefatti che allontanano dalla fisiologia dello sviluppo e della conoscenza che non gli servono. Il gioco deve avere un valore per la reale futura capacità esistenziale per allenare l’individuo in vista della acquisizione della propria autonomia senza imitare gli adulti ma sperimentando la spontanea nascita di emozioni e sentimenti, come i cuccioli che fanno giochi che servono alla vita adulta. L’adulto non deve porsi nella posizione, nel suo ruolo di dominio e potere nei confronti del bambino ma fornirgli quella conoscenza che è in grado di riconoscere e che lo arricchisce e lo potenzia. Spesso alcune risposte e informazioni paralizzano i figli, il premio e la punizione sostituiscono la decisione spontanea di apprendere sapendo che l’informazione fornita è utile e piacevole. Gioia di comprendere, capire voler conoscere. La costrizione crea condizionamento e rifiuto. Saggezza, onesta felicità fanno parte già di noi. Non è un caso allora se sui giornali è possibile leggere notizie del genere: 8 bambini su 10 respingono la scuola.

La pervasività delle nuove tecnologie e dell’economia e la comunicazione basate su consumo creano un’abitudine alla velocità. Il risultato sono bambini capricciosi che vogliono tutto e subito. Bambini che non accettano il senso dell’attesa.

Il gioco è diventato pervasivo. Gran parte delle tecnologie hardware e le risorse di connettività vengono utilizzate in realtà per uno scopo ludico, spesso confinato all’illegalità, allo sfruttamento a fini di guadagno delle tendenze ossessivo-compulsive che il gioco può creare.  La tecnologia pervade per scopi ludici talmente tanto la vita di bambini e ragazzi che una volta entrati in una scuola che non si è adeguata ancora alle forme di comunicazione contemporanee da renderli dei clandestini digitali. Bambini abituati ad utilizzare macchine da gioco di una straordinaria complessità tecnologica si ritrovano a scuola a scrivere con un pezzo di gesso su una pietra nera levigata. Facebook e tutti i sistemi di comunicazione moderni possono essere in gran parte definiti come dei devices, o degli spazi virtuali di tipo ludico, nei quali la soddisfazione del gusto del gioco, dell’oggetto di status, da possedere è parte preponderante del successo. Lo stato italiano ad esempio è diventato un vero e proprio biscazziere, inventando di continuo nuovi giochi, sempre più veloci (il lotto diventa istantaneo, i numeri si danno ogni dieci minuti), con gravi danni per il cervello e il portafoglio di milioni di persone grazie alle nuove tecnologie digitali. E’ fondamentale che ci si renda conto di come la tecnologia vada valorizzata, utilizzata per scopi che realmente creano il benessere della collettività, risultati talmente importanti da poter definire in confronto il puro intrattenimento come una forma di abbrutimento. Di questo ha parlato anche Obama.

Persone che non sanno distinguere le informazioni utili da quelle inutili, creeranno una società preda di coloro che hanno interesse ad avere ai loro piedi non una pluralità di individui pensanti con una coscienza critica, ma una massa di clienti che si lascia fornire solo una rappresentazione della realtà, una verità fittizia, creata ad arte.  Solo ciò che è rappresentato secondo determinati mezzi e canoni di comunicazione viene percepito come qualcosa di realmente accaduto. Fatti realmente avvenuti, possono essere semplicemente silenziati o risultare rappresentati in maniera edulcorata, in modo tale che è come se non fossero mai accaduti. Un tempo la libertà era conculcata con la forza dal potere assoluto. Oggi c’è un’autodistruzione della libertà da parte di chi dovrebbe goderne. Ciò va a tutto vantaggio di chi ha interesse a creare una visione delle cose artificiale, una rappresentazione della realtà e non la realtà stessa. Il mondo della comunicazione e del marketing hanno facile gioco nel creare una visione delle cose che soddisfa gli interessi di alcune persone. Il risultato è che, pur vivendo nella società della tecnologia e dell’informazione, conoscere la verità diventa operazione più ardua. Gran parte di ciò che viene rappresentato attraverso i mezzi di comunicazione potrebbe essere falso, una messa in scena e ciò che non viene rappresentato semplicemente appare come qualcosa che non si è verificato.

La negazione della verità va di pari passo con la negazione della libertà.

Un esempio eclatante di negazione dellla libertà, in particolare della libertà di ricerca scientifica, è quello della fusione fredda.

Ne parla Emilio Del Giudice ricercatore dell’Istituto Nazionale di fisica Nucleare di Milano (http://www.radioradicale.it/scheda/304005/denaro-per-la-ricerca-o-ricerca-del-denaro-un-incontro-sulle-vicende-della-fusione-fredda-in-italia-con-un), personaggio in grado di rendere godibile l’ascoltare di scienza come l’ascoltare una commedia di De Filippo.

