Polarizzazione ed elezioni. Internet Divide et impera. Da luogo di libertà a strumento di oppressione?

 

La Polarizzazione nei social network

Polarizzazione. A chi conviene? Facebook può davvero condizionare le elezioni? Come uscire dalla bolla?

La personalizzazione dell'advertising

La personalizzazione dell’advertising

C’è bisogno di una grande presa di coscienza rispetto a come si sta evolvendo Internet in questi ultimi tempi.
La rete rischia di diventare fonte di disgregazione del tessuto sociale, e forse può anche condizionare lo sviluppo di cervelli in fase di crescita o privi di un sufficiente senso critico, oltre a rischiare di causare distorsioni, prima di tutto nel mondo dell’informazione.
A fronte della crescita vertiginosa ed entusiasmante dei social network si verificano ora fenomeni gravi come la dislocazione in fazioni dei trend informativi.

Facebook può davvero condizionare le elezioni? La polarizzazione conviene a qualcuno?
Si sta facendo largo la tesi che che queste dinamiche si inneschino perché creano engagement, grazie a meccanismi di gratificazione. Ciò equivale ad un incremento notevole di traffico web, con una notevole crescita di un mercato pubblicitario in fuga dai mezzi di comunicazione tradizionali.

A fianco della disinformazione appare più semplice far passare tendenze che spingano per un ritorno ad un cinico realismo, un reality check, con, ad esempio, proposte shock che rischiano di passare. Ad esempio, l’abolizione della net neutrality e un “laissez faire” su temi come il “riscaldamento globale”. Questo dopo gli anni di Obama che sono stati all’insegna, almeno idealmente, del politically correct, ma anche dell’etica della responsabilità.

Il salto di qualità si ha quando ci si rende conto non solo che gli Stati Uniti d’America vedono un altro paese, con il Russiagate, condizionare le proprie elezioni presidenziali (cosa, d’altronde che hanno fatto loro stessi in passato), ma che ciò è stato fatto con degli strumenti che gli USA stessi hanno messo a disposizione del mondo intero, ovvero i social network e il meccanismo economico che gira intorno ad essi.

 

Che fine ha fatto l’internet degli albori

Che fine ha fatto la rete che sognavamo negli anni ’90? Ci collegavamo con un modem a 56k, e internet ci faceva anelare un futuro in cui il trionfo della libertà, dell’informazione, della conoscenza, promessa dal tumultuoso progredire della tecnologia, avrebbe fatto progredire scienza, ricerca, benessere, cultura presso tutti gli strati della popolazione.

L’emblema della volgarizzazione della rete sono i social media che, a suon di miliardi di dollari stanno cambiando radicalmente il modo di comunicare in pochi anni, ma secondo alcuni stanno anche mettendo a rischio la democrazia, come ha titolato recentemente The Economist in copertina. Può la rete essere considerata una nuova arma nelle mani delle oligarchie? Oppure essa è solo uno strumento potente, che consente di far venire a galla fenomeni sempre esistiti ed atteggiamenti che sono connaturati nella natura umana? Qualcuno lo aveva previsto? In effetti, qualche avvisaglia c’era stata almeno qualche decennio fa, quando Radio Radicale, aprendo le linee telefoniche alla libera espressione, senza filtri, aprì uno spaccato socio-psicologico impressionante. Fu come sollevare il coperchio di una fetida cloaca. Negli anni 2000, il successo dei reality show aveva fatto presagire la voglia della gente comune di rendersi in qualche modo protagonista e non solo più pubblico passivo.

Uno dei fenomeni più deteriori dell’internet di oggi è quello della post-verità, della contraffazione della realtà, fake news, delle bufale, siano o meno diffuse casualmente, per divertimento, o con qualche scopo. Sta, a dire il vero, diventando un tema stucchevole, abusato. In realtà non si tratta di un fenomeno monolitico, ma variegato e complesso, essendo la complessità il fenomeno che sta caratterizzando sempre più i nostri anni.

La stessa complessità può essere un’arma di disinformazione. In Cina, ad esempio, non è ormai possibile bloccare tutti i contenuti in opposizione al regime al potere, ma questi vengono affogati in un oceano enorme di contenuti generati da forze vicine al governo, e risultano pertanto invisibili.

Sembra di vivere in un mondo dove tutto è possibile, qualsiasi certezza sembra poter essere sovrascritta da una realtà rappresentata grazie a formidabili strumenti di allestimento di una grande Agorà, fatta di Circenses all’interno dei quali tutti hanno diritto di parola. E la verità, i fatti acclarati dalla scienza, i cui metodi di accertamento si sono consolidati nel tempo? Vengono messi in dubbio e in un mondo dove domina la menzogna una versione distorta della realtà, chi intende riportare tale rappresentazione all’interno dei binari della verità viene bollato come folle, corrotto, asservito.

Con il progredire dell’intelligenza artificiale, basata sulla “pattern recognition” si rendono disponibili strumenti in grado di manipolare con livelli qualitativi elevatissimi, tempi rapidi e costi contenuti immagini, video e suoni. In pochi secondi è possibile setacciare enormi banche dati di immagini, trovare quelle che contengono oggetti, luoghi, persone e modificarle in tempi enormemente più veloci rispetto ai classici strumenti di editing e con risultati strabilianti. Basti pensare alle app che in un secondo riescono a ringiovanire un viso, o a renderlo più gradevole, più effemminato, variarne lo stile, i colori, oppure i tratti somatici di un sesso o l’altro, oppure a quell’esperimento che ha reso possibile utilizzare la voce di Obama o altri personaggi per leggere un testo qualsiasi.
La previsione che si può fare oggi è che entro pochi anni, non avremo più la certezza della veridicità di un qualsiasi prodotto multimediale.

Qualcuno ricorda il fenomeno Blue Whale? Quanto è realmente accaduto di ciò che si paventava con preoccupazione? Nulla, sostanzialmente, nonostante la mobilitazione generale, anche di qualche sindaco zelante, che riempì per alcune settimane le cronache. Un fenomeno virale ed esclusivamente mediatico. Una vicenda, col senno del poi, tragicamente affascinante, che non ha avuto alcuno dei temuti esiti, ma che con l’opera di disinformazione inconsapevolmente fatta, pur con buone intenzioni, rischiava di innescare pericolosi fenomeni di emulazione.
Oppure, andando più indietro negli anni, vi ricordate dei BonsaiKitten, lo scherzo dei gattini sottovetro di uno studente dell’MIT, con tanto di Licia Colò e tanti altri che si stracciavano le vesti. Sembra passato tanto tempo, sotto i ponti della disinformazione è passata tanta acqua, ma il fenomeno, benché amplificato a livello globale, pare avere la stessa origine.

Ormai vi è una letteratura fantastica sulla disinformazione molto corposa che inizia ad avere uno spessore storico e che precede l’avvento della rete, ma che con i social network ha avuto un grande incremento avendo questi costituito un’arma potente al proprio servizio.
Negli ultimi anni il fenomeno ha compiuto un salto di qualità, arrivando a creare gruppi di milioni di persone che, grazie alle nuove possibilità di aggregazione forniti dai social network, stanno condizionando pesantemente vari ambiti della nostra società in nome di un articolata serie di teorie che possono essere riferibili ai termini “complottismo” o “disinformazione”. C’è chi ha definito il fenomeno come un nuovo medioevo ovvero il “Cialtronevo”.

Ci sono coloro che credono nella “Terra Piatta”, c’è chi non batte ciglio assistendo ad un video che sostiene che gli attentati dell’11 settembre, o di Barcellona, per fare solo alcuni esempi, siano delle messe in scena, e non solo, condividono con altri questa loro convinzione, quasi a voler svegliare il mondo da una sorta di sonno collettivo. Come è possibile che possano avere così tanta diffusione fenomeni di comunicazione così strampalati?

Il complottismo ha origini storiche. Già Hitler, utilizzava porre nei suoi discorsi un complotto mondiale come nemico contro cui creare una grande Germania, ed i nemici erano i soliti: ebrei, neri, omosessuali. Paventare un nemico comune forniva un’arma in più per tenere sotto scacco un popolo intero.

Nei tempi più recenti, non senza ritardo, si è creata una corrente opposta, i Debunker, tra i quali potrebbero essere annoverati il giornalista Mentana e il medico Burioni, che ribatte colpo su colpo le tesi delle medicine alternative o propugnatori di riti dal sapore sciamanico, come le mamme che conservano il cordone ombelicale sotto sale.
Molti blogger e youtuber ribattono colpo su colpo le tesi complottiste, ma spesso senza lo spessore del giornalista d’inchiesta. C’è il sospetto perfino che finti contenuti di debunking siano pubblicati ad arte per additare il nemico e rinfocolare la polarizzazione. Si è anche osservato che lo scontro non serve a cambiare le cose.

La storia della disinformazione sul web è davvero lunga e pare un fenomeno che sta assumendo delle dimensioni preoccupanti. Andando ad analizzare il fenomeno con attenzione si può affermare che esso possa avere importanti effetti, non solo sul sistema dell’informazione, ma anche sulle dinamiche a livello di mercati e della politica con pesanti condizionamenti sulle scelte dei cittadini, nelle loro vesti di consumatori, produttori, elettori, cittadini.

Nel settore alimentare, cosmetico e di altri beni di largo consumo, ad esempio, circolano informazioni, sulla nocività di ingredienti, o processi produttivi, non sempre confermate che stanno condizionando le dinamiche dei dati di vendita.

E’ possibile sostenere che siano gli stessi complottisti ad essere in realtà una categoria a forte rischio di manipolazione da operazioni orchestrate ad arte.

L’appartenenza alle reti di fautori di teorie di disinformazione assume dei connotati sempre più vicini a quelli di una setta o di un credo religioso. Non a caso, l’Isis ha utilizzato in maniera analoga il web come piattaforma di reclutamento e di azione.

Perché all’homo sapiens piacciono le bufale

 

In certi momenti viene quasi da pensare che milioni di anni di evoluzione di lento progresso della conoscenza della specie umana abbia portato anziché ad una società composta da persone in grado di ragionare in base alla cultura ed alla conoscenza derivante dal sapere e dal progresso scientifico ad un mondo in cui arricchendo pochi personaggi come Mark Zuckerberg siamo chiamati a partecipare ad un circo Barnum che sfrutta le nostre più basse curiosità e debolezze per carpire la nostra attenzione.

