Social network: l’ignobile baratto tra privacy e curiosità. Le storie di Whatsapp & Co.

Storie whatsapp chi ha visto le mie storie
Storie whatsapp chi ha visto le mie storie

Perché penso che una delle ultime trovata di Zuckerberg & Co., le “storie”, ossia gli aggiornamenti di status di Wathsapp, quelli che dopo 24 ore spariscono, siano un’altro modo deteriore di fare traffico, quindi soldi?

Si parla molto di “Story telling”, “narrazione”, nella convinzione che le persone sentano il bisogno di ascoltare e proporre agli altri dei racconti, piuttosto che fare qualcosa di reale per costruire quel mondo di cui si va raccontando in 10 secondi. Chissà perché la storia poi deve essere effimera, come una bolla di sapone. La moda delle storie che scompaiono, dopo 24 ore, si è allargata da Snapchat a Instagram, Facebook e WhatsApp, ma lascia qualche dubbio: si rinuncia a mantenere il controllo ed archiviare nel proprio dispositivo i contenuti pubblicati (se non si decide di adottare un qualche sistema di salvataggio), mentre il fornitore di servizi, a meno che non ci dimostrino il contrario, e i contatti destinatari (con uno screenshot o applicazioni apposite) possono salvare il tutto, se ne hanno voglia o interesse.

Ciò vale in particolare per i video e le foto ripresi dall’interno dell’applicativo, anziché caricando contenuti realizzati in precedenza.

 

Altro risvolto è quello del trattamento del dato relativo al numero di telefono in un ambito estraneo a quello della chiamata vocale e della messaggistica, ossia il social networking.

Dopo la vicenda del collegamento tra l’account WhatsApp con Facebook, che ha causato polemiche e reazioni come quella del garante della privacy in Germania, WhatsApp lancia le “stories”, così come hanno fatto Facebook e Instagram. 3 applicazioni dello stesso gruppo. Questo dopo il rifiuto di Snapchat di passare sotto l’orbita di Zuckerberg per 3 miliardi di dollari. Il re dei social si è scatenato replicando lo stesso meccanismo su tutte le sue applicazioni. Una sorta di dichiarazione di guerra.

 

Con Stories di WhatsApp, in particolare,  l’applicazione di messaggistica si spinge nempre  territorio del territorio proprio del social networking. Si possono condividere, da febbraio 2017, non solo testi, ma anche immagini e brevi video. La vera novità riguarda i soggetti che saranno abilitati a visualizzare i nostri contenuti:

È sufficiente che un contatto sia registrato, per qualunque motivo, nella nostra rubrica con il numero di telefono cellulare e che la stessa persona abbia registrato il nostro numero nella sua, o che ci sia stato un precedente scambio di messaggi, perché questa persona possa vedere i nostri contenuti e noi possiamo vedere i suoi, anche se si tratta di una persona con la quale non interagiamo da tempo oppure è un contatto con il quale intratteniamo una relazione professionale o non di tipo, per così dire, “social”. Non basta, l’app consente, e questa è la vera novità, anche di sapere chi ha visto il nostro aggiornamento di stato, a patto di aver impostato la privacy in modo da consentire agli altri di vedere la stessa informazione su di noi.

Se, inoltre la persona ha visto un nostro aggiornamento di stato, possiamo dedurre che quella persona ha il nostro numero fra i contatti.

 

È chiaro che queste funzionalità possono essere gestite, selezionando ad esempio chi può vedere gli statius, ma è importante descrivere quali sono le impostazioni di default. In virtù di queste, non è difficile poter immaginare come lo scopo sia quello di far interagire in qualche modo persone che hanno tra loro un legame relazionale debole, ovvero la semplice detenzione del numero di telefono o anche vecchi messaggi. Da lì a stabilire una relazione più profonda, dunque l’amicizia su Facebook, che è la piattaforma fonte di guadagno maggiore per Zuckerberg, il passo è breve.

 

Si tratta di funzionalità che sembrano essere fatte apposta per attrarre utenti nella propria rete, svegliando la curiosità nei confronti di persone di cui magari avevamo dimenticato l’esistenza. Vecchie fiamme in revival? Colleghi curiosi con i quali ci si saluta appena? Sono solo alcuni degli esempi possibili.

Si tratta di una caratteristica, quella della notifica circa chi ha visto le mie storie che neanche Facebook, almeno finora, non ha avuto l’ardire di introdurre per i post ordinari.

 

Ma siamo sicuri che non siano proprio queste features che assecondano la curiosità degli utenti a costituire uno dei motivi per cui una applicazione social ha successo? Si tratta di uno scambio tra cessione di proprie quote di privacy per poter ottenere una simile quota di appagamento della propria curiosità. Se questo scambio non ci sta bene possiamo solo scegliere tra l’abbandono di una o più piattaforme, oppure un paziente lavoro di dosaggio della privacy che non tutti sono disposti a fare.

Lo stesso vale per la doppia spunta blu di notifica su Whatsapp dell’avvenuta lettura del messaggio, che funziona solo se concedi anche tu agli altri di sapere se hai letto i messaggi, e per la notifica degli “amici nelle vicinanze” di Facebook, che funziona solo se tu concedi in pasto a tutti la medesima informazione sulla tua posizione, ovvero informi tutto il mondo dove ti trovi in questo momento, con tanto di notifica se la persona in questione si trova nei tuoi pressi.

Che evoluzione può avere una dinamica di questo tipo portata all’eccesso? I social tendono a far venire fuori relazioni reali o desiderate, a instaurarne sempre di nuove per creare curiosità, engagement, come dicono loro. Gli utenti potrebbero stufarsi di tutta questa emotività, mercificazione e mediatizzazione delle proprie relazioni e della propria socialità oppure ci sarà una progressione portata all’estremo, per cui tutti sapranno e vedranno tutto di tutti, anche l’indicibile?

Gian Ettore Gassani, Presidente dell’AMI, Associazione degli Avvocati Matrimonialisti, ha avuto modo di affermare che se venisse fuori tutto ciò che è contenuto negli smartphone degli italiani, verrebbe giù tutta l’Italia, vi sarebbe un caos totale.

 

I social network non sono il fattore principale che rende le relazioni in questi anni complesse, fluide, fragili, a rischio esplosione, a patto che si sia capaci di distinguere dove finisce la virtualità della propria presenza online, che costituisce il core business di aziende miliardarie, e dove lavorano le migliori menti del mondo, e dove comincia la vecchia relazione interpersonale analogica, fatta con gli organi di senso che si posano direttamente sull’epidermide dell’altro. E’ una lotta impari che finirà, forse, solo quando troveremo, o ci avranno procurato, qualche divertimento più interessante.

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