Da quello che si può intuire, la fusione fredda è stata ostacolata per motivi corporativi nel mondo della scienza e per gli interessi del mondo militare. Gli esperimenti vengono eseguiti con investimenti risibili, tant’è che i ricercatori, in particolare quelli di Caserta, sono intervistati in quelli che sembrano degli scantinati, con strumenti che sembrano ricavati dalla spazzatura di Napoli: bottiglioni di vetro con il tappo di ceramica, imballaggi per cd. Ormai è però palese come, dopo più di vent’anni dalla conferenza stampa di Fleishmann e Pons, derisi da tutto il mondo scientifico internazionale, che la fusione fredda sia una questione seria ed è stato mostrato come sia in grado di produrre davvero energia, e non in quantità trascurabili. Peccato che non sia ancora stata data una spiegazione scientifica, ma ciò non toglie che essa funzioni. Il fatto nuovo è che la ricerca è stata portata avanti soprattutto da chimici e i fisici delle particelle si sono sentiti spodestati in quello che sembrava un loro regno. E’ rarissimo, ricorda Del Giudice, che uno specialista nel proprio campo sia protagonista di una scoperta eclatante, perché egli è sempre in grado di trovare un motivo per cui la scoperta può non essere vera. Gli interessi economici in gioco nel settore del nucleare classico e del petrolio. Se poi una qualche ricerca ha qualche interesse in area militare, cioè può diventare un’arma, è allora probabile che venga sequestrata dagli eserciti. Se una ricerca scientifica appare bisognosa di grandi quantità di denaro pubblico, ancora meglio, perché sarà in grado di mascherare meglio, come accade in Francia, investimenti militari. Nel caso della fusione fredda si ha l’impressione che il mondo militare, che probabilmente stava già lavorando nei propri laboratori su materie attinenti alla fusione fredda, sia stato allarmato dalla scoperta proveniente da ricercatori civili indipendenti e temeva di farsela sfuggire di mano quando con in una conferenza stampa i due chimici Fleishmann e Pons osarono rompere frettolosamente gli indugi prima di venire a patti, per poi essere coperti dal ridicolo. La supposta non riproducibilità della fusione fredda secondo Del Giudice è dovuta alla cattiva esecuzione degli esperimenti condotti. Inoltre con la fusione fredda non c’è molta trippa per gatti, perché la ricerca viene effettuata con pochi soldi, spesso con metodi definiti “casalinghi” e il problema da risolvere sembra sia solo il riconoscimento ufficiale e teorico di un processo di generazione di energia che ha a sostegno un approccio scientifico di tipo più “soft” rispetto alla classica fissione nucleare. L’energia che serve per la fusione (fredda) di un nucleo di palladio è rilasciata in forma di un campo elettromagnetico che ha la giusta frequenza per ottenere il risultato ed è un campo che degrada in pochi secondi: è un processo che si potrebbe quindi definire “pulito”. Negli ultimi tempi dei ricercatori italiani hanno ottenuto a loro dire risultati strabilianti utilizzato il nichel e l’idrogeno al posto del deuterio e del palladio sostenendo che la strada inaugurata da Fleishmann e Pons non portava da nessuna parte. I due, Andrea Rossi e Sergio Focardi, accusati fra l’altro di nascondere un batteria sotto il tavolo, sembrano procedere in maniera più oculata rispetto ai due chimici americani: hanno mantenuto il segreto su alcuni ingredienti della ricetta, hanno creato una società in Grecia, paese ricco di nichel, e stanno presentando l’esperimento con delle spettacolari quanto artigianali dimostrazioni, di cui una in Svezia. La prospettiva affascinante è quella di avere una fonte di energia decentralizzata, non più fornita da enormi centrali come ora, ma autoprodotta più vicino possibile laddove serve, addirittura con dispositivi talmente piccoli da poter essere inseriti allinterno dei rubinetti dell’acqua calda.

Per questo tipo di ricerche, se di soldi c’è bisogno è, ad esempio, per l’utilizzo di strumentazioni molto costose di cui si ha la necessità per eseguire delle “analisi essenziali per la totale comprensione delle variabili in gioco” (http://www.progettomeg.it/FFredda.htm). I militari hanno avuto la bella idea di sostituire l’uranio al palladio nella reazione con il deuterio, creando nuove armi, utilizzate nella guerra in Iraq, in grado di fondere i carri armati e polverizzare completamente i corpi umani. Le esplosioni hanno come prodotto l’uranio impoverito trovato poi sul terreno. Un ingegnere tedesco che aveva analizzato i resti dei carri armati distrutti in Iraq fu arrestato al rientro in Germania e gli fu sequestrato il materiale.

Fenomeni simili non sembrano isolati. Le sorti della maggior parte degli scienziati pare legata al benvolere del mondo militare. Gran parte dei fondi pubblici per la ricerca arriva dal settore militare. Onoreficenze come i Premi Nobel, riviste scientifiche sono stati spesso negate a nomi, come il ricercatore italiano Occhialini, ostili al mondo militare. Gli scienziati che non vogliono vedersi tagliati i finanziamenti non devono occuparsi di argomenti come la fusione fredda se non nelle sedi giuste.

Nel 1999 Carlo Rubbia, appena nominato presidente dell’Enena commissionò una ricerca ad un gruppo di ricercatori dell’ENEA di Frascati, fra i quali Emilio Del Giudice, Antonella De Ninno e Antonio Frattolillo. Seguì da vicino la ricerca e fu prodigo di consigli. In pochi giorni il suo atteggiamento cambiò radicalmente, fu irreperibile e i ricercatori affermano che i contatti con lui si interruppero, ed i successivi tentativi di avere una risposta fallirono e la ricerca fu archiviata dall’Enea nel famoso Rapporto 41 e insabbiata. Stessa parabola seguì l’interessamento dell’EDF e dei ricercatori che si occupano in Francia di energia atomica, che andarono a spiare i ricercatori italiani che pensavano invece in una collaborazione, ma a questo non fece seguito nulla.

La vicenda della fusione fredda è dunque la dimostrazione di come non si abbia garanzia che la scienza sia sinonimo di ricerca di verità perché di essa si sono impadronite mani che vogliono perseguire interessi divergenti dal benessere collettivo.