Vito Palumbo 13 maggio 2011 · Un mondo nuovo, un uomo nuovo, una nuova libertà (bozza)

Questo articolo è una bozza, sono graditi commenti, critiche, integrazioni.

“Niente sarà come prima”. Abbiamo sentito questa frase dopo l’11 settembre del 2001, dopo la crisi finanziaria partita dal 2008, dopo il disastro Giapponese del 2011 e così via dicendo. Se nulla è come prima, è anche vero che poco è cambiato dentro di noi. Oppure i cambiamenti stanno già avvenendo senza che di essi si sia creata una consapevolezza collettiva?

Le vecchie ruvide e concrete frustrazioni della libertà hanno lasciato spazio a nuove subdole sottili forme di oppressione, cui si aggiunge la difficoltà di riconoscere quale sia il vero liberatore.

Cosa ha lasciato di buono la crisi finanziaria della fine del primo decennio dal 2.000? Una batosta dopo la quale rialzarsi per proseguire ignari e barcollanti nella stessa direzione? Oppure un uomo nuovo, una nuova consapevolezza, un  nuovo modo di pensare e di vivere?

E’ solo l’inizio della fine dell’impero del consumismo, della faccia malata della competitività come stile di vita? Oppure si è creata un nuovo target di consumatori, l’ultima frontiera del marketing, una semplice evoluzione dei gusti, una nuova tendenza, quelli che mangiano biologico, chilometro zero e slow food, comprano prodotti equosolidali, utilizzano software open-source, leggono i libri di Saviano? Gente che pur sempre si fa identificare e si identifica con dei consumi.

Fiorisce, sia tra gli intellettuali che nei discorsi di persone comuni, la sensazione che il mondo stia correndo sopra un binario dal quale molti si chiedano non sia il caso di scendere. Dalla parte opposta ci si aggrappa alla locomotiva sperando che continui a correre non allo stesso modo, ma sempre più forte, l’unico modo per non farla fermare. La cosiddetta Speed Economy.

Si prevede che la prossima bolla speculativa sarà quella dell’IT, dove start-up vedono la luce in maniera velocissima vedendo piovere grandi quantità di denaro, per poi essere acquisite o fallire nel giro di pochi mesi.

Arriverà un uomo nuovo, veramente libero, capace di guarire dal feticismo che ci costringe ad accumulare nelle nostre tasche, nelle borse, nelle automobili, nelle cantine, tonnellate di oggetti inutili che servono a colmare un vuoto che si è creato dentro di noi?

Appare sempre più evidente la polarizzazione tra coloro che hanno preso coscienza e coloro che proseguono indefessi nella corsa. Una lotta tra ansiosi e depressi?

Da una parte persone iperattive, che cavalcano i ritmi veloci, quindi superficiali della modernità. Privi di scrupoli, pronti a vendere l’anima al diavolo, arroganti proprietari di Suv e cani da combattimento, palestrati gli uomini, tacco 12, e chirurgia estetica le donne, ben interpretati dal fotografo di Dagospia Umberto Pizzi. Dall’altra gli zen, i fanatici del salutismo, yoga, e via dicendo. C’è il rischio che entrambe le strade assumano le forme di un’ideologica ossessione compulsiva? Secondo Antonio Galdo, autore del libro “Non sprecare”, occorre evitare di sostituire un’ossessione compulsiva, quella per il consumo, con un’altra ossessione, “francescana”, come l’ecologismo ossessivo ed ideologico, che ha causato l’inaugurazione di una nuova categoria di avvocati civili negli U.s.a., quella dei divorzi da ecoincompatibilità.

E’ banale dire che Tiziano Terzani, dopo il suo viaggio per il mondo alla ricerca di sè stesso, ma anche di una guarigione, anche e soprattutto con metodi alternativi, al cancro che l’ha colpito si è conclusa con la morte?

Spesso si tratta di una corsa, quella verso il potere ed il denaro ad ogni costo, destinata a fermarsi per una fine cruenta. La mente va a Saviano che racconta dei camorristi che vivono sotto un pollaio, che sono lanciati sempre più forte ai vertici dell’economia mondiale, eppure non hanno davanti a loro alcuna prospettiva di rientro ad una vita “legale”, anche se sono a capo di una florida multinazionale dell’illegalità che fattura miliardi. Vengono però alla mente anche Gheddafi, Mubarak, Ben Alì, persino Berlusconi. Ci si chiede in quali circostanze avverrà la caduta del loro regime dopo tanti anni di dominio arrogante ed illegale e fonte di odio. Tra le risposta che viene istintivamente da dare c’è una fine violenta, un esilio su un’isola tropicale, meno probabile il passaggio del comando a un erede.

Più probabile che il cambiamento vero, se mai ci sarà, sarà dentro di noi. Persone più sagge consapevoli creeranno una società migliore. Chi sarà rappresentante di tali persone non potrà che essere migliore di chi ci rappresenta oggi.

Sono tanti i filoni che hanno cercato di farsi interpreti di una controcultura, di una alternativa ad una supposta visione dominante delle cose. Alcuni di questi si sono istituzionalizzati e cristallizzati trasformandosi essi stessi in dominatori.

Siamo banali se si riassume questa tendenza in un elenco. Una volta c’erano i comunisti, gli ecologisti. Oggi si parla di sostenibilità, responsabilità sociale, creatività culturale, slow food, slow economy, downshifting. Ma è solo un citare a caso.