A ben vedere però, il pettegolezzo, la chat inutile, la storia inventata, la bufala, benché fenomeni detestabili, rispondono anche a delle esigenze di socialità e di trascendenza proprie dell’homo sapiens. Secondo Yuval Noah Harari autore di recenti saggi fondamentali per capire la storia dell’uomo (tra i quali Homo Deus: A Brief History of Tomorrow e Sapiens: A Brief History of Humankind), l’homo sapiens ha potuto avere una marcia in più e conquistare il mondo perché è riuscito a concepire dei totem, dei simboli evocativi in nome dei quali un numero di persone non limitato ad una piccola tribù potesse agire e fare massa, riuscendo così a compiere imprese prima impossibili. Evocative di ciò possono essere le sequenze dei film dedicati alle grandi battaglie del passato, dove due masse composte da migliaia di uomini si scontrano. Tra tali simboli aggreganti non possiamo non annoverare le fedi religiose, soprattutto quando esse strumentalizzavano, o erano strumentalizzate, dal potere politico. È possibile che l’Uomo di Neanderthal, ad esempio, non avesse queste speciali capacità di coalizzarsi e ragionasse in maniera più “concreta”, ma a quanto pare per noi non sempre questo è un bene assoluto.

L’assunto che l’uomo sia un essere razionale e si distingue dall’animale solo perché non agisce unicamente secondo l’istinto, cioè in base alla stratificazione atavica di esperienze, va rivista alla luce di queste considerazioni ed integrata.
Siamo una specie che facilmente commette errori di giudizio nel valutare i dati perché siamo facilmente manipolabili per alcuni aspetti. Non agiamo sempre in modo razionale, anche se ciò può portare danni alla propria persona.

Altrimenti non si spiegherebbero gli attuali comportamenti di violenza verbale in rete, da una parte (con tanto di nome e cognome), e il successo della strategie di propaganda tese a condizionare le masse, dall’altra, senza che apparentemente ciò apporti dei vantaggi concreti, ma solo effimere gratificazioni estemporanee, con la classica botta di adrenalina (o dopamina?) che crea una sorta di dipendenza.

Secondo alcuni, siamo vittima di una sorta di bug congenito. “Siamo fallati” ha affermato l’esperto di web Matteo Flora. I cosiddetti Bias Cognitivi fanno parte dell’essenza della specie homo sapiens, anche se probabilmente sono serviti a decretarne il successo.

E’ facilmente immaginabile, fin dalla notte dei tempi, che nelle tribù, la sera, complici le tenebre e davanti ad un fuoco, il gruppo di umani si mettesse ad ascoltare storie mitiche tramandate di generazione in generazione, leggende, raccontate dal vecchio del villaggio. Non c’è apparentemente un legame con le battaglie contro altre tribù o le battute di caccia che avrebbero impegnato il mattino dopo i membri più forti del gruppo. In realtà, la fascinazione prodotta dal mito raccontato in quelle storie potrebbe aver consentito all’homo sapiens di creare la sufficiente coesione di comunità che lo ha reso conquistatore del mondo, ma che allo stesso tempo ha reso la gran parte della popolazione spesso schiava e succube di quello stesso mito, specialmente in alcune fasi storiche. Il metodo scientifico, il pensiero razionale, lo stato di diritto, l’illuminismo, hanno hanno solo fornito una visione diversa del mondo, ma sono stati ben lungi dal sottrarre completamente l’umanità dall’oppressione, soprattutto quando Cesare e Dio si univano, assieme, in un potere di natura religiosa e temporale.

L’emotività, la fascinazione, la trascendenza ed altri atteggiamenti esterni al metodo logico razionale tipico della scienza, condizionano le nostre scelte più di quanto pensiamo. E in un certo senso ciò costituisce anche parte del nostro successo, anche se può trattarsi di un successo di breve periodo ed effimero. Ad esempio, secondo gli esperti di neuromarketing, l’emotività è funzionale alla decisione. Se ci sedessimo al tavolo di un ristorante di fronte ad un menu, oppure semplicemente ci recassimo a fare acquisti in un supermercato e nel nostro cervello fosse spenta la componente emozionale, staremmo lì ore ed ore a soppesare ogni singolo aspetto senza essere capaci di operare una scelta. La componente emozionale, invece, taglia la testa al toro e fa pendere la bilancia da una parte, anche se magari ciò non ci porterà alla scelta migliore. Peccato però che i punti sensibili, sollecitando i quali si colpisce il nostro intimo sentire, sono anche quelli che possono essere manipolati astutamente da chi sa, per averli studiati, andare a toccare i tasti giusti.

Il ruolo dei bias cognitivi nella disinformazione

Quando l’uomo si pone di fronte ad una domanda, un problema da risolvere, spesso si trova ad offrire non la risposta razionalmente più giusta, ma quella più bella e semplice, anche se sbagliata. Si mettono insieme solo le informazioni di cui si è in possesso o valide secondo dei pregiudizi o degli schemi mentali consolidati, e pur non essendo esse in grado da sole di dare insieme una prova logica e sensata di un giudizio, appaiono sufficienti per formularlo, ma alla prova dei fatti esso si rivela distorto. La necessità di formulare un giudizio risponde all’insopprimibile bisogno dell’uomo di sentirsi parte di una comunità, offrendo all’esterno una certa immagine di sé che si ritiene possa essere apprezzabile.

Nell’era di internet, nella quale si è giunti ad una situazione di “over-complessità”, anziché trarre beneficio dalla disponibilità delle informazioni, siamo affetti da un sovraccarico cognitivo, detto anche Information overloading, ovvero quel fenomeno per cui una eccessiva dose di informazioni rende la decisione impossibile. La guerra per carpire la nostra attenzione vede schierate due forze impari: le migliori menti del pianeta sono pagate per tenerci incollati di fronte ai nuovi mezzi di comunicazione, dall’altra ci siamo noi, esseri ancora poco consapevoli degli strumenti che ci troviamo ad usare ma che ci piacciono così tanto.

Tra i Bias Cognitivi che stanno agendo con più forza nelle reti sociali su internet c’è il “Bias di Conferma”, ovvero un processo mentale che ci porta a fare nostre quelle informazioni che confermano le nostre convinzioni e a ignorare quelle che le contraddicono, oppure ad avversarle con violenza, in virtù di un atteggiamento detto “back-fire effect” che fa in modo che esposti ad una tesi avversa ci si arrocchi ancor di più sulle proprie posizioni, pur sbagliate.

Internet fornisce degli strumenti fenomenali a sostegno di questi Bias perché rientra nelle strategie tese a catturare la nostra attenzione. Le più recenti strategie di web marketing si basano infatti su una sempre più estrema personalizzazione, basata sulla enorme mole di informazioni che, più o meno consapevolmente, fornisce il nostro comportamento online.
I risultati di Google non sono neutri ma personalizzati in base all’utente, ciò per fornire le informazioni ricercate con una maggiore velocità, così come la timeline di Facebook che viene costantemente raffinata per farci vedere con priorità prima di tutto ciò che ci interessa.

In tal modo si verifica un fenomeno per cui due persone possono vivere nel web in due mondi diversi. Due bolle, le cosiddette Bolle di Filtraggio (Filter Bubble) che tendenzialmente non si uniscono mai. Chi, ad esempio, ignora il calcio, sia in senso negativo che positivo, non si accorgerà di cosa succede nel mondo del calcio, che è per i tifosi un mondo vasto, muove emozioni, soldi, discussioni, perché il web lo sa e ci accontenta, ci mostra altro. Per noi è come se il calcio non esistesse.
Il “Confirmation Bias” è dunque anche un freno alla emersione di nuove idee. Se tante persone danno ragione a una idea, anche tu tenderai a conformarti. Si è influenzati verso il fatto che quell’idea sia vera, anche se prima la si riteneva una fandonia. Ci si conforma. Ci si segrega. Fa parte della natura umana. Se siamo già all’interno della bolla ancor di più la nostra opinione è radicalizzata verso un polo, da una parte o dall’altra della barricata.
Diventiamo così manipolabili esacerbando la violenza e esacerbando la sensazione che molti siano d’accordo con noi. Tra i due poli si crea una muraglia insormontabile, e dividere le persone in due blocchi è diventata un’operazione troppo semplice.

Gli effetti imprevisti della personalizzazione dell’advertising

 

Quella della personalizzazione sempre più spinta in ogni possibile mezzo di comunicazione è una tendenza sulla quale il mercato pubblicitario punta facendo tesoro delle nuove tecniche non appena si rendono disponibili. Si sperimentano persino cartelli stradali che si adattano alle persone che passano davanti, messaggi che giungono sullo smartphone quando si permane in un esercizio commerciale, insomma ciò che abbiamo già visto qualche anno fa nei film di fantascienza come Minority Report.

La personalizzazione va anche oltre ciò che coscientemente dichiariamo su di noi. Possiamo anche non dichiarare che abbiamo una relazione di coppia e di che tipo, dove siamo andati in vacanza, se abbiamo un’automobile di grossa cilindrata o una utilitaria, a quale di due 4 o 5 mood apparteniamo. Sarà l’intelligenza artificiale a setacciare in pochi secondi anni di dati, dei quali non abbiamo neanche la esatta percezione, e delineare né più e né di meno quella che è la nostra coscienza. La rete possiede di noi quanto di più intimo potrebbe esserci, la coscienza. E ne tiene traccia potenzialmente per tutta la nostra vita e condizionando la memoria futura del nostro passaggio terreno.

I grandi player di Internet sostengono che ciò va a tutto nostro vantaggio: meglio un messaggio pubblicitario con prodotti e servizi che ci possano potenzialmente interessare che altri che non vengono incontro ai nostri gusti. Lo stesso avviene con i contenuti delle reti di ricerca.
La personalizzazione, anche se non consente all’azione di marketing di raggiungere una singola persona, perché ignota, può raggiungerla in quanto facente parte di uno strettissimo “funnel”, un imbuto che restringe in maniera sempre più precisa il cerchio disegnato attorno a noi sulla base di una lunga lista di parametri che più o meno consapevolmente abbiamo descritto attorno a noi.
Che si desideri o meno far parte di questa targetizzazione spinta, rientra nel proprio libero arbitrio di cittadini e consumatori. E’ importante però che ci sia consapevolezza, e per avere consapevolezza, occorre una informazione completa e non superficiale di aspetti non sempre alla portata di tutti.

La personalizzazione incide anche sui nostri percorsi di formazione e crescita personale.
Da bambini degli anni ‘70-’80 i nostri programmi tv preferiti ad un certo punto finivano e le alternative erano spegnere la tv o trattenersi un po’ e guardare le trasmissioni seguenti destinate ai genitori o ai fratelli più grandi. La vecchia televisione potrebbe apparire, agli occhi di una persona che vive internet, un media limitante la libertà di scelta. Con pochi canali, per di più di proprietà dello Stato. Dopo la fine dei propri programmi preferiti, un bambino però poteva ascoltare distrattamente un telegiornale, vedere uno spezzone di un film, una varietà del sabato sera con esibizioni artistiche di vario tipo, insomma dei contenuti non dedicati al pubblico dei ragazzi ma che potevano incuriosire, far intuire sprazzi di qualche possibile passione futura. Oggi vi è invece la più estrema targettizzazione del pubblico, decine e decine di canali destinati alle varie fasce di età e sesso. Tralasciando giudizi sulla qualità delle opere, si assiste ad un continuo replicare le solite puntate di cartoni animati ad ogni ora del giorno e della notte. Ai bambini viene in questo modo somministrata una dieta mediatica che impedisce loro di assistere a contenuti che possano stimolare la curiosità verso il mondo in modi diversi. Li si educa insomma a vivere in delle bolle ognuna delle quali viene abbandonata quando si è scoperta quella nuova, adatta al proprio segmento.

