Personalizzare l’aspetto di ogni sezione del sito con Gantry5 in Joomla

Gantry è un framework di gestione dei template per Joomla e Worpress. Esso consente, anziché di avere un template preimpostato, di avere una sorta di generatore di template, in modo tale da poter ottenere illimitate possibilità di gestione di layout, stili e tante altre funzionalità delle nostre pagine web, alla portata sia di chi è in grado di destreggiarsi con, ad esempio, i fogli di stile Css, sia di chi si limita ad utilizzare le funzionalità messe a disposizione dalla componente Gantry5.

Qui vi descrivo un esempio di personalizzazione dell’aspetto di una sezione di un sito web, in particolare l’applicazione di uno sfondo ad una pagina legata ad una voce di menu.

L’esempio è effettuato su redlightskyscraper.com , il sito web del gruppo musicale Red Light, Skyscraper! , genere post-rock

Qui di seguito i passaggi da effettuare per aggiungere una immagine di sfondo ad una pagina. In questo caso si tratta della pagina associata alla voce del menu Joomla, denominata “Shop”.

 

Introduzione al CRM, la gestione della relazione con il cliente

Il CRM Customer Relationship Management

Il CRM è quell’insieme di strumenti che consentono all’azienda di tenere traccia di tutte le azioni che vengono compiute nella storia della relazione con il proprio parco clienti e con i potenziali nuovi clienti. Si tratta di un’attività di gestione che tipicamente ci mette in condizioni non solo di tenere memoria degli eventi che sostanziano il dipanarsi di una relazione, ma anche di sviluppare una strategia di controllo delle attività e monitoraggio dell’approccio al mercato. Si tratta di un controllo effettuato in maniera strutturata rispetto al caso in cui non utilizzassimo alcuno strumento e procedessimo secondo altre logiche. Qui non può che entrare in campo l’information technology, con tutte le relative potenzialità, per cui ci riferiamo a software.

Le principali attività gestite con un software CRM

Prima di tutto l’esigenza è avere un archivio centrale unico e sempre aggiornato dei dati anagrafici dei contatti che sia sempre aggiornato con i dati sia dei clienti che dei potenziali clienti in modo da assicurare a tutti i soggetti coinvolti una accesso a tali informazioni, ad esempio per programmare eventi futuri, affidare un promemoria al venditore circa l’attività da compiere nei confronti di un determinato cliente, programmare di campagne di marketing etc.

Di fondamentale importanza è concentrare nel sistema di CRM lo storico della corrispondenza, in particolare via e-mail. Ciò rappresenta un asset informativo importante perché offre la possibilità all’azienda di poter ricostruire il succedersi degli eventi, delle azioni compiute da entrambe le parti, visto che la gran parte della comunicazione nelle aziende avviene oggi via e-mail.

Gestire Campagne Marketing: la possibilità di inviare email massive non è semplicemente uno strumento per raggiungere una serie di soggetti con un messaggio e-mail velocemente e con un’unica azione. Se lo strumento di CRM è in grado di offrire una segmentazione dei clienti e potenziali clienti le campagne e-mail saranno allo stesso tempo massive ma mirate, cioè contestualizzate alla tipologia di interlocutore che abbiamo a di fronte, alle informazioni che ha scelto di ricevere o che ipotizziamo possa ritenere utili.

Tenere nota delle telefonate effettuate e ricevute:
il telefono, benché impegnativo, rimane ancora uno strumento importante nelle attività quotidiane che caratterizzano il rapporto con i clienti. Una traccia storica delle telefonate aiuta la condivisione delle informazioni, fornite e ricevute durante le chiamate, con tutta l’azienda ed al tempo stesso avere la possibilità di capire ciò che è stato detto e la comunicazione che è intercorsa con ciascun cliente.

Comunicare appuntamenti:
Gli appuntamenti che vengono fissati possono interessare sia l’area commerciale che le attività sui clienti effettuate dopo la vendita, come l’assistenza clienti ed altri tipi di interventi effettuati presso i clienti. Far confluire tutti gli appuntamenti in una base dati unica può avere diversi motivi di utilità, sia a livello operativo che di controllo.

Misurazione
Capire quali sono state le prestazioni di una determinata campagna di marketing. Spesso il marketing lavora su una serie di idee ed iniziative, però non sempre è facile capire quali tra queste azioni ha prodotto risultati più o meno interessanti.

Documentazione
Con una soluzione software CRM è possibile creare un sistema di gestione documentale per tutti i soggetti obiettivo delle nostre azioni. Alla scheda di un cliente, ad esempio, sono associate, assieme ai dati anagrafici, agli appuntamenti, anche tutta la documentazione che è stata scambiata con il soggetto.

Elemento portante del CRM è il supporto alla fase di vendita.
Tenere traccia delle opportunità di vendita è sicuramente una delle pietre miliari da tenere presente quando implementiamo un sistema di CRM. Ciò significa fornire al venditore uno strumento per essere focalizzati per avere un controllo su tutto ciò che fanno nell’attività commerciale. Avere una visione completa e precisa delle trattative e delle opportunità di vendita in essere aiuta a non farsi trovare preparati di fronte alla possibilità di chiudere una vendita al momento giusto e secondo le giuste modalità, senza, ad esempio, abbandonare un potenziale cliente che si era quasi conquistato.

Effettuare delle previsioni
La previsione è un’attività che, soprattutto in capo alla direzione vendite, grazie al CRM, può svolgersi avendo come base dei dati possano mettere in condizione di capire dove si andrà a parare, ad esempio con i livelli di vendite alla chiusura di una scadenza mensile o trimestrale.

Il CRM si può estendere oltre la fase di acquisizione di nuovi clienti e nella fase della vendita, in quanto può occuparsi della fase della gestione della fase post vendita, tipicamente l’assistenza. Il cliente acquisito è infatti una fonte preziosa di ulteriori opportunità per l’azienda.

Perché utilizzare un CRM

Venditori
Il venditore è sicuramente uno degli attori principalmente coinvolti nell’uso di questo sistema. Egli, utilizzando bene il CRM, ha come primo strumento di operatività il controllo delle trattative. Stare focalizzati, avere chiaro ciò che stiamo facendo e dove è opportuno puntare e dedicare maggiore attenzione ed al tempo stesso avere una visione storica di tutte le attività commerciali che stiamo ponendo in essere, senza dimenticare nulla, gestire puntualmente le risposte ai clienti ed avere il controllo della propria attività.

Direzione commerciale
L’attività previsionale interessa la direzione commerciale che può avere una forma di cruscotto, con dei numeri che indicano dove potremo arrivare nei priossimi mesi ed al tempo stesso avere un
controllo dell’attività non in termini negativi ma positivi con lo scopo di aiutare il venditore circa le difficoltà o le problematiche che sta incontrando, con l’obiettivo di risolverle assieme a lui.
Altra esigenza è la condivisione delle informazioni (conoscenze ed esperienze) con tutta la struttura di vendita. Ciò assume un valore importante nella strategia di implementazione di un crm.

Marketing
Il reparto marketing ha a disposizione uno strumento in grado di misurare i risultati delle iniziative messe in campo. Si tratta di un aspetto molto importante. Gli strumenti oggi a disposizione offrono un grande aiuto al fine di capire cosa è stato fatto, come lo abbiamo fatto, dove siamo arrivati.
Al tempo stesso il CRM, utilizzato correttamente, aiuta anche a mettere un po’ più in contatto, in relazione, quello che vede il marketing rispetto a quello che fa il settore vendite.
Vi sono infatti situazioni in cui il marketing può essere rappresentato come un ambito che vola molto alto, con sofisticate strategie di alto livello, mentre il venditore, colui che tutti i giorni si trova giù, sul campo, nell’arena quotidiana del mercato, ha una visione molto diversa, avendo una realtà con cui confrontarsi molto differente.
La visione strategica del marketing andrebbe invece allineata con l’aspetto operativo delle vendite. Con il CRM tale collegamento può avvenire in maniera più agevole.