Eppure nessuno di questi fermenti filosofico-culturali è riuscito a trovare la quadratura del cerchio, la soluzione teorica e politica per risolvere il problema del consumo delle risorse del pianeta, per assicurare nel contempo benessere materiale e felicità  e benessere interiore. In generale, salvo lodevoli eccezioni, per ottenere dei risultati “ecologici” occorre spendere, i prodotti eco-friendly sono un lusso, un articolo per un target elevato ed hanno un prezzo superiore, per le aziende il rispetto dell’ambiente e la responsabilità sociale sono una voce negativa per il conto economico che si aggiunge agli altri costi. La tutela dell’ambiente è una fonte di spese, mentre nascondere la spazzatura sotto il tappeto è una fonte di utili, spesso illeciti.

Molti di coloro che si fanno sostenitori dell’idea di decrescita felice la fanno coincidere spesso con un atteggiamento sobrio, rinunciatario, semplicemente attento verso i consumi come in una sorta di autoflagellazione imposta a sè stessi da uomini egoisti e peccatori. E’ invece più corretto ed utile evitare di far coincidere la decrescita felice con il concetto di impoverimento. Errore tanto più madornale quanto più coincide con tentazioni di inalberare crociate anti-tecnologiche.

Secondo Maurizio Pallante, autore di diversi saggi sull’economia, sullo sviluppo, sulla crescita il segreto è distinguere tra merci e beni. Esistono merci che non fanno del bene, non conferiscono utilità. Se trovo la fila in autostrada il Pil aumenta rispetto al caso in cui trovi la strada libera perché consumo più benzina. La decrescita felice più che un argomento di studio da economisti è un paradigma culturale che ha bisogno di maggiore tecnologia, magari orientata verso altri obiettivi, e di un diverso stile di vita. Secondo Pallante bisogna puntare sulla riduzione dei consumi di energia e della produzione di rifiuti inutili e solo in subordine nella scala delle priorità puntare sulle energie rinnovabili e sulla raccolta differenziata.

Tra i segnali che ci farebbero capire che il mondo è davvero cambiato c’è quella che molti hanno preconizzato: la fine del marketing. Questo evento, come tante rivoluzioni non decretato magari da un segnale eclatante, non è semplicemente una saturazione, concetto non estraneo alla logica del marketing stesso. L’uomo nuovo, l’uomo davvero libero sarà quello in grado di essere pienamente consapevole del fatto che il mondo della comunicazione e del marketing possono veicolare informazioni potenzialmente non utili, non vere, destinate a condizionare le nostre vite a vantaggio di altri, pur essendo in apparenza appaganti. Per questo arriverà, c’è almeno da sperarlo, un giorno in cui la sfida tra i metodi sempre più sofisticati di condizionamento delle coscienze e dei comportamenti arriverà ad un punto massimo. Per ora la spinta consumistica è talmente forte, il condizionamento operato dal marketing è talmente pervasivo da mettere in secondo piano aspirazioni che si potrebbe credere siano parte dell’uomo moderno, quelle alla libertà di pensiero, alla conoscenza della verità, ad una società fondata sul rispetto condiviso delle regole di convivenza. L’istinto al non rispetto delle regole per ottenere dei vantaggi economici è alla base del dilagare delle truffe sotto ogni forma, delle mafie, alla mancanza della sensibilità rispetto alla legge. L’estrema complessità del vivere moderno, la distrazione perpetrata nei nostri cervelli dal consumismo, rende normali truffe da miliardi di euro, l’instaurarsi di regimi dittatoriali soft. Di fronte a tali fenomeni macroscopici, troppo grandi per essere visti, l’indignazione rimane un frutto sterile e autoreferenziale.

Ed è proprio l’eccesso di complessità uno dei fattori di disumanizzazione della vita moderna. Bene ha fatto il cartone animato SouthPark a prendere in giro le “Terms of service” che gli utenti di internet, software ed altri sistemi di comunicazione, come il social network:  il personaggio del cartone animato Kyle vede piombare degli agenti della Apple che lo avvisano di aver inavvertitamente acconsentito ad una delle condizioni presenti nelle 55 pagine che si raccomanda sempre di leggere attentamente e da approvare con un click e che prevedeva che l’utente accettasse di far diventare il proprio corpo parte di un nuovo device un po’ umano, un po’ browser, un po’ programma di posta elettronica.

Ne “I creativi culturali. Persone nuove e nuove idee per un mondo migliore” Enrico Cheli e Nitamo F. Montecucco stilano l’identikit dell’uomo nuovo, da loro denominato “Creativo culturale”. I due autori cercano di capire quanti siano gli appartenenti a questo gruppo di persone che hanno tra le loro parole d’ordine: pace, sostenibilità ambientale, economia etica, qualità della vita, medicine olistiche e crescita personale

Si tratta di persone preoccupate per il mutamento climatico, l’inquinamento, la conflittualità e l’ingiustizia sociale. Quante sono? Sono veramente una esigua minoranza, o costituiscono un gruppo rilevante, se non addirittura una maggioranza? Se si tratta di una maggioranza perché il mondo non si muove verso direzioni coerenti con quelle che sono le aspirazioni di questa maggioranza?