Per le timeline dei social network sta accadendo un fenomeno simile. Si è passati dal semplice flusso basato sulla cronologia, ossia vedi gli ultimi contenuti pubblicati a contenuti basati su algoritmi che tengono conto di tutti i dati e comportamenti che consapevolmente o, più spesso, inconsapevolmente hanno lasciato nostre tracce nei database di Facebook & Co. Ognuno di noi vede i risultati di Google in modo totalmente diverso da altri e la timeline di Facebook o Twitter non sono dei semplici post collocati in ordine cronologico ma la scelta avviene sulla base di una serie complessa di parametri gestiti da un algoritmo che viene continuamente aggiornato al solo scopo di mantenere o aumentare il nostro coinvolgimento. Vediamo più in alto i post delle persone con le quali interagiamo di più, che hanno idee in comune con le nostre, delle quali semplicemente ci siamo trattenuti un po’ di più a leggere un pensiero. Gradualmente viene creata attorno a noi una cerchia di persone che la pensa come noi. Questo fenomeno si amplifica nei gruppi, in particolare quelli chiusi, dove gli amministratori espellono i soggetti che si discostano dal membro ideale che approva la linea di pensiero della massa degli iscritti. Attorno a noi viene creata una bolla, quella che è stata definita Eco-Chamber, Camere di Eco, ovvero dei luoghi di dialogo dove tutti fanno eco a tutti e sono accettate solo le persone che perorano le medesime idee, mentre chi si oppone è affrontato con violenza.

 

All’interno di questi gruppi le notizie vengono selezionate, sezionate e interpretate in modo da mettere in evidenza solo gli aspetti che servono a confermare il pregiudizio e la linea di pensiero che in quel gruppo si perora.
Ciò avviene non solo nei gruppi chiusi, dove solo gli iscritti possono partecipare alla discussione, ma anche nei contenuti aperti, grazie ai meccanismi di estrema personalizzazione delle timeline.

Ogni interlocutore che si discosta dalla linea diventa un avversario. Si verifica lo scontro o l’interruzione della comunicazione. In tal modo si crea una profonda frattura tra grandi masse di utenti, e le grandi masse, come si può immaginare, con tali generi di dinamiche sono in una certa misura manipolabili.

Ci sono studi che hanno individuato nella candidatura alle primarie delle elezioni presidenziali degli Stati Uniti d’America del 2016 di Ted Cruz contro Trump una dinamica di questo tipo.

Come i social network possono condizionare le elezioni

 

Per quanto riguarda le elezioni politiche, il tema in discussione non è solo la capacità di un qualsiasi mass-media di influenzare in qualche modo i risultati. Ciò è inevitabile, in quanto l’elettorato deve pur votare sulla base di informazioni raccolte da qualche parte. La novità di questi anni è le modalità complesse e poco trasparenti con le quali dei messaggi riescono a raggiungere determinati soggetti.
L’intero sistema dell’advertising si basa sulla personalizzazione. Altrimenti non sarebbe un settore di successo. C’è però poca trasparenza su quali messaggi pubblicitari vengano abbinati a determinati contenuti.
Nei sistemi elettorali maggioritari, dove il risultato globale può variare di molto se una contea in più o in meno fa pendere da una parte il risultato di uno stato in bilico, se ci sono molti incerti fino all’ultimo minuto è possibile con facilità polarizzarli e farli cadere, complice l’analfabetismo funzionale, da una parte e dall’altra, con post che stimolano l’odio, pur non essendo direttamente riferibili ai messaggi elettorali. Convincere una parte, anche non grandissima, di indecisi o di coloro che non intendono andare a votare, può rivestire un’importanza cruciale.

Account falsi o di persone inesistenti vengono creati ad arte per raccogliere traffico, e poi, al momento giusto vengono dirottati verso lo scopo.
Come i post che furono indirizzati su target personalizzati ad esempio destinati a chi è Pro-Hillary, magari per convincerli che era inutile andare a votare perché la Clinton aveva già praticamente vinto. Facebook ha rilevato investimenti di molti dollari in advertising divisivo.

In Italia si sono notate delle pagine buongiorniste trasformarsi e passare a fare campagna per il sì al referendum del 4 dicembre 2016.
https://www.vice.com/it/article/yvaa5b/le-pagine-buongiorniste-passate-a-fare-campagna-per-il-s-al-referendum

Si è anche notato l’uso di meccanismi di automazione dei processi di consenso, con dei “Newsmaking bot”, veicolati da account finti.

In altre parole, sono state create delle vere e proprie fabbriche di bufale a livello industriale, come quella che in Macedonia ha organizzato un team di persone pagato mille dollari al mese in occasioni delle elezioni americane per mettere in giro notizie false.

Anche in Italia si è scoperto che siti e pagine Facebook con milioni di follower con nomi che richiamavano testate di informazione pubblicavano fake-news sollecitando il pubblico su posizioni razziste, complottiste, antisemite, antiabortiste, no-vax, anti-bigpharma, pro-miracolismo-medico, omofobe, no-euro, revisioniste, cospirazioniste, a favore di personaggi come Putin, Assad. Il proprietario di tali siti possedeva anche pagine di stampo ultra-cattolico, con continue pubblicazioni di immagini sacre, e post dai toni miracolistici, o fans incrollabili di Medjugorje. Come dimostrato da questo esperimento, il tema cattolico è tra quelli in grado di attrarre quantità enormi di persone, anche verso pagine create dal nulla da un buontempone https://www.vice.com/it/article/3bx388/cosa-ho-imparato-pagine-facebook-cattoliche. Il passo tra la generazione di traffico e la monetizzazione è molto breve. Il puzzle creato da questo insieme di posizioni ideologiche, benché sembri ricordarci persone che aderiscono ad una certa linea di pensiero, (grillina? salviniana?) in realtà non fa altro che ricostruire l’elenco dei cavalli di battaglia che tra i post nei social network hanno più traffico e quindi più monetizzazione.

La polarizzazione conviene a tutti, tranne che ai cittadini/utenti/elettori

In questi casi le entità in gioco sono almeno tre: il politico committente, l’agenzia che mette in campo le capacità tecniche, il social network che mette la propria disponibilità, oppure anche si propone, ovviamente a fini di lucro, per perfezionare l’operazione. Nessuno di questi soggetti può essere sottratto a giudizi di eticità che eventualmente potessero essere formulati. Semmai si può dire che prese di posizione forti in questo ambito non ce ne siano state. La notizia forse è proprio questa.

Come uscire dalla bolla della disinformazione

 

Non bisogna ignorare segnali che lasciano intravedere nuovi atteggiamenti. Molte persone stanno iniziando a provare disagio nel postare contenuti visibili a tutti e dei quali è impegnativo gestire ed immaginare le reazioni dei contatti, e l’idea che essi si costruiscono della nostra persona. Ciò fa sì che molti stiano concentrando le condivisioni di contenuti maggiormente sui gruppi di facebook e su whatsapp o sulle stories, che hanno una durata temporale definita, in quanto tali ambienti danno la sensazione di poter esercitare un maggiore controllo. Ciò è almeno indice di una graduale presa di coscienza, di una autodisciplina, nell’uso dello strumento, anche se si tratta di atteggiamenti che trasferiscono in ambienti più nascosti la polarizzazione.
I profili gestiti in modo più evoluto vedono la creazione di liste di contatti appartenenti a tipologie di amici in base al loro tipo di polarizzazione. Ad esempio si può creare una lista per i fondamentalisti dell’animalismo, una per i fondamentalisti cattolici, una per i fondamentalisti grillini, una per i cospirazionisti. Ciò non è che una versione più evoluta delle bolle, ma quanto meno consente di postare dei contenuti di qualità ma suscettibili di reazione da parte dei polarizzati e che, selezionato il pubblico giusto, non solleveranno polveroni.

La sensazione è però che occorrerebbe andare alla radice della questione. Il problema della disinformazione e della disgregazione creata dalla polarizzazione è serio e la divulgazione scientifica ha un ruolo fondamentale, nelle scuole, nei mezzi di informazione mainstream e digitali.

Prendere di petto le persone fortemente polarizzate è totalmente inutile.
Anche chi si trova sul fronte dei debunker dovrebbe uscire dalla bolla. Occorre un dialogo costruttivo, ma non è semplice.
Si ha a che fare con soggetti che avrebbero bisogno degli strumenti che consentissero di comprendere appieno ciò che stanno leggendo. Si usa a tal proposito molto la definizione “Analfabetismo funzionale”. Occorrerebbe una valorizzazione della cultura digitale. Una comprensione dei bias cognitivi. Insomma acquisire una nuova consapevolezza di come funziona il mondo, e che la complessità che ci circonda non può essere spiegata con dei tweet o dei gruppi Facebook.
In caso di successo, paragonabile alla cura di una malattia, può subentrare una fase di risveglio da una sorta di depressione iniziale, ma dopo ogni crisi si può rinascere sotto nuovi presupposti.

Tali soggetti hanno una percezione falsata della realtà. Non hanno una visione chiara delle bolle in cui essi ed i loro antagonisti si trovano.

Un esempio di regole di condotta, imposta dall’alto o una autoregolamentazione da parte dei social network, potrebbe essere il blocco della personalizzazione dei feed in prossimità delle elezioni. In tal modo, le timeline che gli utenti vedrebbero nel periodo pre-elettorale sarebbero basate semplicemente sul criterio temporale e non sarebbero suscettibili di manipolazione da parte di alcuni soggetti o altri. Una sorta di par-condicio o silenzio elettorale digitale. Un’idea potrebbe essere quella di consentire agli utenti di scegliere tra una timeline “gestita” ed una puramente cronologica.

Di fondamentale importanza potrebbe essere la trasparenza dell’advertising, in modo tale da consentire di sapere quali sono i messaggi pubblicitari associati a determinati contenuti. E su questo punto pare che i social si siano svegliati, pur con grave ritardo: https://www.facebook.com/zuck/posts/10104133053040371

Più in generale, sarebbe fondamentale consentire a tutti, a partire dalle scuole, una conoscenza di base del funzionamento del metodo scientifico. Ma non basta. Occorre consapevolezza circa il ruolo delle emozioni nella conoscenza. Occorrerebbe uno sforzo nella educazione alle relazioni. Mescolare la scienza, la conoscenza, con l’aspetto emotivo e relazionale è un aspetto delicato. I bambini che a scuola si chiedono perché nell’ora di religione si insegnano cose che vanno in contraddizione con l’ora di scienze. Fenomeni come questi sono la dimostrazione della confusione che può esserci in un cervello in formazione, soprattutto se aggiungiamo gli stimoli che ricevono dalla comunicazione pubblicitaria e dai social.