Settore IT
L’ingresso in azienda di un software non può non coinvolgere il reparto IT. Il responsabile dei sistemi informativi deve gestire un unico software integrato, senza coinvolgere diversi strumenti. Ciò rappresenta una semplificazione. Se il CRM poi è in cloud, anche l’onere di gestione e manutenzione dei server viene alleviato, in quanto tutto è gestito dal provider del software.
Gli utenti possono gestire la totalità delle operazioni, o quasi.

La soluzione software ideale per il CRM deveoffrire tutti gli strumenti per fare automazione della forza vendite, ossia velocizzare e rendere immediati una serie di passaggi in modo da creare efficienza sull’attività dei venditori

La direzione commerciale ha uno strumento di misurazione delle perfomance di vendita che può oggettivamente avere una visione dell’andamento dell’azienda sul mercato di sbocco, in modo tale poter effettuare delle decisioni ponderate, come apportare miglioramenti nella propria strategia.

Un unico sistema integrato si occupa della gestione delle attività e unisce l’operatività di tutti i soggetti, ognuno dei quali sa di cosa si deve occupare, e il software è in grado di evidenziare cosa è stato fatto, con quale stato di avanzamento ed i relativi risultati.

Un sistema di automazione avanzata è poi in grado di introdurre un processo di workflow management, cioè innestare delle regole e degli automatismi in modo tale che il sistema lavori per noi nel far scattare determinate procedure, avvisarci di determinati eventi, costruire determinati flussi di dati. Un esempio tipico può essere un nominativo che giunge da un form presente sul sito internet e che viene automaticamente assegnato al venditore che si occupa della zona di provenienza del nuovo lead. In tal modo il flusso dei dati è velocizzato e controllato con un miglioramento generale delle attività. Nel caso specifico, tra l’altro, la fase di inserimento di dati è effettuata dallo stesso utente che si è registrato.
Allo stesso modo possono essere automatizzati altri eventi, in altri ambiti dell’area marketing e vendite.

Di fondamentale importanza sono gli strumenti di reportistica integrati all’interno del software di CRM, in mood tale da avere dei resoconti circa gli eventi successi, sintetizzati in un report di stampa.

I notai e la Blockchain

La Blockchain è stata pensata, oltre che per il bitcoin e le altre criptovalute, proprio per disintermediare la burocrazia, gli autenticatori e i tenutari di registri di atti di dominio pubblico. I notai, che incarnano perfettamente queste categorie, cosa fanno? Si inventano la Blockchain intermediata: Notarchain! Una contraddizione in termini. Sarà che hanno paura di perdere il loro privilegio di casta?

Sono graditi commenti…

Intelligenza artificiale: qual è il limite da non superare

L’intelligenza artificiale partendo da zero è ancora più imbattibile nel complicato gioco cinese Go. La macchina riesce ad imparare ed elaborare delle mosse incomprensibili al cervello umano perché troppo complesse. L’attività umana non è però fatta di soli giochi da tavolo. E’ possibile affidare a queste macchine argomenti che mettano a rischio il nostro libero arbitrio? Una macchina del genere potrebbe imparare su di noi molto più di quanto immaginiamo, analizzando in modo avanzato i nostri dati e i nostri comportamenti online, prevedendo ciascuno di noi come si comporterà ed eventualmente agendo per condizionarci. Accadrà anche questo?

Questa è la traccia di un articolo in progress.

Sono graditi commenti

Il video virale della banca. Manca cultura aziendale

Mentre scrivo, gli spietati meccanismi di Google mi restituiscono per la chiave di ricerca “Katia” come a tre giorni dall’evento almeno 3 suggerimenti di ricerca sui primi 5  riguardano la vicenda di Katia , direttrice di una filiale di Banca Intesa, e il video motivazionale ad uso interno per creare team-building, secondo la strategia di employer branding, girato con i suoi colleghi bancari. In altre parole, si tratta di strategie di marketing e comunicazione interna, dove il target è circoscritto all’interno del perimetro aziendale. Peccato che questa volta qualcosa non abbia funzionato.


Il video è stato diffuso in rete, ma non solo. Una volta decontestulizzato e inserito nel circo Barnum che è diventato oggi il web, si sono sommati una serie di fattori che hanno innescato una bomba in termini di diffusione virale.
Effettuando una ricerca ristretta per date, l’esplosione si ha il 3 ottobre verso le 17, accompagnata da un repentino crollo in borsa del titolo azionario di Banca Intesa.

Come mai si è verificata questa diffusione virale, per di più non immediatamente dopo la realizzazione del video? Nulla accade a caso, e conviene leggere la vicenda nel contesto in cui si verifica.

Quanto accaduto ha pesanti risvolti sia sul piano aziendale che personale. A livello personale il volto, la voce, il nome ed il cognome resteranno potenzialmente, ma indelebilmente, legati a questa vicenda. Non c’è cancellazione di file possibile quando un contenuto è diventato virale, ed è un problema quando la viralità è avvenuta con una accezione volta a mettere in ridicolo, anche tramite dei meme, i personaggi presenti nel video, ma in particolare la direttrice della banca.

Il diritto all’oblìo, che in questo caso è stato probabilmente fatto valere

Cercando si Google il nome ed il cognome di Katia Ghirardi appare questo messaggio

Cercando si Google il nome ed il cognome di Katia Ghirardi appare questo messaggio

, non tutela dalla diffusione di meme virali che avviene nel giro di poche ore, ma agisce solo a cose fatte, quando la collettività ha già introiettato l’evento. Andrebbe istituito il diritto all’immunità dalla viralità, ma i tempi d’intervento sarebbero talmente ristretti che l’unica arma a disposizione ora è la prevenzione.

La vicenda si è trasformata in un caso di cyberbullismo, con attacchi di ogni tipo alla pagina Facebook, con buona pace di chi pensa che il fenomeno possa essere limitato alle scuole, o, in ogni caso, a cose da ragazzini.

La pressione psicologica e mediatica sulla persona è enorme. Selvaggia Lucarelli ha ragione a paventare il rischio “Cantone”, una vittima, suicida, di questi fenomeni, ma c’era davvero bisogno di dirlo?

Di video simili magari ne esistono anche altri, sugli smartphone degli italiani, come tante bombe innescate ma non ancora esplose.

Non esiste la ricetta magica per il video virale, in modo tale che chi voglia procurare o prevenire tale effetto possa agire di conseguenza. C’è, forse, una componente di casualità. Forse la manina di qualche sito con buona visibilità, in cerca di notizie pepate acchiappa-click, ha innescato quella massa critica di pubblico in grado di far cadere la valanga. Oppure, il video, così come è concepito, i tempi, le facce, la canzoncina, la gestualità, contiene inconsapevolmente alcuni elementi, un mix che funziona, il ritmo di uno spot pubblicitario, e, al contempo, quegli ingredienti  che destano l’”ilarità generale”: le facce, le voci, l’abbigliamento, la tecnica di ripresa, la tortina che sono tipiche della persona della strada messa in un contesto che le è assolutamente estraneo. Il mix evidentemente è stato micidiale.

Il rimedio ai danni è impresa difficoltosa. Ricostruire la vita digitale è possibile, avviene piano piano, passata la buriana, ma il nome e il cognome non sarà mai cancellato. Già si possono immaginare esperti di comunicazione che intendono prendere questo caso come esempio da portare nelle loro slide nei corsi sulla reputazione aziendale on-line come epic-fail. Insomma un caso di scuola. ed in effetti si tratterebbe di un caso perfetto per una lezione scolastica sulla consapevolezza in rete.

Magari la direttrice dovrebbe cambiare nome, cambiare vita. Oppure cavalcare l’onda e diventare un personaggio da talk show. Troppo per un impiegato di banca.

E’ banale affermarlo, ma l’unico modo per evitare di cadere in questi vortici è non farsi riprendere, quanto meno da protagonisti.