Secondo i risultati presentati dal libro tali persone sono tra il 60% e l’80% dell’intera popolazione dei paesi messi sotto esame e più di un terzo di essi non sta con le mani in mano e si impegna in modo particolarmente coerente meritando l’appellativo di creativi culturali, cioè “creatori attivi di una nuova cultura”. Una cultura emergente che respinge assunti sinora dominanti quali materialismo, scientismo, sviluppo economico illimitato, sfruttamento indiscriminato della natura, competizione sfrenata, individualismo, e che promuove nuovi valori atti a orientare i rapporti con se stessi, con gli altri e con il Pianeta in direzioni più sane, pacifiche ed eco-sostenibili. Il libro descrive caratteristiche, dimensioni e protagonisti di tale cambiamento epocale.

Nelle aziende non sono stati a guardare. C’è stato, a partire da questa particolare congiuntura economica, uno sforzo di cambiamento che nel gergo imprenditoriale è stato identificato con i seguenti termini: responsabilità sociale d’impresa, sostenibilità, etica d’impresa. La sensazione è però che si tratti di parole d’ordine frutto di un apposito studio commissionato ai responsabili marketing e comunicazione a suon di investimenti milionari. Fioriscono premi e riconoscimenti che esaltano le iniziative delle aziende verso la responsabilità sociale, indici che valutano la sostenibilità d’impresa che si affiancano agli indici di borsa. Viene il dubbio che si tratti di sforzi che premiano chi ha la possibilità di permettersi tali investimenti piuttosto che individuare chi realizza realmente buone pratiche, magari in piccole aziende, buoni rapporti con i dipendenti, rispetto per l’ambiente.

Secondo Federico Rampini le cose non potranno, ma soprattutto non dovranno essere più come prima.

Rampini, nel suo libro “Slow Economy” sostiene che abbiamo di fronte a noi una lenta e inesorabile rivoluzione verde che ci porterà a produrre e a consumare in modo più consapevole; si percepisce nei comportamenti dei governanti e degli elettori il desiderio di un “Neo-socialismo” che spinga gli stati ad assumere iniziative politiche più ponderate e attente alla qualità dei servizi, del welfare e della vita in generale. Insomma, secondo Rampini si va profilando la rivoluzione tranquilla della “Slow Economy”: un nuovo modello di sviluppo dove la crescita a ogni costo non sarà più la prima preoccupazione delle nostre società. Un modello di sviluppo in cui, come in una sorta di “Slow food” esteso a ogni aspetto della vita, ritroveremo tutti insieme un nuovo (e antico nello stesso tempo) equilibrio con il nostro ambiente lavorativo, naturale e sociale.

Secondo Rampini il diritto alla felicità nella costituzione degli Stati Uniti si è concretizzato nell’ammasso di una quantità di oggetti inutili nelle cantine delle villette con giardino dei suburbs residenziali delle famiglie americane. Oggetti acquistati in un’orgia inebriante di offerte speciali. Il consumismo americano risale agli inizi del ‘900 quando Ford mise in commercio una automobile che erano in grado di acquistare gli stessi operai che la fabbricavano, dando luogo a quello che Rampini definisce come quasi una forma di socialismo. Da lì si è passati negli anni ad una forma di repubblica fondata sui consumi e ad una tossicodipendenza da consumismo, il gusto per il possesso, la frenesia da shopping, il bisogno di guadagnare, l’incapacità di usare le merci acquistate, l’accumulo come forma di nevrosi e sofferenza, con persone di ogni età e fascia sociale ipnotizzati, quasi rimbecilliti dai messaggi pubblicitari. La degenerazione estrema di questa economia fondata sul consumo è stato il capitalismo “cheap”, inteso secondo due significati: cheap come “a buon mercato” (da qui la proliferazione, anche in Italia di discount e outlet) con l’illusione di dare a tutti la possibilità di acquistare tutto, soprattutto ciò che è superfluo, con un conseguente abbassamento della qualità reale dei beni acquistati, e infatti “cheap” significa anche “scadente”. Uno scadimento della qualità intrinseca degli oggetti, non costruiti più per durare, che squalifica anche coloro che, pur qualificati ingegneri e tecnici esperti, sono chiamati a produrli, e che si accompagna ad una distruzione delle risorse naturali.

Il cibo è il paradigma ideale per capire cosa è successo nell’ultimo secolo. Si è passati dalla fame alla obesità. Dalla famiglia rurale come unità economica elementare che mangia ciò che produce, al fast food.

La slow economy è una scelta di qualità, di stile di vita in un orizzonte di economia in crescita lenta. Una sospirata via di fuga diversa cambiamenti in termini di benessere sociale anche in assenza di un’economia di crescita così come finora si esigeva. La crisi finanziaria è stato un evento traumatico ma ancora non metabolizzato. La speculazione e le vecchie cattive abitudini non sono cessati anche se un certo cambio di costumi verso una certa frugalità che sottotraccia si è comunque verificato. Bisognerà verificare che non si tratti però di una moda passeggera e di sola apparenza, una voglia di austerity impostasi per forza di cose nelle chiacchiere da salotto, ma che rischia di concretizzarsi nel riorientare poche e poco determinanti scelte di acquisto, secondo quello che è un marketing della crisi che serve però pur sempre a vendere di più e far consumare di più.

Per esemplificare una via di uscita, Rampini evoca quelle arti marziali orientali nelle quali un lottatore pur esile di fisico fa tesoro della capacità di sfruttare il peso dell’avversario.