Personalizzare l’aspetto di ogni sezione del sito con Gantry5 in Joomla

Gantry è un framework di gestione dei template per Joomla e Worpress. Esso consente, anziché di avere un template preimpostato, di avere una sorta di generatore di template, in modo tale da poter ottenere illimitate possibilità di gestione di layout, stili e tante altre funzionalità delle nostre pagine web, alla portata sia di chi è in grado di destreggiarsi con, ad esempio, i fogli di stile Css, sia di chi si limita ad utilizzare le funzionalità messe a disposizione dalla componente Gantry5.

Qui vi descrivo un esempio di personalizzazione dell’aspetto di una sezione di un sito web, in particolare l’applicazione di uno sfondo ad una pagina legata ad una voce di menu.

L’esempio è effettuato su redlightskyscraper.com , il sito web del gruppo musicale Red Light, Skyscraper! , genere post-rock

Qui di seguito i passaggi da effettuare per aggiungere una immagine di sfondo ad una pagina. In questo caso si tratta della pagina associata alla voce del menu Joomla, denominata “Shop”.

 

Introduzione al CRM, la gestione della relazione con il cliente

Il CRM Customer Relationship Management

Il CRM è quell’insieme di strumenti che consentono all’azienda di tenere traccia di tutte le azioni che vengono compiute nella storia della relazione con il proprio parco clienti e con i potenziali nuovi clienti. Si tratta di un’attività di gestione che tipicamente ci mette in condizioni non solo di tenere memoria degli eventi che sostanziano il dipanarsi di una relazione, ma anche di sviluppare una strategia di controllo delle attività e monitoraggio dell’approccio al mercato. Si tratta di un controllo effettuato in maniera strutturata rispetto al caso in cui non utilizzassimo alcuno strumento e procedessimo secondo altre logiche. Qui non può che entrare in campo l’information technology, con tutte le relative potenzialità, per cui ci riferiamo a software.

Le principali attività gestite con un software CRM

Prima di tutto l’esigenza è avere un archivio centrale unico e sempre aggiornato dei dati anagrafici dei contatti che sia sempre aggiornato con i dati sia dei clienti che dei potenziali clienti in modo da assicurare a tutti i soggetti coinvolti una accesso a tali informazioni, ad esempio per programmare eventi futuri, affidare un promemoria al venditore circa l’attività da compiere nei confronti di un determinato cliente, programmare di campagne di marketing etc.

Di fondamentale importanza è concentrare nel sistema di CRM lo storico della corrispondenza, in particolare via e-mail. Ciò rappresenta un asset informativo importante perché offre la possibilità all’azienda di poter ricostruire il succedersi degli eventi, delle azioni compiute da entrambe le parti, visto che la gran parte della comunicazione nelle aziende avviene oggi via e-mail.

Gestire Campagne Marketing: la possibilità di inviare email massive non è semplicemente uno strumento per raggiungere una serie di soggetti con un messaggio e-mail velocemente e con un’unica azione. Se lo strumento di CRM è in grado di offrire una segmentazione dei clienti e potenziali clienti le campagne e-mail saranno allo stesso tempo massive ma mirate, cioè contestualizzate alla tipologia di interlocutore che abbiamo a di fronte, alle informazioni che ha scelto di ricevere o che ipotizziamo possa ritenere utili.

Tenere nota delle telefonate effettuate e ricevute:
il telefono, benché impegnativo, rimane ancora uno strumento importante nelle attività quotidiane che caratterizzano il rapporto con i clienti. Una traccia storica delle telefonate aiuta la condivisione delle informazioni, fornite e ricevute durante le chiamate, con tutta l’azienda ed al tempo stesso avere la possibilità di capire ciò che è stato detto e la comunicazione che è intercorsa con ciascun cliente.

Comunicare appuntamenti:
Gli appuntamenti che vengono fissati possono interessare sia l’area commerciale che le attività sui clienti effettuate dopo la vendita, come l’assistenza clienti ed altri tipi di interventi effettuati presso i clienti. Far confluire tutti gli appuntamenti in una base dati unica può avere diversi motivi di utilità, sia a livello operativo che di controllo.

Misurazione
Capire quali sono state le prestazioni di una determinata campagna di marketing. Spesso il marketing lavora su una serie di idee ed iniziative, però non sempre è facile capire quali tra queste azioni ha prodotto risultati più o meno interessanti.

Documentazione
Con una soluzione software CRM è possibile creare un sistema di gestione documentale per tutti i soggetti obiettivo delle nostre azioni. Alla scheda di un cliente, ad esempio, sono associate, assieme ai dati anagrafici, agli appuntamenti, anche tutta la documentazione che è stata scambiata con il soggetto.

Elemento portante del CRM è il supporto alla fase di vendita.
Tenere traccia delle opportunità di vendita è sicuramente una delle pietre miliari da tenere presente quando implementiamo un sistema di CRM. Ciò significa fornire al venditore uno strumento per essere focalizzati per avere un controllo su tutto ciò che fanno nell’attività commerciale. Avere una visione completa e precisa delle trattative e delle opportunità di vendita in essere aiuta a non farsi trovare preparati di fronte alla possibilità di chiudere una vendita al momento giusto e secondo le giuste modalità, senza, ad esempio, abbandonare un potenziale cliente che si era quasi conquistato.

Effettuare delle previsioni
La previsione è un’attività che, soprattutto in capo alla direzione vendite, grazie al CRM, può svolgersi avendo come base dei dati possano mettere in condizione di capire dove si andrà a parare, ad esempio con i livelli di vendite alla chiusura di una scadenza mensile o trimestrale.

Il CRM si può estendere oltre la fase di acquisizione di nuovi clienti e nella fase della vendita, in quanto può occuparsi della fase della gestione della fase post vendita, tipicamente l’assistenza. Il cliente acquisito è infatti una fonte preziosa di ulteriori opportunità per l’azienda.

Perché utilizzare un CRM

Venditori
Il venditore è sicuramente uno degli attori principalmente coinvolti nell’uso di questo sistema. Egli, utilizzando bene il CRM, ha come primo strumento di operatività il controllo delle trattative. Stare focalizzati, avere chiaro ciò che stiamo facendo e dove è opportuno puntare e dedicare maggiore attenzione ed al tempo stesso avere una visione storica di tutte le attività commerciali che stiamo ponendo in essere, senza dimenticare nulla, gestire puntualmente le risposte ai clienti ed avere il controllo della propria attività.

Direzione commerciale
L’attività previsionale interessa la direzione commerciale che può avere una forma di cruscotto, con dei numeri che indicano dove potremo arrivare nei priossimi mesi ed al tempo stesso avere un
controllo dell’attività non in termini negativi ma positivi con lo scopo di aiutare il venditore circa le difficoltà o le problematiche che sta incontrando, con l’obiettivo di risolverle assieme a lui.
Altra esigenza è la condivisione delle informazioni (conoscenze ed esperienze) con tutta la struttura di vendita. Ciò assume un valore importante nella strategia di implementazione di un crm.

Marketing
Il reparto marketing ha a disposizione uno strumento in grado di misurare i risultati delle iniziative messe in campo. Si tratta di un aspetto molto importante. Gli strumenti oggi a disposizione offrono un grande aiuto al fine di capire cosa è stato fatto, come lo abbiamo fatto, dove siamo arrivati.
Al tempo stesso il CRM, utilizzato correttamente, aiuta anche a mettere un po’ più in contatto, in relazione, quello che vede il marketing rispetto a quello che fa il settore vendite.
Vi sono infatti situazioni in cui il marketing può essere rappresentato come un ambito che vola molto alto, con sofisticate strategie di alto livello, mentre il venditore, colui che tutti i giorni si trova giù, sul campo, nell’arena quotidiana del mercato, ha una visione molto diversa, avendo una realtà con cui confrontarsi molto differente.
La visione strategica del marketing andrebbe invece allineata con l’aspetto operativo delle vendite. Con il CRM tale collegamento può avvenire in maniera più agevole.

Settore IT
L’ingresso in azienda di un software non può non coinvolgere il reparto IT. Il responsabile dei sistemi informativi deve gestire un unico software integrato, senza coinvolgere diversi strumenti. Ciò rappresenta una semplificazione. Se il CRM poi è in cloud, anche l’onere di gestione e manutenzione dei server viene alleviato, in quanto tutto è gestito dal provider del software.
Gli utenti possono gestire la totalità delle operazioni, o quasi.

La soluzione software ideale per il CRM deveoffrire tutti gli strumenti per fare automazione della forza vendite, ossia velocizzare e rendere immediati una serie di passaggi in modo da creare efficienza sull’attività dei venditori

La direzione commerciale ha uno strumento di misurazione delle perfomance di vendita che può oggettivamente avere una visione dell’andamento dell’azienda sul mercato di sbocco, in modo tale poter effettuare delle decisioni ponderate, come apportare miglioramenti nella propria strategia.

Un unico sistema integrato si occupa della gestione delle attività e unisce l’operatività di tutti i soggetti, ognuno dei quali sa di cosa si deve occupare, e il software è in grado di evidenziare cosa è stato fatto, con quale stato di avanzamento ed i relativi risultati.

Un sistema di automazione avanzata è poi in grado di introdurre un processo di workflow management, cioè innestare delle regole e degli automatismi in modo tale che il sistema lavori per noi nel far scattare determinate procedure, avvisarci di determinati eventi, costruire determinati flussi di dati. Un esempio tipico può essere un nominativo che giunge da un form presente sul sito internet e che viene automaticamente assegnato al venditore che si occupa della zona di provenienza del nuovo lead. In tal modo il flusso dei dati è velocizzato e controllato con un miglioramento generale delle attività. Nel caso specifico, tra l’altro, la fase di inserimento di dati è effettuata dallo stesso utente che si è registrato.
Allo stesso modo possono essere automatizzati altri eventi, in altri ambiti dell’area marketing e vendite.

Di fondamentale importanza sono gli strumenti di reportistica integrati all’interno del software di CRM, in mood tale da avere dei resoconti circa gli eventi successi, sintetizzati in un report di stampa.

I notai e la Blockchain

La Blockchain è stata pensata, oltre che per il bitcoin e le altre criptovalute, proprio per disintermediare la burocrazia, gli autenticatori e i tenutari di registri di atti di dominio pubblico. I notai, che incarnano perfettamente queste categorie, cosa fanno? Si inventano la Blockchain intermediata: Notarchain! Una contraddizione in termini. Sarà che hanno paura di perdere il loro privilegio di casta?