Una dato è certo. Anche se la direttrice ed i suoi colleghi hanno peccato forse di ingenuità e dabbenaggine nel diffondere il video, la responsabilità della sua azienda, quella di non aver specificato che il video doveva rimanere sotto il controllo della gestione aziendale, è innegabile. Soprattutto è stata concepita una iniziativa di cui non si sono preventivati i rischi. Peraltro, è stata la banca stessa ad incoraggiare l’utilizzo di uno smartphone per realizzare il video. Nella locandina, redatta per promuovere l’iniziativa presso i dipendenti, si incoraggiano quasi a realizzare un video naif: “Non cerchiamo il nuovo Fellini, non serve Mastroianni”.

Il poster che invita le filiali a realizzare un video originale, corale, ironico.

Insomma, la valorizzazione del dilettantismo. Inoltrare un video, se questo è reso disponibile sugli smartphone dei protagonisti, è un’operazione talmente semplice che non può non essere tenuta in conto, perché non si può pretendere che impiegati a digiuno magari di qualsiasi cognizione di come funzioni oggi la rete, non cadano in tentazione e non lo condividano con un partner, un figlio, un amico. Da lì il passo verso il circo Barnum è breve.

Tenere segreti contenuti aziendali oggi è oltremodo difficile. Realtà strutturate, con persone che nel lavoro hanno piena contezza di come funzionino le dinamiche della rete, preferiscono rendere l’azienda una casa di vetro, anzi fanno tesoro, con tanto di blog, del racconto che ogni membro di un progetto fa del proprio contributo alla macchina aziendale. Si tratta di realtà che lavorano con tale professionalità che rendere pubblico all’interno ed all’esterno i propri metodi, la propria missione, i propri obiettivi è una creazione di valore, e un rinforzo per il brand. Secondo questa logica, ciò che invece viene tenuto riservato, può sempre dare adito a congetture di ogni tipo. Nel caso in cui, invece, non si sia avuto questo processo che è, al contempo, di strutturazione di processi e consapevolezza delle persone che in essi sono inserite, allora è opportuno porre un limite, correre in qualche modo ai ripari, per tutelare le persone coinvolte.

Il caso in oggetto, invece, sembra un revival di tecniche motivazionali in voga dagli anni 60 e 70 in Usa, e che ci si aspetta di trovare ormai solo nelle reti commerciali di venditori di aspirapolveri, beveroni per dimagrire, costruite magari con le catene di sant’Antonio e basate su quelle riunioni dove si reclutano i nuovi venditori a suon di musica ad alto volume ed applausi forzati.

L’obiettivo di queste tecniche “corporate” è quello di stimolare nei partecipanti la capacità di stare in gruppo, nel quale creare un clima di fiducia. Una grande famiglia come viene cantato nel video virale di Banca Intesa, proprio mentre la famiglia perde i connotati di nucleo fondante della società e ospita spesso orrendi crimini.

Per raggiungere questo risultato i metodi usati sembrano davvero tratti da un film di Fantozzi. Non manca davvero nulla. Il Filini entusiasta, il gran capo che all’interno dell’organigramma viene ad assumere, per proprio volere e per lo zelante impegno dei sottoposti, le sembianze di un dio aziendale, le donne procaci, il Fantozzi vittima designata e umiliata, la cui personalità quotidiana è lontana anni luce dalle attività di Team Building.

E’ così che i dipendenti sono costretti ad accettare anche le situazioni più strampalate.

Travestimenti, canti, balli, e spettacoli di vario tipo devono svolgersi davanti a tutti.

Urla di guerra in stile rugby neozelandese, cene aziendali con delitto, percorsi di guerra, concorsi di fotografia o video, partite di calcio, tennis o altri sport dove i dipendenti devono fare tutti gli sforzi possibili per far vincere il capo.

In questi eventi, durante i quali mariti e moglie sono banditi, ufficialmente per esigenze di budget, è d’obbligo socializzare a tutti i costi e si verificano situazioni di imbarazzante promiscuità. Ci sono fior di professionisti del settore che hanno a lungo lavorato per organizzare tali eventi e sono stati anche pagati per fare opera di post-produzione sui video raffiguranti questi eventi perché dovevano essere ripuliti da amanti troppo vicini ai capi, persone licenziate di lì a poco, persone in stati pietosi di ubriachezza. In situazioni di tale licenziosità, il tema “io ci sto” rischia di diventare molto scivoloso se recitato di fronte al gran capo.

La vicenda è triste perché racconta di una realtà aziendale, quella italiana, che in molti casi manca di cultura imprenditoriale, cultura della rete, professionalità, consapevolezza di ciò che si sta facendo. La seriosità e la formalità forse non sono più un valore imprescindibile e l’abbigliamento formale non sono più un must e va bene così. Qui però manca la sostanza. Mancano struttura, regole, etica aziendale. Abbondano i capi che vogliono fare i padroni e i sottoposti, in una posizione di sudditanza, sono pressati in tutti i modi per il raggiungimento degli obiettivi, senza che vengano forniti loro i migliori strumenti possibili, tra i quali la formazione, il tempo e gli incentivi tali da raggiungere tali risultati in condizioni umane. L’azienda però deve creare attorno a sé e dentro di sé una immagine etica, presentabile, socialmente responsabile. Questo obiettivo però viene cercato di solito con la tecnica del panettoncino di Natale o con iniziative di Responsabilità sociale d’impresa (CSR) e di Employer Branding che hanno molto il sapore di una infrastruttura di carta pesta, bellissima, ma sotto la quale si nasconde il nulla, o peggio realtà di organizzazione aziendale retrograda e disattenta rispetto, ad esempio, al benessere dei principali stakeholder aziendali, i dipendenti.

Nel caso specifico, per far sentire il team una grande famiglia era proprio necessario organizzare un contest di video? Non si può rafforzare le relazioni nel team in altri modi, coinvolgendo dei professionisti ad esempio del coaching? Non si poteva rendere chiaro, in maniera forte e fin dall’inizio, che i video erano ad uso interno? Non si poteva affiancare ai dipendenti dei professionisti della comunicazione?

Non è meglio puntare, ad esempio, sulla qualità della vita sul luogo di lavoro? Si ricorda qualcuno che la vita dei lavoratori non si esaurisce con il loro ruolo professionale e che ciascuna personalità va rispettata e valorizzata per quello che è, puntando sui punti di forza di ciascuno?

Purtroppo si tratta di interrogativi che si pongono in pochi. I manager o i proprietari d’azienda invece sono ossessionati dal risultato fine a sé stesso ed a breve termine, e sono poco disposti a mettere mano radicalmente alle logiche organizzative sbagliate quando il risultato delude.

Si concentrano invece troppo sul marketing. L’Italia pare essere diventato un paese di venditori. Siamo bombardati dal pushing. Telefonate, messaggi, spot, offerte messe in  atto da lavoratori pressati per il raggiungimento del target. La relazione tra chi pressa e chi viene pressato è difficile. Meno ci si preoccupa del fatto che il bene o il servizio proposto sia davvero utile, appetibile, di qualità.

Le stesse banche hanno negli ultimi anni cambiato radicalmente le proprie strategie. il personale, in precedenza dislocato nell’ambito di un ventaglio ampio di attività, viene tendenzialmente concentrato verso l’attività di vendita. Spesso pare di trovarsi in un call-center. Non solo si vendono i prodotti bancari, con forte pressione sui risultati , secondo logiche eccessivamente competitive, con incentivi alla competizione tra colleghi ed alla mancata applicazione delle regole con atteggiamenti spregiudicati, ma si mettono in campo campagne di marketing per la vendita di prodotti estranei al mondo bancario: smartphone, tablet, attrezzi fitness, polizze auto, e chi più ne ha più ne metta. Persino il layout degli sportelli bancari è stato riconfigurato a favore di un approccio più filo-marketing. Si è passati dal bancone che separava l’impiegato dal cliente, in un passato non tanto lontano provvisto anche di vetro a tutela della riservatezza e della sicurezza, ad un’approccio più friendly al cliente, che secondo le solite regole del marketing deve essere seduto a fianco al fianco con il venditore, senza ostacoli che si frappongono fra loro, come uniti in un sodalizio verso un obiettivo comune.