Ci si può chiedere se ci sia il rischio che non si tratti di una nuova moda, di un nuovo mercato di una nuova ideologia che si tende inevitabilmente ad imporre agli altri e che si affermerà secondo le vecchie regole: d’altronde anche un libro, va venduto e per raggiungere una diffusione delle idee che contiene va promosso secondo metodi simili a quelli che servono per vendere i prodotti boicottati delle multinazionali arroganti e i cibi di Slow Food saranno cucinati in dei ristoranti che dovranno lottare sul mercato per affermarsi. L’ideologia dello slow food di Petrini, dell’ecologismo rischiano di essere dei marchi di successo apposti su delle idee sterili di risultati?

Ad essere messo in gioco sarà il concetto di libertà. La convinzione di essere liberi si è concretizzata nella libertà di comprare e possedere e nel manifestarsi di nuove forme di schiavitù. L’autore di “Adesso Basta”, Simone Perotti, prima di decidere di cambiare vita si ritrovava con i suoi colleghi di Happy Hour, ricchi, con le stesse camicie fatte su misura, con le iniziali cucite nello stesso punto, rinchiusi nella loro divisa, come il burqa delle donne di Kabul. Una delle escort di Berlusconi, usciva, seguita dai giornalisti dal residence pagato dal grande capo, con il viso completamente coperto per non farsi ricosnoscere, è il burqa all’occidentale, la chiusura del cerchio.

Allora dov’è la vera libertà? La vera felicità, o il vero equilibrio?

Che piaccia o no, si ha l’impressione che non si possa prescindere dall’avere a che fare con chi conosce meglio il nostro cervello, come il meccanico che riconosce dal ruggito del motore lo stato di salute di una macchina.

Michele Trimarchi, psicologo, fondatore della neuropsicofisiologia negli anni

’70-’80, presidente ISN (INTERNATIONAL SOCIETY OF

NEUROPSYCHOPHYSYOLOGY) di Roma racconta tante cose con vigore, quasi rabbia, anche su podcast e su Youtube. tra le tante cose racconta di ingegneri costretti a mettere a rischio il loro cervello perché hanno a che fare per la maggior parte della giornata con l’aridità di procedure, formule, numeri, computer, di mamme che gli portano il proprio bambino indisciplinato sentendosi rispondere che tra i due, la mamma e il bambino, ad essere saggio è proprio il bambino. Leggendo quanto esposto da Trimarchi si può concludere che la vera libertà risiede oggi nella rimozione di quei condizionamenti che, fin dalla vita fetale, se non dal concepimento, si accumulano nel cervello, andando a limitare e ad alterare la fisiologia dei bioritmi ontogenetici, producendo tutti quei conflitti intrapersonali ed interpersonali che sono la causa prima di qualsiasi forma di patologia. In altre parole “geni si nasce, imbecilli si diventa”, ed una sommatoria di persone in preda a tali conflitti dà luogo a nuclei sociali, coppie, famiglie, ed in ultima analisi una società malata che non promette nulla di buono per le future generazioni. Le nuove tecnologie della comunicazione rischiano di diventare un ulteriore rischio per il nostro cervello, in preda alla confusione, alle credenze indotte e condizionate dalla religione, dalle credenze, dalle ideologie, oggi dal marketing, dal consumismo, etc..

Con l’utilizzo che si fa oggi di internet, smartphone, videogiochi, e quant’altro il nostro cervello, ma soprattutto quello di bambini e ragazzi cervelli potenzialmente in possesso di capacità straordinarie di realizzare processi naturali di elaborazione e verifica delle informazioni, contemplazione, riflessione, creatività, analisi, profondità di pensiero e di racconto divengono preda di informazioni spazzatura ed adescatrici. Per chi usa internet in maniera poco saggia ormai lo scopo è la rapidità, l’ottenimento di informazioni, la possibilità di connettersi contemporaneamente su varie piattaforme, effettuare contemporaneamente sul computer e sullo smartphone numerose operazioni contemporaneamente, aggiungendo poi le operazioni della vita “fisica”. Ciò, come ricorda Trimarchi, da una parte dimostra quanto meravigliose siano le potenzialità del nostro cervello, dall’altra quanto lo trattiamo male. Un cervello-conteplativo, capace di esaltarsi e di godere la visione di un tramonto accompagnato dalla quinta sinfonia di Beethoven, lo costringiamo a diventare un “cervello-Google”, accompagnando la chat di Facebook, con un bicchiere di Coca Cola sul tavolo, il cellulare che suona, etc. Un multitasking che nel nostro cervello appare come una disarmonica confusione.

La schizofrenia, una malattia per la quale una persona arriva a ritenersi Napoleone o una gallina, è in realtà un fenomeno collettivo in quanto pochi, secondo Trimarchi, si relazionano con la realtà in ciò che dicono, in ciò che desiderano, in ciò che progettano e in ciò che fanno.

Quanto all’originalità dei contenuti presenti sui nuovi media, spesso le informazioni sono un rimestare la solita minestra e riproporla riscaldata, magari peggiorata, su nuove piattaforme, nuovi canali. A rimetterci sono l’epica e il racconto, l’analisi e il profondo, la provocazione vera, la scoperta di cose veramente nuove. La superficiale riproposizione conformista, con il copia e incolla, di contenuti prelevati altrove prevale sul paziente lavoro di ricerca che si poteva fare fino a qualche anno fa in una biblioteca o con la caccia di notizie sul campo, nella realtà vera. Persino Google ha deciso di riformulare il proprio algoritmo che regola l’ordinamento dei risutati di ricerca premiando i siti con contenuti originali e non copiati. Il web insomma peggiora la nostra mente o sviluppa nuove capacita’ e varia l’intelligenza?