Sono graditi commenti…

Intelligenza artificiale: qual è il limite da non superare

L’intelligenza artificiale partendo da zero è ancora più imbattibile nel complicato gioco cinese Go. La macchina riesce ad imparare ed elaborare delle mosse incomprensibili al cervello umano perché troppo complesse. L’attività umana non è però fatta di soli giochi da tavolo. E’ possibile affidare a queste macchine argomenti che mettano a rischio il nostro libero arbitrio? Una macchina del genere potrebbe imparare su di noi molto più di quanto immaginiamo, analizzando in modo avanzato i nostri dati e i nostri comportamenti online, prevedendo ciascuno di noi come si comporterà ed eventualmente agendo per condizionarci. Accadrà anche questo?

Questa è la traccia di un articolo in progress.

Sono graditi commenti

Il video virale della banca. Manca cultura aziendale

Mentre scrivo, gli spietati meccanismi di Google mi restituiscono per la chiave di ricerca “Katia” come a tre giorni dall’evento almeno 3 suggerimenti di ricerca sui primi 5  riguardano la vicenda di Katia , direttrice di una filiale di Banca Intesa, e il video motivazionale ad uso interno per creare team-building, secondo la strategia di employer branding, girato con i suoi colleghi bancari. In altre parole, si tratta di strategie di marketing e comunicazione interna, dove il target è circoscritto all’interno del perimetro aziendale. Peccato che questa volta qualcosa non abbia funzionato.

[nextpage title=”L’esplosione della bomba virale”]
Il video è stato diffuso in rete, ma non solo. Una volta decontestulizzato e inserito nel circo Barnum che è diventato oggi il web, si sono sommati una serie di fattori che hanno innescato una bomba in termini di diffusione virale.
Effettuando una ricerca ristretta per date, l’esplosione si ha il 3 ottobre verso le 17, accompagnata da un repentino crollo in borsa del titolo azionario di Banca Intesa.

Come mai si è verificata questa diffusione virale, per di più non immediatamente dopo la realizzazione del video? Nulla accade a caso, e conviene leggere la vicenda nel contesto in cui si verifica.

[nextpage title=”Le conseguenze del video virale”]

Quanto accaduto ha pesanti risvolti sia sul piano aziendale che personale. A livello personale il volto, la voce, il nome ed il cognome resteranno potenzialmente, ma indelebilmente, legati a questa vicenda. Non c’è cancellazione di file possibile quando un contenuto è diventato virale, ed è un problema quando la viralità è avvenuta con una accezione volta a mettere in ridicolo, anche tramite dei meme, i personaggi presenti nel video, ma in particolare la direttrice della banca.

Il diritto all’oblìo, che in questo caso è stato probabilmente fatto valere

Cercando si Google il nome ed il cognome di Katia Ghirardi appare questo messaggio

Cercando si Google il nome ed il cognome di Katia Ghirardi appare questo messaggio

, non tutela dalla diffusione di meme virali che avviene nel giro di poche ore, ma agisce solo a cose fatte, quando la collettività ha già introiettato l’evento. Andrebbe istituito il diritto all’immunità dalla viralità, ma i tempi d’intervento sarebbero talmente ristretti che l’unica arma a disposizione ora è la prevenzione.

La vicenda si è trasformata in un caso di cyberbullismo, con attacchi di ogni tipo alla pagina Facebook, con buona pace di chi pensa che il fenomeno possa essere limitato alle scuole, o, in ogni caso, a cose da ragazzini.

La pressione psicologica e mediatica sulla persona è enorme. Selvaggia Lucarelli ha ragione a paventare il rischio “Cantone”, una vittima, suicida, di questi fenomeni, ma c’era davvero bisogno di dirlo?

Di video simili magari ne esistono anche altri, sugli smartphone degli italiani, come tante bombe innescate ma non ancora esplose.

Non esiste la ricetta magica per il video virale, in modo tale che chi voglia procurare o prevenire tale effetto possa agire di conseguenza. C’è, forse, una componente di casualità. Forse la manina di qualche sito con buona visibilità, in cerca di notizie pepate acchiappa-click, ha innescato quella massa critica di pubblico in grado di far cadere la valanga. Oppure, il video, così come è concepito, i tempi, le facce, la canzoncina, la gestualità, contiene inconsapevolmente alcuni elementi, un mix che funziona, il ritmo di uno spot pubblicitario, e, al contempo, quegli ingredienti  che destano l’”ilarità generale”: le facce, le voci, l’abbigliamento, la tecnica di ripresa, la tortina che sono tipiche della persona della strada messa in un contesto che le è assolutamente estraneo. Il mix evidentemente è stato micidiale.

[nextpage title=”Prevenzione e rimedio ai danni del video virale”]

Il rimedio ai danni è impresa difficoltosa. Ricostruire la vita digitale è possibile, avviene piano piano, passata la buriana, ma il nome e il cognome non sarà mai cancellato. Già si possono immaginare esperti di comunicazione che intendono prendere questo caso come esempio da portare nelle loro slide nei corsi sulla reputazione aziendale on-line come epic-fail. Insomma un caso di scuola. ed in effetti si tratterebbe di un caso perfetto per una lezione scolastica sulla consapevolezza in rete.

Magari la direttrice dovrebbe cambiare nome, cambiare vita. Oppure cavalcare l’onda e diventare un personaggio da talk show. Troppo per un impiegato di banca.

E’ banale affermarlo, ma l’unico modo per evitare di cadere in questi vortici è non farsi riprendere, quanto meno da protagonisti.

Una dato è certo. Anche se la direttrice ed i suoi colleghi hanno peccato forse di ingenuità e dabbenaggine nel diffondere il video, la responsabilità della sua azienda, quella di non aver specificato che il video doveva rimanere sotto il controllo della gestione aziendale, è innegabile. Soprattutto è stata concepita una iniziativa di cui non si sono preventivati i rischi. Peraltro, è stata la banca stessa ad incoraggiare l’utilizzo di uno smartphone per realizzare il video. Nella locandina, redatta per promuovere l’iniziativa presso i dipendenti, si incoraggiano quasi a realizzare un video naif: “Non cerchiamo il nuovo Fellini, non serve Mastroianni”.

Il poster che invita le filiali a realizzare un video originale, corale, ironico.

Insomma, la valorizzazione del dilettantismo. Inoltrare un video, se questo è reso disponibile sugli smartphone dei protagonisti, è un’operazione talmente semplice che non può non essere tenuta in conto, perché non si può pretendere che impiegati a digiuno magari di qualsiasi cognizione di come funzioni oggi la rete, non cadano in tentazione e non lo condividano con un partner, un figlio, un amico. Da lì il passo verso il circo Barnum è breve.

Tenere segreti contenuti aziendali oggi è oltremodo difficile. Realtà strutturate, con persone che nel lavoro hanno piena contezza di come funzionino le dinamiche della rete, preferiscono rendere l’azienda una casa di vetro, anzi fanno tesoro, con tanto di blog, del racconto che ogni membro di un progetto fa del proprio contributo alla macchina aziendale. Si tratta di realtà che lavorano con tale professionalità che rendere pubblico all’interno ed all’esterno i propri metodi, la propria missione, i propri obiettivi è una creazione di valore, e un rinforzo per il brand. Secondo questa logica, ciò che invece viene tenuto riservato, può sempre dare adito a congetture di ogni tipo. Nel caso in cui, invece, non si sia avuto questo processo che è, al contempo, di strutturazione di processi e consapevolezza delle persone che in essi sono inserite, allora è opportuno porre un limite, correre in qualche modo ai ripari, per tutelare le persone coinvolte.

[nextpage title=”Le tecniche di team building”]

Il caso in oggetto, invece, sembra un revival di tecniche motivazionali in voga dagli anni 60 e 70 in Usa, e che ci si aspetta di trovare ormai solo nelle reti commerciali di venditori di aspirapolveri, beveroni per dimagrire, costruite magari con le catene di sant’Antonio e basate su quelle riunioni dove si reclutano i nuovi venditori a suon di musica ad alto volume ed applausi forzati.

L’obiettivo di queste tecniche “corporate” è quello di stimolare nei partecipanti la capacità di stare in gruppo, nel quale creare un clima di fiducia. Una grande famiglia come viene cantato nel video virale di Banca Intesa, proprio mentre la famiglia perde i connotati di nucleo fondante della società e ospita spesso orrendi crimini.

Per raggiungere questo risultato i metodi usati sembrano davvero tratti da un film di Fantozzi. Non manca davvero nulla. Il Filini entusiasta, il gran capo che all’interno dell’organigramma viene ad assumere, per proprio volere e per lo zelante impegno dei sottoposti, le sembianze di un dio aziendale, le donne procaci, il Fantozzi vittima designata e umiliata, la cui personalità quotidiana è lontana anni luce dalle attività di Team Building.

E’ così che i dipendenti sono costretti ad accettare anche le situazioni più strampalate.

Travestimenti, canti, balli, e spettacoli di vario tipo devono svolgersi davanti a tutti.

Urla di guerra in stile rugby neozelandese, cene aziendali con delitto, percorsi di guerra, concorsi di fotografia o video, partite di calcio, tennis o altri sport dove i dipendenti devono fare tutti gli sforzi possibili per far vincere il capo.

In questi eventi, durante i quali mariti e moglie sono banditi, ufficialmente per esigenze di budget, è d’obbligo socializzare a tutti i costi e si verificano situazioni di imbarazzante promiscuità. Ci sono fior di professionisti del settore che hanno a lungo lavorato per organizzare tali eventi e sono stati anche pagati per fare opera di post-produzione sui video raffiguranti questi eventi perché dovevano essere ripuliti da amanti troppo vicini ai capi, persone licenziate di lì a poco, persone in stati pietosi di ubriachezza. In situazioni di tale licenziosità, il tema “io ci sto” rischia di diventare molto scivoloso se recitato di fronte al gran capo.

La vicenda è triste perché racconta di una realtà aziendale, quella italiana, che in molti casi manca di cultura imprenditoriale, cultura della rete, professionalità, consapevolezza di ciò che si sta facendo. La seriosità e la formalità forse non sono più un valore imprescindibile e l’abbigliamento formale non sono più un must e va bene così. Qui però manca la sostanza. Mancano struttura, regole, etica aziendale. Abbondano i capi che vogliono fare i padroni e i sottoposti, in una posizione di sudditanza, sono pressati in tutti i modi per il raggiungimento degli obiettivi, senza che vengano forniti loro i migliori strumenti possibili, tra i quali la formazione, il tempo e gli incentivi tali da raggiungere tali risultati in condizioni umane. L’azienda però deve creare attorno a sé e dentro di sé una immagine etica, presentabile, socialmente responsabile. Questo obiettivo però viene cercato di solito con la tecnica del panettoncino di Natale o con iniziative di Responsabilità sociale d’impresa (CSR) e di Employer Branding che hanno molto il sapore di una infrastruttura di carta pesta, bellissima, ma sotto la quale si nasconde il nulla, o peggio realtà di organizzazione aziendale retrograda e disattenta rispetto, ad esempio, al benessere dei principali stakeholder aziendali, i dipendenti.