Anni di esperienza, maturata in anni di studio e di lavoro, in contesti, è vero, più grigi e monotoni di quelli di oggi, sembrano dover essere messi da parte.

Leggendo la vicenda del video bancario di Castiglione delle Stiviere secondo questa ottica, che va a notare cosa accade davvero nelle aziende italiane e che in pochi hanno l’ardire di raccontare, si può avere una chiave di lettura più chiara.

Non è da escludere, andando a soppesare l’atteggiamento dei protagonisti a freddo, che la diffusione di questi video in rete sia stata velatamente tollerata o incoraggiata, prospettandosi una campagna virale a basso costo per la serie “l’importante che se ne parli”, non del tutto incoerente con il cambio di paradigma nel marketing bancario verso una tendenza friendly, paragonabile agli spot Buondì Motta. La banca, pur con una posizione di difesa verso la dipendente (“Katia non è mai stata sola”) a dir poco tardiva, non pare aver avuto reazioni scomposte, con teste che rotolano, e tutele legali nei confronti dei siti che hanno innescato la bomba. La stessa Katia, presentatasi regolarmente in ufficio nonostante l’assedio in strada da parte di giornalisti e curiosi, potrebbe essere stata fortemente tranquillizzata dall’istituto di credito, anche se non sappiamo se ciò sia avvenuto con dei complimenti per l’obiettivo raggiunto, oppure con delle scuse ed una conferma di fiducia. Si può affermare che la viralità fosse cercata?

Ossessione sicurezza. Preleveremo i bambini da scuola con Face-ID?

FaceID il riconoscimento facciale potrebbe placare la nostra ossessione per la sicurezza?

FaceID il riconoscimento facciale potrebbe placare la nostra ossessione per la sicurezza?

L’ossessione per la sicurezza al 100% porterà all’invasività delle macchine e alla umana inettitudine?

La sicurezza è un bisogno che per induzione o per autoconvincimento si sta radicando nella società e la tendenza

non si limita alla questione immigrazione. Tra gli “oggetti” che più fomentano l’ansia o la paranoia da sicurezza ci sono i bambini. Tra i luoghi più a rischio ci sono il web e la strada. Per i bambini, la strada, i parchi, insomma, l’aria aperta, sono luoghi spesso off-limits, se non con i dovuti controlli, secondo la percezione che le famiglie hanno attualmente della sicurezza.

Tra le situazioni che destano maggiore ansia c’è l’uscita dei bambini da scuola, in quanto c’è un passaggio di responsabilità dal personale scolastico ai genitori, o chi per loro è delegato per perfezionare l’operazione.

Il “Prelievo” (sì, si chiama così) dei bambini a scuola in maniera sicura è una questione inestricabile, come le elezioni online che, non a caso, in quanto hackerabili da una persona malintenzionata, si svolgono ancora con carta e matita. Inestricabile perché, in linea teorica, la sicurezza al 100% non può essere garantita, e tendere verso il 100% può risultare oltremodo oneroso.

Nei casi in cui i dirigenti scolastici hanno scelto la pedissequa applicazione di norme ordinarie e l’adozione di regole interne fortemente restrittive, ciò va a scontrarsi con la reale applicabilità di un simile regime di tutela, anche perché, stando alle leggi, esso dovrebbe estendersi fino ai 18 anni non compiuti, salvo espresso consenso dei genitori dalle scuole medie in poi.

Le strade sono due: quella dei miei tempi, quando a scuola andavo da solo e a piedi, e quella che pretende di tutelare l’operazione fino all’estremo di oggi, in maniera cervellotica, ma comunque insufficiente allo scopo. L’attenzione si concentra sulle persone delegate dai genitori a presentarsi all’uscita da scuola. Si obbligano le famiglie a presentare in originale i documenti di identità del delegato, con un modulo di domanda corredata con firma e numero di telefono. La scuola effettua una copia, utilizzata successivamente per controllare l’identità al prelievo del bambino confrontando il documento depositato con quello presentato dal delegato stesso. Nulla viene fatto però per identificare i genitori. Per loro gli insegnanti o il personale scolastico si basano sull’identificazione visiva della persona, anche nei primi giorni di scuola. Per di più l’operazione è effettuata in condizioni di ressa, con bambini che non vedono l’ora di correre fuori dai cancelli. Confrontare un documento di identità con la copia che si detiene in archivio non è un’operazione che si può effettuare in maniera massiva per decine o centinaia di scolari basandosi su copie cartacee da consultare una per una. Inoltre, non garantisce da falsificazioni di documenti. Andrebbe verificato anche in quali condizioni avviene il deposito dei documenti di identità. E’ plausibile infatti che l’operazione avvenga con file di genitori che sbuffano e mettono fretta all’impiegato di turno, occupato più che altro a verificare le carte di identità dei delegati ed effettuare fotocopie e riempire moduli, più che a verificare l’identità di chi si qualifica come genitore dell’alunno e che per una percentuale che tende al 100% dei casi lo è davvero. A me è personalmente capitato di presentare l’autorizzazione corredata con documenti di identità dei delegati, senza essere io stesso identificato, fatta salva l’apposizione della mia firma. Qualcuno avrebbe potuto apporre una firma e presentare al posto mio dei documenti. Per di più, nel caso concreto in cui ho delegato qualcuno a prelevare mio figlio all’uscita, previa mia annotazione sul diario, nessuno ha chiesto di visionare il documento di identità, né tanto meno le generalità, del delegato. Chiunque avrebbe potuto hackerare la mia decisione di delegare il prelievo del bambino in quel giorno specifico ed avrebbe potuto presentarsi all’uscita. Un classico caso di non applicazione di regole stringenti.

Nella remota ipotesi in cui un malintenzionato intenda rapire un bambino, non sono dunque questi metodi che possano garantire la sicurezza assoluta. Si tratterebbe di persone scaltre, che considerano i metodi di azione più impensabili, magari studiano anche il web e i social networks per ottenere informazioni utili per un potenziale rapimento. Si tratta di ipotesi remote, ma che qualcuno ha analizzato, in particolare Matteo Flora con il video su Youtube dal titolo “Come rapire Martina, 5 anni, ai giardinetti…”, https://www.youtube.com/watch?v=Yg1gWyY8fDw  dove è spiegato come, in linea teorica, Flora potrebbe rapire la figlia di un suo conoscente utilizzando le informazioni condivise dai genitori in rete: foto geolocalizzate, gusti della bambina in fatto di personaggi tv, orari, ed altro. Beh, anche i sistemi di sicurezza messi in campo dalle scuole sono di dominio pubblico e il nostro malintenzionato potrebbe mettere in campo una strategia basata  sulle ampie discussioni in rete, compreso questo articolo, sull’argomento e su strategie che sono state definite di “Social Engineering Frauds”, quelle che hanno consentito ad un hacker di farsi bonificare 500.000 Euro da un rappresentante di Confindustria presso l’Unione Europea, Gianfranco dell’Alba. Si tratta di strategie criminali che in realtà hanno a che fare più con la psicologia che con l’hacking informatico, in quanto eseguono la truffa ingannando, e manipolando le vittime per ottenere  informazioni o denaro, utilizzando semplici messaggi di posta elettronica o tramite siti di social networking, il telefono o persino incontri di persona, che servono a intessere una relazione personale tale da poter carpire la fiducia e sfruttare tutte le vulnerabilità identificate nelle procedure.

Nella realtà accade che i problemi all’uscita di scuola riguardano maggiormente disorganizzazione e dissidi interni alle famiglie, piuttosto che al classico maniaco sessuale di strada, per cui al massimo si può verificare che nessuno si presenti a scuola a prelevare il bambino, che le telefonate a genitori e delegati falliscano, con lo scenario di prassi che prevede l’intervento di polizia municipale o, udite udite, gli assistenti sociali. Inoltre si può supporre che la probabilità di un evento come quello classico nell’immaginario, cioè il rapimento, sia meno probabile rispetto ad atti di violenza, fisica ma soprattutto psicologica, perpetrati all’interno della cerchia del personale scolastico, o dei pari,  oppure danni derivanti da errori o negligenza nella applicazione delle regole. Regole stringenti appaiono più funzionali alla attribuzione delle responsabilità a questo o quel soggetto, piuttosto che alla prevenzione di eventi avversi. La sicurezza dunque è perfettamente prevista sulla carta, ma assente nei fatti.