Ad essere messo in crisi è l’”Io” cosciente, quello che Trimarchi definisce un direttore, un pilota, la parte del cervello deputata alla verifica delle informazioni e degli scambi di energia che nell’ambiente vengono in contatto con l’essere umano e che le elabora creando coscienza e consapevolezza. L’emisfero destro del cervello è in grado di riconoscere la verità, identificare “fisicamente” e fisiologicamente le informazioni che lo raggiungono. Si tratta dell’emisfero definito di solito creativo, ed è in grado di riconoscere la fisicità dell’informazione, attraverso la propria memoria genetica a differenza dell’emisfero sinistro che decodifica le informazioni ricevute secondo i codici appresi (lingua, grammatica, nozioni, regole, simboli). Se l’emisfero destro non viene messo in grado di elaborare, verificare le informazioni in modo tale che queste possano stimolare, informare e trasformare le varie aree cerebrali plasmando in maniera corretta il comportamento emozionale, razionale, creativo, allora al nostro cervello è impedito di intervenire per selezionare la risposta più corretta ai messaggi provenienti dagli organi di senso, dal corpo. In altre parole l’emisfero sinistro, senza l’aiuto dell’emisfero destro, è in grado di negare la verità che l’emisfero destro è in grado di riconoscere.

Al cervello è impedito anche di godere in maniera vera e profonda della propria vita, presupposto fondamentale per creare vita, perché della vita è assorbita una visione distorta.

La velocità delle informazioni che si pretende oggi non è fisiologica non consente al cervello di compiere correttamente il proprio lavoro di creare conoscenza e di godere di ciò che creiamo momento per momento. Nessuno ci insegna a verificare le informazioni, analizzandole nei contenuti formali e sostanziali. In altre parole alcune aree del cervello non vengono utilizzate nelle loro potenzialità. I bambini soprattutto rischiano di rimanere vittima di furbi capaci di sfruttare questa vulnerabilità.

Nuova libertà è la capacità di comprendere profondamente come gestire il proprio cervello e gestire la propria vita giorno per giorno, capacità fondamentali per capire come relazionarsi con il mondo. Cose che la psicologia finora non ha saputo affrontare in maniera tale da spiegare definitivamente cos’è l’”io”, come gestire il proprio cervello. La non conoscenza del proprio cervello e la non consapevolezza di sè rendono una macchina potenzialmente meravigliosa come il nostro cervello e con  esso il nostro corpo, una macchina che soffre, che si ammala, indipendentemente dallo status economico e sociale della persona che ne è proprietaria.

Ed è proprio la salute, il tema che viene attualmente di più ad essere frustrato. Mai come oggi c’è un grande bisogno di salute, nonostante la vita media stia sempre allungandosi.

Nonostante i progressi della ricerca scientifica, la presenza di sistemi sanitari pubblici, prospera un diffuso sbandierato benessere e un reale triste malessere. La domanda di salute che si percepisce sempre più pressante nella vita quotidiana non trova sempre risposte adeguate. Sul fronte dell’informazione sulla salute, c’è una diffusa ansia di sapere non placata da Internet. La Rete offre una valanga di informazioni, ma diffonde assieme paure e solleva ulteriori dubbi. Il virus dell’Aids creato in laboratorio, le scie chimiche, la cura di Bella, quella per la sclerosi multipla. Chi dice la verità? Chi va annoverato nella folta schiera di complottisti e propagandatori di bufale internettiane? Chi offre terapie e cure fa affari ed ha interesse a che l’attenzione, sana o malata, al tema della salute sia vivo. Alla diffusione di terrore ed ansie sanitarie fanno da controcanto i fautori delle medicine alternative per le quali tocca purtroppo fare opera di scrematura tra truffatori, ciarlatani e onesti ricercatori autonomi. Manca spazio forse per chi offre informazioni e servizi seri secondo metodi innovativi, come ad esempio nel campo della Medicina Funzionale Integrata, che andrebbe valorizzata per le caratteristiche di non invasività e per la capacità di mettere al centro la persona nella propria individualità biologica e nella propria totalità e complessità al fine di riportarla verso l’equilibrio perduto.

A fronte della domanda di salute si tende a rispondere secondo processi di cura eccessivamente medicalizzati e spesso controproducenti rispetto all’obiettivo di ripristinare il naturale equilibrio del nostro essere. File interminabili e spostamenti logoranti; uso della tecnologia non a servizio delle persone ma piuttosto della burocrazia medica e sanitaria; ambienti di cura inumani e malsani; approccio sanitario legato ai sintomi, ai singoli organi e alle cure farmacologiche; la persona trattata come un numero, un paziente che deve solo avere pazienza, quindi non deve pensare, esprimendo quello che sente; ricerca scientifica vittima dei corporativismi, smembrata in tante discipline che non comunicano tra loro e lontana dalle esigenze della vita quotidiana delle persone reali; metodi di cura ostaggio dei cartelli diagnostici.

La salute ha dunque bisogno di un grande cambiamento, di un approccio che renda consapevole ogni persona della propria salute come contenitore reale di ogni propria potenzialità. L’individuo è al centro e deve prendere in mano sè stesso, la propria vita, con cosciente presa di responsabilità per un cambiamento, per una evoluzione positiva del proprio essere. Questa sì che è libertà. Però parliamo di argomenti tecnici, complessi, per i quali non basta una vita per formarsi una idea, soprattutto se trovare le giuste fonti è cosa ardua.