Nel caso specifico, per far sentire il team una grande famiglia era proprio necessario organizzare un contest di video? Non si può rafforzare le relazioni nel team in altri modi, coinvolgendo dei professionisti ad esempio del coaching? Non si poteva rendere chiaro, in maniera forte e fin dall’inizio, che i video erano ad uso interno? Non si poteva affiancare ai dipendenti dei professionisti della comunicazione?

Non è meglio puntare, ad esempio, sulla qualità della vita sul luogo di lavoro? Si ricorda qualcuno che la vita dei lavoratori non si esaurisce con il loro ruolo professionale e che ciascuna personalità va rispettata e valorizzata per quello che è, puntando sui punti di forza di ciascuno?

Purtroppo si tratta di interrogativi che si pongono in pochi. I manager o i proprietari d’azienda invece sono ossessionati dal risultato fine a sé stesso ed a breve termine, e sono poco disposti a mettere mano radicalmente alle logiche organizzative sbagliate quando il risultato delude.

Si concentrano invece troppo sul marketing. L’Italia pare essere diventato un paese di venditori. Siamo bombardati dal pushing. Telefonate, messaggi, spot, offerte messe in  atto da lavoratori pressati per il raggiungimento del target. La relazione tra chi pressa e chi viene pressato è difficile. Meno ci si preoccupa del fatto che il bene o il servizio proposto sia davvero utile, appetibile, di qualità.

Le stesse banche hanno negli ultimi anni cambiato radicalmente le proprie strategie. il personale, in precedenza dislocato nell’ambito di un ventaglio ampio di attività, viene tendenzialmente concentrato verso l’attività di vendita. Spesso pare di trovarsi in un call-center. Non solo si vendono i prodotti bancari, con forte pressione sui risultati , secondo logiche eccessivamente competitive, con incentivi alla competizione tra colleghi ed alla mancata applicazione delle regole con atteggiamenti spregiudicati, ma si mettono in campo campagne di marketing per la vendita di prodotti estranei al mondo bancario: smartphone, tablet, attrezzi fitness, polizze auto, e chi più ne ha più ne metta. Persino il layout degli sportelli bancari è stato riconfigurato a favore di un approccio più filo-marketing. Si è passati dal bancone che separava l’impiegato dal cliente, in un passato non tanto lontano provvisto anche di vetro a tutela della riservatezza e della sicurezza, ad un’approccio più friendly al cliente, che secondo le solite regole del marketing deve essere seduto a fianco al fianco con il venditore, senza ostacoli che si frappongono fra loro, come uniti in un sodalizio verso un obiettivo comune.

Anni di esperienza, maturata in anni di studio e di lavoro, in contesti, è vero, più grigi e monotoni di quelli di oggi, sembrano dover essere messi da parte.

Leggendo la vicenda del video bancario di Castiglione delle Stiviere secondo questa ottica, che va a notare cosa accade davvero nelle aziende italiane e che in pochi hanno l’ardire di raccontare, si può avere una chiave di lettura più chiara.

Non è da escludere, andando a soppesare l’atteggiamento dei protagonisti a freddo, che la diffusione di questi video in rete sia stata velatamente tollerata o incoraggiata, prospettandosi una campagna virale a basso costo per la serie “l’importante che se ne parli”, non del tutto incoerente con il cambio di paradigma nel marketing bancario verso una tendenza friendly, paragonabile agli spot Buondì Motta. La banca, pur con una posizione di difesa verso la dipendente (“Katia non è mai stata sola”) a dir poco tardiva, non pare aver avuto reazioni scomposte, con teste che rotolano, e tutele legali nei confronti dei siti che hanno innescato la bomba. La stessa Katia, presentatasi regolarmente in ufficio nonostante l’assedio in strada da parte di giornalisti e curiosi, potrebbe essere stata fortemente tranquillizzata dall’istituto di credito, anche se non sappiamo se ciò sia avvenuto con dei complimenti per l’obiettivo raggiunto, oppure con delle scuse ed una conferma di fiducia. Si può affermare che la viralità fosse cercata?

Ossessione sicurezza. Preleveremo i bambini da scuola con Face-ID?

FaceID il riconoscimento facciale potrebbe placare la nostra ossessione per la sicurezza?

FaceID il riconoscimento facciale potrebbe placare la nostra ossessione per la sicurezza?

L’ossessione per la sicurezza al 100% porterà all’invasività delle macchine e alla umana inettitudine?

La sicurezza è un bisogno che per induzione o per autoconvincimento si sta radicando nella società e la tendenza

non si limita alla questione immigrazione. Tra gli “oggetti” che più fomentano l’ansia o la paranoia da sicurezza ci sono i bambini. Tra i luoghi più a rischio ci sono il web e la strada. Per i bambini, la strada, i parchi, insomma, l’aria aperta, sono luoghi spesso off-limits, se non con i dovuti controlli, secondo la percezione che le famiglie hanno attualmente della sicurezza.

[nextpage title=”Sicurezza del prelievo dei bambini a scuola”]

Tra le situazioni che destano maggiore ansia c’è l’uscita dei bambini da scuola, in quanto c’è un passaggio di responsabilità dal personale scolastico ai genitori, o chi per loro è delegato per perfezionare l’operazione.

Il “Prelievo” (sì, si chiama così) dei bambini a scuola in maniera sicura è una questione inestricabile, come le elezioni online che, non a caso, in quanto hackerabili da una persona malintenzionata, si svolgono ancora con carta e matita. Inestricabile perché, in linea teorica, la sicurezza al 100% non può essere garantita, e tendere verso il 100% può risultare oltremodo oneroso.

Nei casi in cui i dirigenti scolastici hanno scelto la pedissequa applicazione di norme ordinarie e l’adozione di regole interne fortemente restrittive, ciò va a scontrarsi con la reale applicabilità di un simile regime di tutela, anche perché, stando alle leggi, esso dovrebbe estendersi fino ai 18 anni non compiuti, salvo espresso consenso dei genitori dalle scuole medie in poi.

[nextpage title=”Le due vie possibili”]

Le strade sono due: quella dei miei tempi, quando a scuola andavo da solo e a piedi, e quella che pretende di tutelare l’operazione fino all’estremo di oggi, in maniera cervellotica, ma comunque insufficiente allo scopo. L’attenzione si concentra sulle persone delegate dai genitori a presentarsi all’uscita da scuola. Si obbligano le famiglie a presentare in originale i documenti di identità del delegato, con un modulo di domanda corredata con firma e numero di telefono. La scuola effettua una copia, utilizzata successivamente per controllare l’identità al prelievo del bambino confrontando il documento depositato con quello presentato dal delegato stesso. Nulla viene fatto però per identificare i genitori. Per loro gli insegnanti o il personale scolastico si basano sull’identificazione visiva della persona, anche nei primi giorni di scuola. Per di più l’operazione è effettuata in condizioni di ressa, con bambini che non vedono l’ora di correre fuori dai cancelli. Confrontare un documento di identità con la copia che si detiene in archivio non è un’operazione che si può effettuare in maniera massiva per decine o centinaia di scolari basandosi su copie cartacee da consultare una per una. Inoltre, non garantisce da falsificazioni di documenti. Andrebbe verificato anche in quali condizioni avviene il deposito dei documenti di identità. E’ plausibile infatti che l’operazione avvenga con file di genitori che sbuffano e mettono fretta all’impiegato di turno, occupato più che altro a verificare le carte di identità dei delegati ed effettuare fotocopie e riempire moduli, più che a verificare l’identità di chi si qualifica come genitore dell’alunno e che per una percentuale che tende al 100% dei casi lo è davvero. A me è personalmente capitato di presentare l’autorizzazione corredata con documenti di identità dei delegati, senza essere io stesso identificato, fatta salva l’apposizione della mia firma. Qualcuno avrebbe potuto apporre una firma e presentare al posto mio dei documenti. Per di più, nel caso concreto in cui ho delegato qualcuno a prelevare mio figlio all’uscita, previa mia annotazione sul diario, nessuno ha chiesto di visionare il documento di identità, né tanto meno le generalità, del delegato. Chiunque avrebbe potuto hackerare la mia decisione di delegare il prelievo del bambino in quel giorno specifico ed avrebbe potuto presentarsi all’uscita. Un classico caso di non applicazione di regole stringenti.

[nextpage title=”Come possono rapire tuo figlio”]

Nella remota ipotesi in cui un malintenzionato intenda rapire un bambino, non sono dunque questi metodi che possano garantire la sicurezza assoluta. Si tratterebbe di persone scaltre, che considerano i metodi di azione più impensabili, magari studiano anche il web e i social networks per ottenere informazioni utili per un potenziale rapimento. Si tratta di ipotesi remote, ma che qualcuno ha analizzato, in particolare Matteo Flora con il video su Youtube dal titolo “Come rapire Martina, 5 anni, ai giardinetti…”, https://www.youtube.com/watch?v=Yg1gWyY8fDw  dove è spiegato come, in linea teorica, Flora potrebbe rapire la figlia di un suo conoscente utilizzando le informazioni condivise dai genitori in rete: foto geolocalizzate, gusti della bambina in fatto di personaggi tv, orari, ed altro. Beh, anche i sistemi di sicurezza messi in campo dalle scuole sono di dominio pubblico e il nostro malintenzionato potrebbe mettere in campo una strategia basata  sulle ampie discussioni in rete, compreso questo articolo, sull’argomento e su strategie che sono state definite di “Social Engineering Frauds”, quelle che hanno consentito ad un hacker di farsi bonificare 500.000 Euro da un rappresentante di Confindustria presso l’Unione Europea, Gianfranco dell’Alba. Si tratta di strategie criminali che in realtà hanno a che fare più con la psicologia che con l’hacking informatico, in quanto eseguono la truffa ingannando, e manipolando le vittime per ottenere  informazioni o denaro, utilizzando semplici messaggi di posta elettronica o tramite siti di social networking, il telefono o persino incontri di persona, che servono a intessere una relazione personale tale da poter carpire la fiducia e sfruttare tutte le vulnerabilità identificate nelle procedure.