Se si pretende che la sicurezza si avvicini in maniera significativa al 100% è inevitabile che ci si affidi alle macchine. Ed in uno scenario così, allo stesso tempo, cervellotico, perché burocratizzato, e irrazionale, forse è il male minore. Una delle ipotesi percorribili in un futuro non troppo lontano potrebbe essere quella della identificazione elettronica dei dati biometrici, in alternativa ai classici sistemi di identificazione oggi esistenti o possibili (tessere magnetiche, QRcode, etc.). Può sembrare una soluzione fantascientifica quella di leggere le impronte digitali, o meglio ancora, una mappa tridimensionale del viso o altre mappe biometriche di chi preleva i bambini a scuola prima che il bambino esca, ma dobbiamo considerare che il Touch-ID o il nuovo sistema Face-ID, basato su algoritmi di Machine Learning, introdotti per i pionieri acquirenti degli ultimi smartphone sul mercato, funzionano bene, sono veloci, hanno una percentuale elevatissima di esattezza del riconoscimento (si dice 1 errore su un milione), stanno sempre di più entrando nelle abitudini della popolazione di tutto il mondo, e fanno parte dell’equipaggiamento dell’ultimo IPhone X. Inoltre, tralasciando gli aspetti relativi alla privatezza dei dati, quando viene a rendersi disponibile una nuova tecnologia o una nuova possibilità prima non esistente, in genere c’è sempre qualcuno disposto ad utilizzarla, anche se socialmente inaccettabile. L’uscita da scuola dovrebbe avvenire, in quel caso, imponendo alla coppia genitore/bambino o delegato/bambino di passare fisicamente attraverso una sorta di tornello virtuale dove le due persone si trovano di fronte un automatismo dotato di un sistema, simile a Face-ID, che effettua una scansione del viso dell’adulto e del minore posti l’uno a fianco all’altro, e solo se tale scansione corrisponde ai dati precedentemente depositati in archivio la porta si apre. Aggiungiamo che, magari, la scansione potrebbe anche “studiare” le espressioni del viso per verificare eventuali stati d’animo che possano destare qualche sospetto.Dicevo, questa è la seconda delle due strade percorribili.

La prima strada è quella dei vecchi tempi, quando si accettava una fisiologica e minima dose di rischio, perché è così, fa parte della vita. Il paese è piccolo, tutti conoscono quel bambino che sta andando da solo a scuola. C’è fiducia. Fiducia innanzitutto nel proprio figlio, un bambino che vive già l’aria aperta e la strada. Conosce in linea di massima ciò che deve fare, cioè semplicemente camminare, compiere lo stesso percorso degli altri giorni, magari scegliere, come facevo io, di volta in volta, il percorso più veloce o più comodo. Con un’espressione forse un po’ in disuso, il bambino degli anni ’70 era in grado di “badare a sé stesso”. Accettare soluzioni alternative, come entrare nella macchina di uno sconosciuto, sarebbe al di fuori dell’ordinaria quotidianità e probabilmente non sarebbe accettato dal bambino.

In passato il concetto di sicurezza era interpretato in maniera totalmente diversa. Conosco persone nate negli anni ’70 che raccontano come durante la giornata a tempo pieno nella scuola di campagna, i bambini si recavano a casa della cuoca e la aiutavano a macellare il coniglio che avrebbero mangiato a pranzo e prima di rientrare in classe andavano al bar a comperare le caramelle al liquore. Il parroco, inoltre, durante le gite fuori porta, caricava tutti a bordo del pulmino e a qualche bambino, ovviamente senza cinture, faceva innestare le marce. Uno scenario, che attualmente avrebbe mobilitato autorità di vario tipo e configurato almeno qualche reato, in tema di minori e non.

E poi, parliamoci chiaro, atti di violenza sono esistiti anche in passato, ma non avvenivano all’uscita di scuola, bensì in luoghi chiusi, come ad esempio le parrocchie o le mura domestiche, ad opera di persone di cui si doveva avere una cieca fiducia.

Nelle scuole inoltre c’è una tendenza alla burocratizzazione delle procedure e si sta creando un fossato sempre più profondo nella relazione tra le famiglie e l’organizzazione scolastica, con colpe da distribuire equamente tra le due fazioni.

La strada percorribile è dunque FaceID oppure l’educazione impartita ai bambini e la fiducia riposta nei loro confronti, un rapporto di fiducia tra le famiglie e il personale scolastico basato sulla conoscenza reciproca, sull’empatia, sull’umanità, da costruire all’inizio della scuola con iniziative, come ad esempio il bus pedonale? In questa seconda ipotesi, il vero Face-ID sarebbero i sorrisi dei bambino di fronte ad adulti più umani. La strada che si è intrapresa di recente è la tutela, da parte dell’intelligenza artificiale, di molte azioni che minano la sicurezza compiute dall’essere umano.

L’esempio migliore è quello delle automobili, per cui si può prevedere che in pochi anni perderemo la capacità di guidare un veicolo, così come abbiamo perso la capacità di condurre un cavallo. Questo perché la tecnologia rende possibili le misure di sicurezza, perché il rischio ha un costo, perché i film di fantascienza che abbiamo visto nei decenni scorsi pare stiano tracciando i reali obiettivi della tecnologia e perché il mercato richiede simili servizi.

Perché diventare un influencer se i follower li ho già sul lavoro?

Diventare un influencer? Che necessità ha un manager, che magari gestisce già una struttura composta da risorse, processi, e soprattutto persone, di diventare un influencer? Non gli è già sufficiente gestire i rapporti con le sue risorse nei social, cosa che già può portare risultati positivi con un impegno già non banale?

Da pareri di persone che hanno esperienza in realtà strutturate a livello internazionale sento che una presenza sul web con un blog istituzionale, che raccolga la narrazione e il dialogo sui processi aziendali è ormai diventata d’obbligo.

Una strutturazione di questo tipo può secernere in maniera più, per così dire, naturale, e forse più efficace, una comunicazione prodotta anche in prima persona dal manager che sia in grado di lasciare il segno.

Una presenza di comunicazione per raccontare qualcosa all’esterno, non è un qualcosa di frivolo, narcisistico, un luogo dove vantarsi e presentare l’immagine di sé che si vorrebbe far apparire per colmare qualche carenza di autostima o, peggio, vuoti nella propria giornata professionale, come paiono essere ormai diventati i social network. Dietro ogni vita professionale, c’è sempre una visione del mondo, un episodio di vita, una scintilla che ci ha scatenato in noi la passione per quello specifico settore, e che ci rende migliori della concorrenza. Non sempre l’esperto di marketing di turno riesce, da solo, a far percepire questo “quid” che può fare la differenza. Se è il manager ad esporsi in prima persona, con il proprio viso, la propria storia, il lettore percepirà che quella realtà aziendale è fatta di persone autentiche che ci mettono la faccia, non un semplice marchio, una persona giuridica, studiati a tavolino.

Si dovrebbe concepire un luogo dove rendere trasparente il proprio lavoro e incanalare e gestire un racconto del processo aziendale cui si partecipa, evitando che a farlo sia qualcun altro, all’interno o all’esterno. Che sia poi aperto all’esterno o chiuso, fa ormai poca differenza in un mondo dove tenere un segreto sarà sempre impresa sempre più difficile. La temperatura emotiva, la qualità di tale presenza poi sta ad ognuno dosarla. In Italia è troppo diffusa l’idea che raccontare il proprio lavoro sia pericoloso, perché si rivelerebbero chissà quali segreti professionali di cui altri potrebbero approfittare.

Diventare un “Influencer” può avere indubbi vantaggi, perché consente di occupare una scena nella propria nicchia, prima che siano altri a farlo, e diventare la voce di riferimento per la porzione di pubblico che costituisce l’interlocutore ideale.