Anche nel campo della nutrizione si tende a sostituire ciò che piace in seguito ai condizionamenti con gli alimenti armonici, naturali. Fa sapere Trimarchi come nel corpo di bambini in cura per disturbi del comportamento siano state trovate concentrazioni di caffeina tali da far ritenere che ci fosse in atto una vera e propria dipendenza da Coca Cola. Associare ad uno stimolo fisiologico come la fame uno stimolo condizionante espone al rischio di essere soggetti alla programmabilità del nostro comportamento da volontà esterne. Celebre è l’esperimento di Pavlov che dava al cane la carne associando ad essa il suono di un campanellino e notava che successivamente il solo suono bastava a far salivare l’animale. Il rischio è che il solo stimolo condizionante sia sufficiente ad attivare funzioni fisiologiche illudendo la persona che sta ricevendo stimoli fisiologici. Basti pensare al marketing associato all’infanzia e ci si accorge di come la figura del bambino nella pubblicità sia quasi esclusivamente associata al cibo.

Sul fronte dell’alimentazione, d’altronde, c’è molta confusione. Ci si affanna molto sul passaporto di un vitello, al fine di garantirne quella che è una delle ultime ossessioni della modernità: la tracciabilità. Si sa dove è nato, dov’è cresciuto, dov’è è accaduta la fine dei suoi giorni, magari gli si da un nome e siamo tutti tranquilli e fieri di farne cotolette. Peccato che se qualcuno prova a prendere un pezzo di quella carne per analizzarla, troverà tracce di antibiotici ed altre sostanze nocive.

Si fa fatica ormai a trovare un’etichetta di un prodotto alimentare che non decanti la biologicità del prodotto, un marchio di ecologicità, innocuità, se non qualche aspetto di salubrità o di terapeuticità. Magari si va ad analizzare quel prodotto e accanto alle nobili fibre, accanto alla tipicità del grano saraceno, alla tradizione del kamut, troviamo tracce di metalli pesanti. Per cui il nostro intestino godrà delle fibre, ma soffrirà assieme a tutto il nostro organismo.

Altro fronte caldo è l’educazione. La differenza fondamentale che Trimarchi sottolinea è tra istruzione ed educazione.

Basti pensare al cosiddetto effetto Pigmalione (o Rosenthal), che, citando Wikipedia, è l’effetto che deriva dagli studi classici sulla “profezia che si autorealizza” il cui assunto di base può essere così sintetizzato: se gli insegnanti credono che un bambino sia meno dotato lo tratteranno, anche inconsciamente, in modo diverso dagli altri; il bambino interiorizzerà il giudizio e si comporterà di conseguenza; si instaura così un circolo vizioso per cui il bambino tenderà a divenire nel tempo proprio come l’insegnante lo aveva immaginato.

L’errore che spesso si compie con il bambino è che egli non viene educato assecondando il desiderio di coscienza e conoscenza mettendolo in condizione di verificare le nostre informazioni attraverso l’emisfero destro ma lo si costringe a rievocare automaticamente informazioni accumulate nel tempo nell’emisfero sinistro attraverso il meccanismo condizionante premio/punizione, nel quale protagoniste sono soprattutto le paure.

I nemici del nostro cervello si nascondono nei posti più impensabili. Tra questi c’è una scuola nozionistica che si limita ad accumulare nel cervello di bambini e ragazzi, sotto lo schiaffo di un sistema premio/punizione, quantità sempre maggiori di informazioni, dopo aver fornito loro il codice per decifrarle, ma senza farle passare attraverso la parte del cervello che serve ad elaborarle, interiorizzarle e senza aver attirato l’attenzione spontanea con la soddisfazione della curiosità e del desiderio di scoprire il mondo creando coscienza e conoscenza. Se le informazioni sospinte a forza come in un imbuto all’interno del cervello non vengono verificate per decidere quali sono utili e quali inutili, In mancanza di questa verifica, vengono evocate inutilmente quelle informazioni già accumulate nell’emisfero sinistro per rispondere allo stimolo e che il cervello tende a difendere, premiando il formarsi di personalità conformiste e reprimendo i veri geni. Se l’Io riesce a tenere sotto controllo le informazioni si è maggiormente capaci di progettare le proprie azioni e verificare ciò che è vero e ciò che è falso. Il sogno, infatti, serve in genere proprio all’emisfero destro per sistemare ciò che l’emisfero sinistro ha recepito ma non interiorizzato. La paura della morte ad esempio non ha senso se il nostro corpo è progettato per vivere. Molte forme di fobia si manifestano come risposta del cervello in mancanza della consapevolezza e coscienza della vera natura degli stimoli esterni. Le difficoltà nella comunicazione tra i due emisferi provoca il diffondersi di personalità da Doctor Jekyll e Mister Hyde, famiglie “normali” nelle quali all’improvviso scoppiano crimini efferati, irreprensibili impiegati che sterminano i propri cari, studenti che aprono il fuoco sula loro classe. Lo stesso vale per la droga, per la demotivazione, per i conflitti ed i disagi e le altre forme di disagio che attanagliano tante persone.