[nextpage title=”I rischi reali”]

Nella realtà accade che i problemi all’uscita di scuola riguardano maggiormente disorganizzazione e dissidi interni alle famiglie, piuttosto che al classico maniaco sessuale di strada, per cui al massimo si può verificare che nessuno si presenti a scuola a prelevare il bambino, che le telefonate a genitori e delegati falliscano, con lo scenario di prassi che prevede l’intervento di polizia municipale o, udite udite, gli assistenti sociali. Inoltre si può supporre che la probabilità di un evento come quello classico nell’immaginario, cioè il rapimento, sia meno probabile rispetto ad atti di violenza, fisica ma soprattutto psicologica, perpetrati all’interno della cerchia del personale scolastico, o dei pari,  oppure danni derivanti da errori o negligenza nella applicazione delle regole. Regole stringenti appaiono più funzionali alla attribuzione delle responsabilità a questo o quel soggetto, piuttosto che alla prevenzione di eventi avversi. La sicurezza dunque è perfettamente prevista sulla carta, ma assente nei fatti.
[nextpage title=”L’intelligenza artificiale per la sicurezza”]

Se si pretende che la sicurezza si avvicini in maniera significativa al 100% è inevitabile che ci si affidi alle macchine. Ed in uno scenario così, allo stesso tempo, cervellotico, perché burocratizzato, e irrazionale, forse è il male minore. Una delle ipotesi percorribili in un futuro non troppo lontano potrebbe essere quella della identificazione elettronica dei dati biometrici, in alternativa ai classici sistemi di identificazione oggi esistenti o possibili (tessere magnetiche, QRcode, etc.). Può sembrare una soluzione fantascientifica quella di leggere le impronte digitali, o meglio ancora, una mappa tridimensionale del viso o altre mappe biometriche di chi preleva i bambini a scuola prima che il bambino esca, ma dobbiamo considerare che il Touch-ID o il nuovo sistema Face-ID, basato su algoritmi di Machine Learning, introdotti per i pionieri acquirenti degli ultimi smartphone sul mercato, funzionano bene, sono veloci, hanno una percentuale elevatissima di esattezza del riconoscimento (si dice 1 errore su un milione), stanno sempre di più entrando nelle abitudini della popolazione di tutto il mondo, e fanno parte dell’equipaggiamento dell’ultimo IPhone X. Inoltre, tralasciando gli aspetti relativi alla privatezza dei dati, quando viene a rendersi disponibile una nuova tecnologia o una nuova possibilità prima non esistente, in genere c’è sempre qualcuno disposto ad utilizzarla, anche se socialmente inaccettabile. L’uscita da scuola dovrebbe avvenire, in quel caso, imponendo alla coppia genitore/bambino o delegato/bambino di passare fisicamente attraverso una sorta di tornello virtuale dove le due persone si trovano di fronte un automatismo dotato di un sistema, simile a Face-ID, che effettua una scansione del viso dell’adulto e del minore posti l’uno a fianco all’altro, e solo se tale scansione corrisponde ai dati precedentemente depositati in archivio la porta si apre. Aggiungiamo che, magari, la scansione potrebbe anche “studiare” le espressioni del viso per verificare eventuali stati d’animo che possano destare qualche sospetto.Dicevo, questa è la seconda delle due strade percorribili.

[nextpage title=”Come gestivamo la sicurezza negli anni ’70”]

La prima strada è quella dei vecchi tempi, quando si accettava una fisiologica e minima dose di rischio, perché è così, fa parte della vita. Il paese è piccolo, tutti conoscono quel bambino che sta andando da solo a scuola. C’è fiducia. Fiducia innanzitutto nel proprio figlio, un bambino che vive già l’aria aperta e la strada. Conosce in linea di massima ciò che deve fare, cioè semplicemente camminare, compiere lo stesso percorso degli altri giorni, magari scegliere, come facevo io, di volta in volta, il percorso più veloce o più comodo. Con un’espressione forse un po’ in disuso, il bambino degli anni ’70 era in grado di “badare a sé stesso”. Accettare soluzioni alternative, come entrare nella macchina di uno sconosciuto, sarebbe al di fuori dell’ordinaria quotidianità e probabilmente non sarebbe accettato dal bambino.

In passato il concetto di sicurezza era interpretato in maniera totalmente diversa. Conosco persone nate negli anni ’70 che raccontano come durante la giornata a tempo pieno nella scuola di campagna, i bambini si recavano a casa della cuoca e la aiutavano a macellare il coniglio che avrebbero mangiato a pranzo e prima di rientrare in classe andavano al bar a comperare le caramelle al liquore. Il parroco, inoltre, durante le gite fuori porta, caricava tutti a bordo del pulmino e a qualche bambino, ovviamente senza cinture, faceva innestare le marce. Uno scenario, che attualmente avrebbe mobilitato autorità di vario tipo e configurato almeno qualche reato, in tema di minori e non.

E poi, parliamoci chiaro, atti di violenza sono esistiti anche in passato, ma non avvenivano all’uscita di scuola, bensì in luoghi chiusi, come ad esempio le parrocchie o le mura domestiche, ad opera di persone di cui si doveva avere una cieca fiducia.

Nelle scuole inoltre c’è una tendenza alla burocratizzazione delle procedure e si sta creando un fossato sempre più profondo nella relazione tra le famiglie e l’organizzazione scolastica, con colpe da distribuire equamente tra le due fazioni.

La strada percorribile è dunque FaceID oppure l’educazione impartita ai bambini e la fiducia riposta nei loro confronti, un rapporto di fiducia tra le famiglie e il personale scolastico basato sulla conoscenza reciproca, sull’empatia, sull’umanità, da costruire all’inizio della scuola con iniziative, come ad esempio il bus pedonale? In questa seconda ipotesi, il vero Face-ID sarebbero i sorrisi dei bambino di fronte ad adulti più umani. La strada che si è intrapresa di recente è la tutela, da parte dell’intelligenza artificiale, di molte azioni che minano la sicurezza compiute dall’essere umano.

L’esempio migliore è quello delle automobili, per cui si può prevedere che in pochi anni perderemo la capacità di guidare un veicolo, così come abbiamo perso la capacità di condurre un cavallo. Questo perché la tecnologia rende possibili le misure di sicurezza, perché il rischio ha un costo, perché i film di fantascienza che abbiamo visto nei decenni scorsi pare stiano tracciando i reali obiettivi della tecnologia e perché il mercato richiede simili servizi.

Perché diventare un influencer se i follower li ho già sul lavoro?

Diventare un influencer? Che necessità ha un manager, che magari gestisce già una struttura composta da risorse, processi, e soprattutto persone, di diventare un influencer? Non gli è già sufficiente gestire i rapporti con le sue risorse nei social, cosa che già può portare risultati positivi con un impegno già non banale?

Da pareri di persone che hanno esperienza in realtà strutturate a livello internazionale sento che una presenza sul web con un blog istituzionale, che raccolga la narrazione e il dialogo sui processi aziendali è ormai diventata d’obbligo.

Una strutturazione di questo tipo può secernere in maniera più, per così dire, naturale, e forse più efficace, una comunicazione prodotta anche in prima persona dal manager che sia in grado di lasciare il segno.

Una presenza di comunicazione per raccontare qualcosa all’esterno, non è un qualcosa di frivolo, narcisistico, un luogo dove vantarsi e presentare l’immagine di sé che si vorrebbe far apparire per colmare qualche carenza di autostima o, peggio, vuoti nella propria giornata professionale, come paiono essere ormai diventati i social network. Dietro ogni vita professionale, c’è sempre una visione del mondo, un episodio di vita, una scintilla che ci ha scatenato in noi la passione per quello specifico settore, e che ci rende migliori della concorrenza. Non sempre l’esperto di marketing di turno riesce, da solo, a far percepire questo “quid” che può fare la differenza. Se è il manager ad esporsi in prima persona, con il proprio viso, la propria storia, il lettore percepirà che quella realtà aziendale è fatta di persone autentiche che ci mettono la faccia, non un semplice marchio, una persona giuridica, studiati a tavolino.

Si dovrebbe concepire un luogo dove rendere trasparente il proprio lavoro e incanalare e gestire un racconto del processo aziendale cui si partecipa, evitando che a farlo sia qualcun altro, all’interno o all’esterno. Che sia poi aperto all’esterno o chiuso, fa ormai poca differenza in un mondo dove tenere un segreto sarà sempre impresa sempre più difficile. La temperatura emotiva, la qualità di tale presenza poi sta ad ognuno dosarla. In Italia è troppo diffusa l’idea che raccontare il proprio lavoro sia pericoloso, perché si rivelerebbero chissà quali segreti professionali di cui altri potrebbero approfittare.

Diventare un “Influencer” può avere indubbi vantaggi, perché consente di occupare una scena nella propria nicchia, prima che siano altri a farlo, e diventare la voce di riferimento per la porzione di pubblico che costituisce l’interlocutore ideale.

Diventare un “Influencer” non è un risultato che si ottiene per una propria decisione. Lo decide il mercato dei lettori. Il lettore ti legge se hai qualcosa da dire, ma ti legge meno se dici qualcosa per una decisione presa dall’oggi al domani, magari dietro consiglio di esperti di comunicazione. Ti legge di più se strutturi un sistema gestito di comunicazione del tuo lavoro, e, ovviamente, se hai qualcosa da raccontare, ovvero, se non sei “uno qualunque”.

Social network: l’ignobile baratto tra privacy e curiosità. Le storie di Whatsapp & Co.

Storie whatsapp chi ha visto le mie storie

Storie whatsapp chi ha visto le mie storie

Perché penso che una delle ultime trovata di Zuckerberg & Co., le “storie”, ossia gli aggiornamenti di status di Wathsapp, quelli che dopo 24 ore spariscono, siano un’altro modo deteriore di fare traffico, quindi soldi?

Si parla molto di “Story telling”, “narrazione”, nella convinzione che le persone sentano il bisogno di ascoltare e proporre agli altri dei racconti, piuttosto che fare qualcosa di reale per costruire quel mondo di cui si va raccontando in 10 secondi. Chissà perché la storia poi deve essere effimera, come una bolla di sapone. La moda delle storie che scompaiono, dopo 24 ore, si è allargata da Snapchat a Instagram, Facebook e WhatsApp, ma lascia qualche dubbio: si rinuncia a mantenere il controllo ed archiviare nel proprio dispositivo i contenuti pubblicati (se non si decide di adottare un qualche sistema di salvataggio), mentre il fornitore di servizi, a meno che non ci dimostrino il contrario, e i contatti destinatari (con uno screenshot o applicazioni apposite) possono salvare il tutto, se ne hanno voglia o interesse.

Ciò vale in particolare per i video e le foto ripresi dall’interno dell’applicativo, anziché caricando contenuti realizzati in precedenza.

 

Altro risvolto è quello del trattamento del dato relativo al numero di telefono in un ambito estraneo a quello della chiamata vocale e della messaggistica, ossia il social networking.

Dopo la vicenda del collegamento tra l’account WhatsApp con Facebook, che ha causato polemiche e reazioni come quella del garante della privacy in Germania, WhatsApp lancia le “stories”, così come hanno fatto Facebook e Instagram. 3 applicazioni dello stesso gruppo. Questo dopo il rifiuto di Snapchat di passare sotto l’orbita di Zuckerberg per 3 miliardi di dollari. Il re dei social si è scatenato replicando lo stesso meccanismo su tutte le sue applicazioni. Una sorta di dichiarazione di guerra.