Diventare un “Influencer” non è un risultato che si ottiene per una propria decisione. Lo decide il mercato dei lettori. Il lettore ti legge se hai qualcosa da dire, ma ti legge meno se dici qualcosa per una decisione presa dall’oggi al domani, magari dietro consiglio di esperti di comunicazione. Ti legge di più se strutturi un sistema gestito di comunicazione del tuo lavoro, e, ovviamente, se hai qualcosa da raccontare, ovvero, se non sei “uno qualunque”.

Social network: l’ignobile baratto tra privacy e curiosità. Le storie di Whatsapp & Co.

Storie whatsapp chi ha visto le mie storie

Storie whatsapp chi ha visto le mie storie

Perché penso che una delle ultime trovata di Zuckerberg & Co., le “storie”, ossia gli aggiornamenti di status di Wathsapp, quelli che dopo 24 ore spariscono, siano un’altro modo deteriore di fare traffico, quindi soldi?

Si parla molto di “Story telling”, “narrazione”, nella convinzione che le persone sentano il bisogno di ascoltare e proporre agli altri dei racconti, piuttosto che fare qualcosa di reale per costruire quel mondo di cui si va raccontando in 10 secondi. Chissà perché la storia poi deve essere effimera, come una bolla di sapone. La moda delle storie che scompaiono, dopo 24 ore, si è allargata da Snapchat a Instagram, Facebook e WhatsApp, ma lascia qualche dubbio: si rinuncia a mantenere il controllo ed archiviare nel proprio dispositivo i contenuti pubblicati (se non si decide di adottare un qualche sistema di salvataggio), mentre il fornitore di servizi, a meno che non ci dimostrino il contrario, e i contatti destinatari (con uno screenshot o applicazioni apposite) possono salvare il tutto, se ne hanno voglia o interesse.

Ciò vale in particolare per i video e le foto ripresi dall’interno dell’applicativo, anziché caricando contenuti realizzati in precedenza.

 

Altro risvolto è quello del trattamento del dato relativo al numero di telefono in un ambito estraneo a quello della chiamata vocale e della messaggistica, ossia il social networking.

Dopo la vicenda del collegamento tra l’account WhatsApp con Facebook, che ha causato polemiche e reazioni come quella del garante della privacy in Germania, WhatsApp lancia le “stories”, così come hanno fatto Facebook e Instagram. 3 applicazioni dello stesso gruppo. Questo dopo il rifiuto di Snapchat di passare sotto l’orbita di Zuckerberg per 3 miliardi di dollari. Il re dei social si è scatenato replicando lo stesso meccanismo su tutte le sue applicazioni. Una sorta di dichiarazione di guerra.

 

Con Stories di WhatsApp, in particolare,  l’applicazione di messaggistica si spinge nempre  territorio del territorio proprio del social networking. Si possono condividere, da febbraio 2017, non solo testi, ma anche immagini e brevi video. La vera novità riguarda i soggetti che saranno abilitati a visualizzare i nostri contenuti:

È sufficiente che un contatto sia registrato, per qualunque motivo, nella nostra rubrica con il numero di telefono cellulare e che la stessa persona abbia registrato il nostro numero nella sua, o che ci sia stato un precedente scambio di messaggi, perché questa persona possa vedere i nostri contenuti e noi possiamo vedere i suoi, anche se si tratta di una persona con la quale non interagiamo da tempo oppure è un contatto con il quale intratteniamo una relazione professionale o non di tipo, per così dire, “social”. Non basta, l’app consente, e questa è la vera novità, anche di sapere chi ha visto il nostro aggiornamento di stato, a patto di aver impostato la privacy in modo da consentire agli altri di vedere la stessa informazione su di noi.

Se, inoltre la persona ha visto un nostro aggiornamento di stato, possiamo dedurre che quella persona ha il nostro numero fra i contatti.

 

È chiaro che queste funzionalità possono essere gestite, selezionando ad esempio chi può vedere gli statius, ma è importante descrivere quali sono le impostazioni di default. In virtù di queste, non è difficile poter immaginare come lo scopo sia quello di far interagire in qualche modo persone che hanno tra loro un legame relazionale debole, ovvero la semplice detenzione del numero di telefono o anche vecchi messaggi. Da lì a stabilire una relazione più profonda, dunque l’amicizia su Facebook, che è la piattaforma fonte di guadagno maggiore per Zuckerberg, il passo è breve.

 

Si tratta di funzionalità che sembrano essere fatte apposta per attrarre utenti nella propria rete, svegliando la curiosità nei confronti di persone di cui magari avevamo dimenticato l’esistenza. Vecchie fiamme in revival? Colleghi curiosi con i quali ci si saluta appena? Sono solo alcuni degli esempi possibili.

Si tratta di una caratteristica, quella della notifica circa chi ha visto le mie storie che neanche Facebook, almeno finora, non ha avuto l’ardire di introdurre per i post ordinari.

 

Ma siamo sicuri che non siano proprio queste features che assecondano la curiosità degli utenti a costituire uno dei motivi per cui una applicazione social ha successo? Si tratta di uno scambio tra cessione di proprie quote di privacy per poter ottenere una simile quota di appagamento della propria curiosità. Se questo scambio non ci sta bene possiamo solo scegliere tra l’abbandono di una o più piattaforme, oppure un paziente lavoro di dosaggio della privacy che non tutti sono disposti a fare.

Lo stesso vale per la doppia spunta blu di notifica su Whatsapp dell’avvenuta lettura del messaggio, che funziona solo se concedi anche tu agli altri di sapere se hai letto i messaggi, e per la notifica degli “amici nelle vicinanze” di Facebook, che funziona solo se tu concedi in pasto a tutti la medesima informazione sulla tua posizione, ovvero informi tutto il mondo dove ti trovi in questo momento, con tanto di notifica se la persona in questione si trova nei tuoi pressi.

Che evoluzione può avere una dinamica di questo tipo portata all’eccesso? I social tendono a far venire fuori relazioni reali o desiderate, a instaurarne sempre di nuove per creare curiosità, engagement, come dicono loro. Gli utenti potrebbero stufarsi di tutta questa emotività, mercificazione e mediatizzazione delle proprie relazioni e della propria socialità oppure ci sarà una progressione portata all’estremo, per cui tutti sapranno e vedranno tutto di tutti, anche l’indicibile?

Gian Ettore Gassani, Presidente dell’AMI, Associazione degli Avvocati Matrimonialisti, ha avuto modo di affermare che se venisse fuori tutto ciò che è contenuto negli smartphone degli italiani, verrebbe giù tutta l’Italia, vi sarebbe un caos totale.

 

I social network non sono il fattore principale che rende le relazioni in questi anni complesse, fluide, fragili, a rischio esplosione, a patto che si sia capaci di distinguere dove finisce la virtualità della propria presenza online, che costituisce il core business di aziende miliardarie, e dove lavorano le migliori menti del mondo, e dove comincia la vecchia relazione interpersonale analogica, fatta con gli organi di senso che si posano direttamente sull’epidermide dell’altro. E’ una lotta impari che finirà, forse, solo quando troveremo, o ci avranno procurato, qualche divertimento più interessante.

Pagella elettronica: perché non piace alle famiglie?

La pagella elettronica non piace affatto ai genitori.
Il malcontento corre sul filo degli ultimi messaggi di fine anno scolastico nei gruppi Whatsapp organizzati dai genitori.

Genitori social, genitori su Whatsapp, su Wikipedia, genitori multitasking.
Il ruolo della madre e del padre di scolari e studenti si fa via via sempre più complesso. Per chi ha familiarità con pc, social e web non è però impossibile stare quanto meno sul pezzo, complici strumenti tecnologici a supporto della didattica.

 

Immagine proveniente dal sito https://vittcaltabiano.files.wordpress.com/2010/01/vittorio-pagella-3-elementare-retro.jpg

La vecchia pagella scolastica scritta a mano con timbro e firma.

Per capire come mai, nonostante ciò, la pagella dematerializzata non piace alle famiglie basta osservare le vecchie pagelle di un tempo.