Al bambino va consentito di sperimentare il piacere della scoperta. Egli non va bloccato nel suo desiderio di conoscere tutto quello che lo circonda non con stimoli artefatti che allontanano dalla fisiologia dello sviluppo e della conoscenza che non gli servono. Il gioco deve avere un valore per la reale futura capacità esistenziale per allenare l’individuo in vista della acquisizione della propria autonomia senza imitare gli adulti ma sperimentando la spontanea nascita di emozioni e sentimenti, come i cuccioli che fanno giochi che servono alla vita adulta. L’adulto non deve porsi nella posizione, nel suo ruolo di dominio e potere nei confronti del bambino ma fornirgli quella conoscenza che è in grado di riconoscere e che lo arricchisce e lo potenzia. Spesso alcune risposte e informazioni paralizzano i figli, il premio e la punizione sostituiscono la decisione spontanea di apprendere sapendo che l’informazione fornita è utile e piacevole. Gioia di comprendere, capire voler conoscere. La costrizione crea condizionamento e rifiuto. Saggezza, onesta felicità fanno parte già di noi. Non è un caso allora se sui giornali è possibile leggere notizie del genere: 8 bambini su 10 respingono la scuola.

La pervasività delle nuove tecnologie e dell’economia e la comunicazione basate su consumo creano un’abitudine alla velocità. Il risultato sono bambini capricciosi che vogliono tutto e subito. Bambini che non accettano il senso dell’attesa.

Il gioco è diventato pervasivo. Gran parte delle tecnologie hardware e le risorse di connettività vengono utilizzate in realtà per uno scopo ludico, spesso confinato all’illegalità, allo sfruttamento a fini di guadagno delle tendenze ossessivo-compulsive che il gioco può creare.  La tecnologia pervade per scopi ludici talmente tanto la vita di bambini e ragazzi che una volta entrati in una scuola che non si è adeguata ancora alle forme di comunicazione contemporanee da renderli dei clandestini digitali. Bambini abituati ad utilizzare macchine da gioco di una straordinaria complessità tecnologica si ritrovano a scuola a scrivere con un pezzo di gesso su una pietra nera levigata. Facebook e tutti i sistemi di comunicazione moderni possono essere in gran parte definiti come dei devices, o degli spazi virtuali di tipo ludico, nei quali la soddisfazione del gusto del gioco, dell’oggetto di status, da possedere è parte preponderante del successo. Lo stato italiano ad esempio è diventato un vero e proprio biscazziere, inventando di continuo nuovi giochi, sempre più veloci (il lotto diventa istantaneo, i numeri si danno ogni dieci minuti), con gravi danni per il cervello e il portafoglio di milioni di persone grazie alle nuove tecnologie digitali. E’ fondamentale che ci si renda conto di come la tecnologia vada valorizzata, utilizzata per scopi che realmente creano il benessere della collettività, risultati talmente importanti da poter definire in confronto il puro intrattenimento come una forma di abbrutimento. Di questo ha parlato anche Obama.

Persone che non sanno distinguere le informazioni utili da quelle inutili, creeranno una società preda di coloro che hanno interesse ad avere ai loro piedi non una pluralità di individui pensanti con una coscienza critica, ma una massa di clienti che si lascia fornire solo una rappresentazione della realtà, una verità fittizia, creata ad arte.  Solo ciò che è rappresentato secondo determinati mezzi e canoni di comunicazione viene percepito come qualcosa di realmente accaduto. Fatti realmente avvenuti, possono essere semplicemente silenziati o risultare rappresentati in maniera edulcorata, in modo tale che è come se non fossero mai accaduti. Un tempo la libertà era conculcata con la forza dal potere assoluto. Oggi c’è un’autodistruzione della libertà da parte di chi dovrebbe goderne. Ciò va a tutto vantaggio di chi ha interesse a creare una visione delle cose artificiale, una rappresentazione della realtà e non la realtà stessa. Il mondo della comunicazione e del marketing hanno facile gioco nel creare una visione delle cose che soddisfa gli interessi di alcune persone. Il risultato è che, pur vivendo nella società della tecnologia e dell’informazione, conoscere la verità diventa operazione più ardua. Gran parte di ciò che viene rappresentato attraverso i mezzi di comunicazione potrebbe essere falso, una messa in scena e ciò che non viene rappresentato semplicemente appare come qualcosa che non si è verificato.

La negazione della verità va di pari passo con la negazione della libertà.

Un esempio eclatante di negazione dellla libertà, in particolare della libertà di ricerca scientifica, è quello della fusione fredda.

Ne parla Emilio Del Giudice ricercatore dell’Istituto Nazionale di fisica Nucleare di Milano (http://www.radioradicale.it/scheda/304005/denaro-per-la-ricerca-o-ricerca-del-denaro-un-incontro-sulle-vicende-della-fusione-fredda-in-italia-con-un), personaggio in grado di rendere godibile l’ascoltare di scienza come l’ascoltare una commedia di De Filippo.