 

Con Stories di WhatsApp, in particolare,  l’applicazione di messaggistica si spinge nempre  territorio del territorio proprio del social networking. Si possono condividere, da febbraio 2017, non solo testi, ma anche immagini e brevi video. La vera novità riguarda i soggetti che saranno abilitati a visualizzare i nostri contenuti:

È sufficiente che un contatto sia registrato, per qualunque motivo, nella nostra rubrica con il numero di telefono cellulare e che la stessa persona abbia registrato il nostro numero nella sua, o che ci sia stato un precedente scambio di messaggi, perché questa persona possa vedere i nostri contenuti e noi possiamo vedere i suoi, anche se si tratta di una persona con la quale non interagiamo da tempo oppure è un contatto con il quale intratteniamo una relazione professionale o non di tipo, per così dire, “social”. Non basta, l’app consente, e questa è la vera novità, anche di sapere chi ha visto il nostro aggiornamento di stato, a patto di aver impostato la privacy in modo da consentire agli altri di vedere la stessa informazione su di noi.

Se, inoltre la persona ha visto un nostro aggiornamento di stato, possiamo dedurre che quella persona ha il nostro numero fra i contatti.

 

È chiaro che queste funzionalità possono essere gestite, selezionando ad esempio chi può vedere gli statius, ma è importante descrivere quali sono le impostazioni di default. In virtù di queste, non è difficile poter immaginare come lo scopo sia quello di far interagire in qualche modo persone che hanno tra loro un legame relazionale debole, ovvero la semplice detenzione del numero di telefono o anche vecchi messaggi. Da lì a stabilire una relazione più profonda, dunque l’amicizia su Facebook, che è la piattaforma fonte di guadagno maggiore per Zuckerberg, il passo è breve.

 

Si tratta di funzionalità che sembrano essere fatte apposta per attrarre utenti nella propria rete, svegliando la curiosità nei confronti di persone di cui magari avevamo dimenticato l’esistenza. Vecchie fiamme in revival? Colleghi curiosi con i quali ci si saluta appena? Sono solo alcuni degli esempi possibili.

Si tratta di una caratteristica, quella della notifica circa chi ha visto le mie storie che neanche Facebook, almeno finora, non ha avuto l’ardire di introdurre per i post ordinari.

 

Ma siamo sicuri che non siano proprio queste features che assecondano la curiosità degli utenti a costituire uno dei motivi per cui una applicazione social ha successo? Si tratta di uno scambio tra cessione di proprie quote di privacy per poter ottenere una simile quota di appagamento della propria curiosità. Se questo scambio non ci sta bene possiamo solo scegliere tra l’abbandono di una o più piattaforme, oppure un paziente lavoro di dosaggio della privacy che non tutti sono disposti a fare.

Lo stesso vale per la doppia spunta blu di notifica su Whatsapp dell’avvenuta lettura del messaggio, che funziona solo se concedi anche tu agli altri di sapere se hai letto i messaggi, e per la notifica degli “amici nelle vicinanze” di Facebook, che funziona solo se tu concedi in pasto a tutti la medesima informazione sulla tua posizione, ovvero informi tutto il mondo dove ti trovi in questo momento, con tanto di notifica se la persona in questione si trova nei tuoi pressi.

Che evoluzione può avere una dinamica di questo tipo portata all’eccesso? I social tendono a far venire fuori relazioni reali o desiderate, a instaurarne sempre di nuove per creare curiosità, engagement, come dicono loro. Gli utenti potrebbero stufarsi di tutta questa emotività, mercificazione e mediatizzazione delle proprie relazioni e della propria socialità oppure ci sarà una progressione portata all’estremo, per cui tutti sapranno e vedranno tutto di tutti, anche l’indicibile?

Gian Ettore Gassani, Presidente dell’AMI, Associazione degli Avvocati Matrimonialisti, ha avuto modo di affermare che se venisse fuori tutto ciò che è contenuto negli smartphone degli italiani, verrebbe giù tutta l’Italia, vi sarebbe un caos totale.

 

I social network non sono il fattore principale che rende le relazioni in questi anni complesse, fluide, fragili, a rischio esplosione, a patto che si sia capaci di distinguere dove finisce la virtualità della propria presenza online, che costituisce il core business di aziende miliardarie, e dove lavorano le migliori menti del mondo, e dove comincia la vecchia relazione interpersonale analogica, fatta con gli organi di senso che si posano direttamente sull’epidermide dell’altro. E’ una lotta impari che finirà, forse, solo quando troveremo, o ci avranno procurato, qualche divertimento più interessante.

Pagella elettronica: perché non piace alle famiglie?

La pagella elettronica non piace affatto ai genitori.
Il malcontento corre sul filo degli ultimi messaggi di fine anno scolastico nei gruppi Whatsapp organizzati dai genitori.

Genitori social, genitori su Whatsapp, su Wikipedia, genitori multitasking.
Il ruolo della madre e del padre di scolari e studenti si fa via via sempre più complesso. Per chi ha familiarità con pc, social e web non è però impossibile stare quanto meno sul pezzo, complici strumenti tecnologici a supporto della didattica.

 

Immagine proveniente dal sito https://vittcaltabiano.files.wordpress.com/2010/01/vittorio-pagella-3-elementare-retro.jpg

La vecchia pagella scolastica scritta a mano con timbro e firma.

Per capire come mai, nonostante ciò, la pagella dematerializzata non piace alle famiglie basta osservare le vecchie pagelle di un tempo.

La pagella elettronica rientra nel contesto della introduzione di processi che tendono a migliorare le procedure con l’obiettivo della razionalità e dell’efficienza.

Tale processo peraltro è ancora incompiuto. Il “Piano per la dematerializzazione delle procedure amministrative in materia di istruzione, universita’ e ricerca”, che doveva seguire l’introduzione del Registro Elettronico in via facoltativa, avvenuta nel 2012, non è ancora partito.
Una interrogazione parlamentare ha anche sollevato dubbi circa la validità giuridica di tali documenti se manca la firma, digitale po meno, dei docenti https://www.anquap.it/categorie03.asp?id=3411

Sul sito web o sull’app per smartphone confluiscono tutti i dati d’interesse per le famiglie: il registro elettronico, con compiti, assenze, ritardi, note disciplinari, compiti assegnati, orario scolastico, i voti di scrutinio, gli orari di ricevimento, fino alla pagella di fine anno con la possibilità di visualizzare i voti e ufficializzare la presa visione, senza neanche il bisogno, per i genitori di recarsi a scuola nel mese di giugno per il ritiro del responso.

Tutto molto efficiente, veloce, al passo con i tempi, ma la pagella elettronica proprio no. Quella non piace alle famiglie. Perché?

D’altronde il file .pdf consente di stampare a proprio piacimento il foglio con i voti, sulla carta che si preferisce, con una grammatura più o meno importante e sull’app si ha memoria, negli anni, dello storico dei voti. E’ comodo. Tutte le informazioni sono a portata di mano, in qualsiasi momento. Almeno dovrebbe essere così, nel caso di mio figlio il registro elettronico mancava di molte informazioni, come ad esempio l’orario scolastico.

Pagella elettronica si scarica online

La pagella si scarica con un click

Per capire come mai la vecchia cara pagella sia rimasta nel cuore e nell’immaginario delle famiglie, basta osservare una di quelle vecchie pagelle di una volta. La pagella, che fosse portatrice di buoni o cattivi voti, era un documento che aveva i crismi della ufficialità. Era vergata a mano dalla perfetta grafia dell’insegnante su un pesante cartoncino. Era come una sorta di mini diploma che sanciva la fine dell’anno scolastico con il suo verdetto inesorabile, con tanto di timbro e firma a mano.

Il genitore si recava a casa in una certa data, tornava e portava dentro casa con un documento che conteneva il verdetto circa il profitto del figlio in quell’anno. Nessuno prima di quella fatidica data era a conoscenza dei voti.

Con la pagella elettronica vengono meno una per una tutte queste caratteristiche. Non c’è l’effetto sorpresa. Il genitore apre l’app, magari in una pausa di lavoro o in tarda serata mentre tutti dormono, e dopo ore, magari la mattina dopo, comunica l’esito a voce, ad esempio edulcorando o rincarando la dose rispetto ad una brutta pagella, oppure tira fuori uno smartphone o un tablet.

Per non parlare del giudizio testuale. Ho scoperto in questi giorni di fine anno scolastico che il giudizio testuale che accompagna i voti non è altro che una traduzione in parole dell’andamento dei voti tra primo e secondo quadrimestre. Il giudizio in altre parole è automaticamente stilato con un algoritmo e solo in alcuni casi gli insegnanti decidono di modificarlo aggiungendo farina del proprio sacco, per usare una espressione a loro cara ai miei tempi. Qualcosa di aberrante.

La scuola di mio figlio Matteo, terza elementare, ha inaugurato quest’anno l’abolizione della pagella cartacea per chi avesse già visionato i voti online. Ed era la stragrande maggioranza delle famiglie. Da parte mia, inizialmente, c’è stata la tentazione di trattare con sufficienza l’atteggiamento ostile dei genitori, andati su tutte le furie quando si è capito che non sarebbe stato consegnato il documento cartaceo. Riflettendoci bene però, non mi sento di dare loro torto. Se proprio occorre continuare con quella che definirei ossessione per la valutazione, allora quanto meno traduciamo in un documento cartaceo l’esito del lavoro fatto durante l’anno e dell’impegno profuso durante l’anno. Magari fatecelo pagare quel pezzo di carta, ma stampatelo. Su una bella carta. Pesante. Senza svilire il giudizio sul lavoro dei nostri figli alla stregua di un videogioco o un post sui social.

Si potrebbe pensare ad una dipendenza dai dispositivi elettronici da parte dei nostri ragazzi, ma i dati dicono che loro amano la carta più di noi. Sono loro a tenere a galla i dati di vendita delle nostre librerie dalla crisi profonda della lettura cartacea. In Italia si legge di più, ma noi adulti leggiamo altro, essenzialmente per via della moda dei social.

Un invito allora: diamoglielo quel pezzo di carta!

 

Alto ventos est coeptis utque fecit. Phoebe sine circumfuso arce. Tanto aliis. Matutinis cornua origo formaeque animal mundo. Chaos: fabricator. Natura mundo caesa addidit. Cuncta habendum meis omni ille formaeque emicuit septemque et. Lege fecit aethere porrexerat gentes horrifer formas.

Alto ventos est coeptis utque fecit. Phoebe sine circumfuso arce. Tanto aliis. Matutinis cornua origo formaeque animal mundo. Chaos: fabricator. Natura mundo caesa addidit. Cuncta habendum meis omni ille formaeque emicuit septemque et. Lege fecit aethere porrexerat gentes horrifer formas.

Alto ventos est coeptis utque fecit. Phoebe sine circumfuso arce. Tanto aliis. Matutinis cornua origo formaeque animal mundo. Chaos: fabricator. Natura mundo caesa addidit. Cuncta habendum meis omni ille formaeque emicuit septemque et. Lege fecit aethere porrexerat gentes horrifer formas.