La pagella elettronica rientra nel contesto della introduzione di processi che tendono a migliorare le procedure con l’obiettivo della razionalità e dell’efficienza.

Tale processo peraltro è ancora incompiuto. Il “Piano per la dematerializzazione delle procedure amministrative in materia di istruzione, universita’ e ricerca”, che doveva seguire l’introduzione del Registro Elettronico in via facoltativa, avvenuta nel 2012, non è ancora partito.
Una interrogazione parlamentare ha anche sollevato dubbi circa la validità giuridica di tali documenti se manca la firma, digitale po meno, dei docenti https://www.anquap.it/categorie03.asp?id=3411

Sul sito web o sull’app per smartphone confluiscono tutti i dati d’interesse per le famiglie: il registro elettronico, con compiti, assenze, ritardi, note disciplinari, compiti assegnati, orario scolastico, i voti di scrutinio, gli orari di ricevimento, fino alla pagella di fine anno con la possibilità di visualizzare i voti e ufficializzare la presa visione, senza neanche il bisogno, per i genitori di recarsi a scuola nel mese di giugno per il ritiro del responso.

Tutto molto efficiente, veloce, al passo con i tempi, ma la pagella elettronica proprio no. Quella non piace alle famiglie. Perché?

D’altronde il file .pdf consente di stampare a proprio piacimento il foglio con i voti, sulla carta che si preferisce, con una grammatura più o meno importante e sull’app si ha memoria, negli anni, dello storico dei voti. E’ comodo. Tutte le informazioni sono a portata di mano, in qualsiasi momento. Almeno dovrebbe essere così, nel caso di mio figlio il registro elettronico mancava di molte informazioni, come ad esempio l’orario scolastico.

Pagella elettronica si scarica online

La pagella si scarica con un click

Per capire come mai la vecchia cara pagella sia rimasta nel cuore e nell’immaginario delle famiglie, basta osservare una di quelle vecchie pagelle di una volta. La pagella, che fosse portatrice di buoni o cattivi voti, era un documento che aveva i crismi della ufficialità. Era vergata a mano dalla perfetta grafia dell’insegnante su un pesante cartoncino. Era come una sorta di mini diploma che sanciva la fine dell’anno scolastico con il suo verdetto inesorabile, con tanto di timbro e firma a mano.

Il genitore si recava a casa in una certa data, tornava e portava dentro casa con un documento che conteneva il verdetto circa il profitto del figlio in quell’anno. Nessuno prima di quella fatidica data era a conoscenza dei voti.

Con la pagella elettronica vengono meno una per una tutte queste caratteristiche. Non c’è l’effetto sorpresa. Il genitore apre l’app, magari in una pausa di lavoro o in tarda serata mentre tutti dormono, e dopo ore, magari la mattina dopo, comunica l’esito a voce, ad esempio edulcorando o rincarando la dose rispetto ad una brutta pagella, oppure tira fuori uno smartphone o un tablet.

Per non parlare del giudizio testuale. Ho scoperto in questi giorni di fine anno scolastico che il giudizio testuale che accompagna i voti non è altro che una traduzione in parole dell’andamento dei voti tra primo e secondo quadrimestre. Il giudizio in altre parole è automaticamente stilato con un algoritmo e solo in alcuni casi gli insegnanti decidono di modificarlo aggiungendo farina del proprio sacco, per usare una espressione a loro cara ai miei tempi. Qualcosa di aberrante.

La scuola di mio figlio Matteo, terza elementare, ha inaugurato quest’anno l’abolizione della pagella cartacea per chi avesse già visionato i voti online. Ed era la stragrande maggioranza delle famiglie. Da parte mia, inizialmente, c’è stata la tentazione di trattare con sufficienza l’atteggiamento ostile dei genitori, andati su tutte le furie quando si è capito che non sarebbe stato consegnato il documento cartaceo. Riflettendoci bene però, non mi sento di dare loro torto. Se proprio occorre continuare con quella che definirei ossessione per la valutazione, allora quanto meno traduciamo in un documento cartaceo l’esito del lavoro fatto durante l’anno e dell’impegno profuso durante l’anno. Magari fatecelo pagare quel pezzo di carta, ma stampatelo. Su una bella carta. Pesante. Senza svilire il giudizio sul lavoro dei nostri figli alla stregua di un videogioco o un post sui social.

Si potrebbe pensare ad una dipendenza dai dispositivi elettronici da parte dei nostri ragazzi, ma i dati dicono che loro amano la carta più di noi. Sono loro a tenere a galla i dati di vendita delle nostre librerie dalla crisi profonda della lettura cartacea. In Italia si legge di più, ma noi adulti leggiamo altro, essenzialmente per via della moda dei social.

Un invito allora: diamoglielo quel pezzo di carta!

 

Bluewhale: anche scuola e sindaci rincorrono le bufale

La scuola italiana, ridicola, alle prese con la bufala #bluewhale rischia di creare danni a causa del fenomeno della emulazione? Si chiama “effetto Werther” e potrebbe essere alimentato da giornali e Tv.
Le reazioni a questa storia mi lasciano esterefatto e vi spiegherò perché, a mio avviso, è meglio che in questo caso la scuola non faccia nulla. La scuola italiana rischia infatti di cadere in un tranello, ma un tranello che essa stessa sta tendendo. Essa pensa di affrontare il problema del bullismo, del cyberbullismo e dei pericoli in rete catechizzando i genitori con degli inutili decaloghi e organizzando degli inutili corsi per gli insegnanti, evidentemente ritenuti non preparati a gestire fenomeni del genere. Ma parliamo di persone che, a volte, a mala pena riescono a mettere in funzione un pc, e c’è da dubitare circa la loro capacità di affrontare fenomeni di una complessità tale da non mettere d’accordo neanche gli addetti ai lavori.
Il risultato è quello di affidare a persone che non hanno le necessarie competenze argomenti così delicati, senza sapere cosa si trovano ad avere fra le mani, mentre in questa materia occorrerebbero professionalità di vario tipo, e un approccio cauto e multidisciplinare. Il suicidio infatti è sempre a rischio emulazione e contagio.
Qual è lo scenario che si pretende di disegnare? Che lo studente bullizzato chieda aiuto agli insegnanti?
Ebbene, a mio avviso, è improbabile che un ragazzo vittima di bullismo si rivolga allo stesso insegnante che lo valuta per chiedergli aiuto. Potrebbe farlo solo con una figura terza, percepita come amica, in grado di metterlo a suo agio perché è professionalmente preparata. Non è un caso che i sistemi scolastici che hanno fatto qualcosa di concreto per affrontare il fenomeno hanno istituito una figura apposita, il counselor, che agisce all’interno della scuola vivendo a stretto contatto con gli alunni. Si veda l’esempio finlandese.
E già preoccupa l’annuncio di sindaci e scuole di iniziative di “prevenzione” “per combattere il nuovo fenomeno Blue Whale”, un po’ come si fa per le epidemie di pidocchi, mentre la soluzione migliore sarebbe, come al solito, lasciare in pace i nostri bambini e ragazzi, non dare loro nuove idee. Chiunque sia genitore sa che non basta dire ad un figlio “non fare” quella cosa.

Nella serie tv statunitense prodotta da Netflix “Tredici” (13 Reasons Why) la figura dello psicologo a scuola assume una connotazione negativa perché non coglie i segnali della decisione della studentessa Hannah Baker di suicidarsi per una storia di bullismo. Figuriamoci quello che può accadere quando quella figura, come in Italia, neanche esiste. Quello che sicuramente mostra con efficacia questa serie tv è la distanza incolmabile tra il mondo degli adulti e quello degli adolescenti. E’ su questo che bisogna organizzare serie riflessioni. Su ciò che accade nei gruppi sociali costruiti non su internet ma racchiusi dentro involucri reali, fatti di mattoni e cemento: le famiglie e le scuole.