Da quello che si può intuire, la fusione fredda è stata ostacolata per motivi corporativi nel mondo della scienza e per gli interessi del mondo militare. Gli esperimenti vengono eseguiti con investimenti risibili, tant’è che i ricercatori, in particolare quelli di Caserta, sono intervistati in quelli che sembrano degli scantinati, con strumenti che sembrano ricavati dalla spazzatura di Napoli: bottiglioni di vetro con il tappo di ceramica, imballaggi per cd. Ormai è però palese come, dopo più di vent’anni dalla conferenza stampa di Fleishmann e Pons, derisi da tutto il mondo scientifico internazionale, che la fusione fredda sia una questione seria ed è stato mostrato come sia in grado di produrre davvero energia, e non in quantità trascurabili. Peccato che non sia ancora stata data una spiegazione scientifica, ma ciò non toglie che essa funzioni. Il fatto nuovo è che la ricerca è stata portata avanti soprattutto da chimici e i fisici delle particelle si sono sentiti spodestati in quello che sembrava un loro regno. E’ rarissimo, ricorda Del Giudice, che uno specialista nel proprio campo sia protagonista di una scoperta eclatante, perché egli è sempre in grado di trovare un motivo per cui la scoperta può non essere vera. Gli interessi economici in gioco nel settore del nucleare classico e del petrolio. Se poi una qualche ricerca ha qualche interesse in area militare, cioè può diventare un’arma, è allora probabile che venga sequestrata dagli eserciti. Se una ricerca scientifica appare bisognosa di grandi quantità di denaro pubblico, ancora meglio, perché sarà in grado di mascherare meglio, come accade in Francia, investimenti militari. Nel caso della fusione fredda si ha l’impressione che il mondo militare, che probabilmente stava già lavorando nei propri laboratori su materie attinenti alla fusione fredda, sia stato allarmato dalla scoperta proveniente da ricercatori civili indipendenti e temeva di farsela sfuggire di mano quando con in una conferenza stampa i due chimici Fleishmann e Pons osarono rompere frettolosamente gli indugi prima di venire a patti, per poi essere coperti dal ridicolo. La supposta non riproducibilità della fusione fredda secondo Del Giudice è dovuta alla cattiva esecuzione degli esperimenti condotti. Inoltre con la fusione fredda non c’è molta trippa per gatti, perché la ricerca viene effettuata con pochi soldi, spesso con metodi definiti “casalinghi” e il problema da risolvere sembra sia solo il riconoscimento ufficiale e teorico di un processo di generazione di energia che ha a sostegno un approccio scientifico di tipo più “soft” rispetto alla classica fissione nucleare. L’energia che serve per la fusione (fredda) di un nucleo di palladio è rilasciata in forma di un campo elettromagnetico che ha la giusta frequenza per ottenere il risultato ed è un campo che degrada in pochi secondi: è un processo che si potrebbe quindi definire “pulito”. Negli ultimi tempi dei ricercatori italiani hanno ottenuto a loro dire risultati strabilianti utilizzato il nichel e l’idrogeno al posto del deuterio e del palladio sostenendo che la strada inaugurata da Fleishmann e Pons non portava da nessuna parte. I due, Andrea Rossi e Sergio Focardi, accusati fra l’altro di nascondere un batteria sotto il tavolo, sembrano procedere in maniera più oculata rispetto ai due chimici americani: hanno mantenuto il segreto su alcuni ingredienti della ricetta, hanno creato una società in Grecia, paese ricco di nichel, e stanno presentando l’esperimento con delle spettacolari quanto artigianali dimostrazioni, di cui una in Svezia. La prospettiva affascinante è quella di avere una fonte di energia decentralizzata, non più fornita da enormi centrali come ora, ma autoprodotta più vicino possibile laddove serve, addirittura con dispositivi talmente piccoli da poter essere inseriti allinterno dei rubinetti dell’acqua calda.

Per questo tipo di ricerche, se di soldi c’è bisogno è, ad esempio, per l’utilizzo di strumentazioni molto costose di cui si ha la necessità per eseguire delle “analisi essenziali per la totale comprensione delle variabili in gioco” (http://www.progettomeg.it/FFredda.htm). I militari hanno avuto la bella idea di sostituire l’uranio al palladio nella reazione con il deuterio, creando nuove armi, utilizzate nella guerra in Iraq, in grado di fondere i carri armati e polverizzare completamente i corpi umani. Le esplosioni hanno come prodotto l’uranio impoverito trovato poi sul terreno. Un ingegnere tedesco che aveva analizzato i resti dei carri armati distrutti in Iraq fu arrestato al rientro in Germania e gli fu sequestrato il materiale.

Fenomeni simili non sembrano isolati. Le sorti della maggior parte degli scienziati pare legata al benvolere del mondo militare. Gran parte dei fondi pubblici per la ricerca arriva dal settore militare. Onoreficenze come i Premi Nobel, riviste scientifiche sono stati spesso negate a nomi, come il ricercatore italiano Occhialini, ostili al mondo militare. Gli scienziati che non vogliono vedersi tagliati i finanziamenti non devono occuparsi di argomenti come la fusione fredda se non nelle sedi giuste.

Nel 1999 Carlo Rubbia, appena nominato presidente dell’Enena commissionò una ricerca ad un gruppo di ricercatori dell’ENEA di Frascati, fra i quali Emilio Del Giudice, Antonella De Ninno e Antonio Frattolillo. Seguì da vicino la ricerca e fu prodigo di consigli. In pochi giorni il suo atteggiamento cambiò radicalmente, fu irreperibile e i ricercatori affermano che i contatti con lui si interruppero, ed i successivi tentativi di avere una risposta fallirono e la ricerca fu archiviata dall’Enea nel famoso Rapporto 41 e insabbiata. Stessa parabola seguì l’interessamento dell’EDF e dei ricercatori che si occupano in Francia di energia atomica, che andarono a spiare i ricercatori italiani che pensavano invece in una collaborazione, ma a questo non fece seguito nulla.

La vicenda della fusione fredda è dunque la dimostrazione di come non si abbia garanzia che la scienza sia sinonimo di ricerca di verità perché di essa si sono impadronite mani che vogliono perseguire interessi divergenti dal benessere collettivo.

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