Con BlueWhale Challenge tutti stanno dando il peggio di sé: non si sa se sia un fenomeno realmente architettato da un astuto istigatore o una bufala, gonfiata ad arte per fare audience (ovviamente protendo per la seconda ipotesi), ma non è importante sapere quale sia la verità. Ciò che deve far riflettere è la reazione scriteriata dei media tradizionali e di internet (che però stavolta ne esce meglio con alcune analisi ben fatte), non la cosa in sé. Tanto che ci auguriamo che Berlusconi possa decidere di chiudere il programma televisivo Le Iene. Ma è troppo desiderare!
Alla fine ci si rende conto che si tratta di un fenomeno non reale, ma solo di natura emotiva e mediatica e solo in quanto tale ha acquisito concretezza. Anzi è proprio tale reazione a procurare potenzialmente il danno. E il danno si verifica non tanto e solo navigando in rete, ma quando ignari bambini di 9 anni o poco più tornano da scuola e raccontano a casa di BlueWhale, mentre nulla sarebbe accaduto se fossero rimasti a casa con dei genitori dotati di un po’ di senno. Invece la notizia varca la soglia di casa, mette una insana curiosità, i genitori presi dal panico, senza sapere neanche esattamente di cosa si tratta e diffondono a macchia d’olio l’allarme, complice una cattiva televisione, una cattiva stampa e le solite catene di Sant’Antonio su Whatsapp e gli altri social network.

Eppure, persino la polizia postale, ma anche la dott.sa Maura Manca, Presidente dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza (http://www.radio24.ilsole24ore.com/programma/melog/trasmissione-maggio-2017-130104-gSLAPpTKKC) intervistata dalla trasmissione Melog di Radio 24 affermano che si tratta semplicemente di un fenomeno emotivo e che non sono accertati suicidi causati direttamente da questo fenomeno.

L’esperto in materia di disinformazione Paolo Attivissimo, intanto, smonta BlueWhale pezzo per pezzo, e si capisce che la vicenda ha i classici contorni della bufala: si mettono insieme elementi veri che poco e niente hanno a che fare tra loro e il puzzle assume i contorni della verosimiglianza. I video di persone che si tuffano dai tetti non hanno nulla a che fare con il fenomeno; L’uomo arrestato in Russia, detto “master”, è stato in realtà arrestato nel 2016 e nulla ha a che fare con BlueWhale Challenge, ma solo con gruppi di istigazione al suicidio, senza conferme sul fatto che suicidi poi siano realmente avvenuti. Nessuno costringe con la forza a partecipare a questo gioco. Insomma, si tratta di quei fenomeni che esistono solo se qualcuno crede in essi.

Accecati dal fenomeno mediatico, ci si dimentica di ricordare che i ragazzi praticanti l’autolesionismo ci sono sempre stati, e non mi riferisco all’abuso di sostanze, ma all’autolesionismo vero e proprio, cioè coloro che si procurano tagli, in particolare sulle braccia. Ne ho visti con i miei occhi in ambito scolastico anche nei tardi anni ‘80 o inizio ‘90. Il bullismo scolastico, le risse all’uscita di scuola, la violenza, le umiliazioni, i gruppi che inneggiano al suicidio, i gruppi di mistero, quelli che fanno leva sulle curiosità e le paure adolescenziali non sono fenomeni nuovi, ma i genitori e la scuola di questo non si sono mai occupati. Anche l’adescamento online è un fenomeno noto. Ma solo ora che la balena blu viaggia sulla rete ci si accorge, e nel modo peggiore, di queste realtà. Perché? Perché in tal modo si può attribuire alla rete, e non ai propri figli ed alla propria famiglia le responsabilità.

E’ difficile sapere dove sia partita questa dinamica virale, ed ora che il fenomeno mediatico ha già avuto eco mondiale fioriscono gli emulatori, i mitomani, che potrebbero non avere nulla a che fare con chi ha originato il fenomeno, ma che sfruttano la grande curiosità originata da questa storia in cui sono caduti, con inutili sensazionalismi, anche i media mainstream.
La dinamica prevede la presenza di un curatore e di una vittima chiamata ad eseguire la sfida. Molte persone per curiosità hanno creato account appositamente per fingersi curatore o vittima, rispettivamente per aiutare le vittime o smascherare i curatori. Il gioco dura 50 giorni, una sfida al giorno, come ad esempio due giorni di privazione del sonno o la visione forzata di film horror. E’ inutile dire che sono nati come funghi pagine e gruppi che inneggiano contro la BlueWhale Challenge, senza sapere che gli atteggiamenti trasgressivi si alimentano a volte proprio per la curiosità, quando si verifica il lancio di simili anatemi.

Le sfide stesse non sono affatto cosa nuova sul web. Ci si accorda, con un gruppo, che però in un certo senso ti costringe a compiere delle azioni, con dinamiche simili al bullismo. Si viene nominati e si è vincolati ad eseguire la sfida. Si va da innocenti fotografie fino alle bevute di grosse quantità di alcool o altre amenità. Si tratta di percorsi relazionali antichi che tendono ad isolare l’individuo, a ricattarlo con la minaccia di rivelare qualche notizia sul proprio conto, instaurare così un controllo sociale e perfino un legame affettivo con il carceriere. Ci si lega, in una certa fase, ad altri giocatori, in un gruppo cui ci si uniforma. Fenomeni di questo tipo, ripeto, non nuovi, non avevano mai avuto finora una risonanza come quella di BlueWhale.

La creduloneria, fino ad estreme conseguenze, non è neanch’essa cosa nuova. Così come non lo sono le bufale. Una volta si chiamavano ”leggende metropolitane” ed il web è solo uno strumento che amplifica questi fenomeni.
Le truffe basate sulla creduloneria non sono neanche un fenomeno ristretto al mondo adolescenziale. Cos’è che spinge, infatti, delle signore attempate a credere alle chiacchiere on line in un inglese o francese stentato di un ragazzetto Ghanese che si finge un ufficiale dell’aeronautica americano che le promette l’amore, ricevendo in cambio migliaia di euro in virtù delle cosiddette “truffe amorose”, dietro le quali si celano vere e proprie organizzazioni?

Un fenomeno analogo accade nei ragazzi nati in occidente, di famiglia islamica e che decidono di arruolarsi nell’Isis, oppure coloro che si fanno ingaggiare da gruppi satanici.

Insomma la rete al solito viene additata come responsabile di questi fenomeni virali, in realtà l’analisi va spostata nelle menti nelle personalità che sono in una situazione di difficoltà.

Qual è la soluzione? Distribuire psicologi in ogni dove? Non lo so. Però qualche idea qualcuno potrebbe averla.

Google, ad esempio, potrebbe implementare un sistema in grado di verificare l’origine di un fenomeno virale, attraverso l’utilizzo dei dati di cui dispone sulle chiavi di ricerca utilizzate in serie. Sapere che vari pezzi di una storia sono roba vecchia, sono incoerenti tra loro, a volte può già bastare a rendere il pubblico consapevole.

Una soluzione del genere però, uno dei tanti possibili tecnicismi, non andrebbe al cuore del problema.

Non si tratta, a mio avviso, come alcuni affermano, di mancanza di valori, piuttosto si potrebbe parlare di un vuoto. Un vuoto, di sogni, di passioni, di curiosità, di creatività, di relazioni positive, di contenuti, di spessore, di senso critico, un vuoto culturale. Questo vuoto rende deboli ma purtroppo è un vuoto che viene riempito e viene riempito di cose negative come ad esempio l’ansia, la paura, il vizio, la superficialità.

Alto ventos est coeptis utque fecit. Phoebe sine circumfuso arce. Tanto aliis. Matutinis cornua origo formaeque animal mundo. Chaos: fabricator. Natura mundo caesa addidit. Cuncta habendum meis omni ille formaeque emicuit septemque et. Lege fecit aethere porrexerat gentes horrifer formas.

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Alto ventos est coeptis utque fecit. Phoebe sine circumfuso arce. Tanto aliis. Matutinis cornua origo formaeque animal mundo. Chaos: fabricator. Natura mundo caesa addidit. Cuncta habendum meis omni ille formaeque emicuit septemque et. Lege fecit aethere porrexerat gentes horrifer formas.