"Nel 1950 una delegazione di monaci e funzionari che non erano mai usciti dal Tibet venne invitata a Londra per discutere cosa l'Inghilterra poteva fare per il loro paese. Venivano da un mondo povero, primitivo ma bellissimo. erano abituati a grandi spazi vuoti, a una natura coloratissima e loro stessi erano colorati nelle loro tuniche, nei loro cappotti e berretti. A Londra furono ricevuti con grande cortesia e portati a vedere la città. Un giorno, coi loro accompagnatori, i tibetani si ritrovarono nella metropolitana. Erano esterrefatti: tutta quella gente sottoterra! uomini vestiti di nero, con la bombetta in testa, leggevano il giornale sulle scale mobili, la folla si accalcava nei corridoi, correndo per salire sui treni in partenza; nessuno parlava a nessuno, nessuno sorrideva! il capo dei tibetani si rivolse, pieno di compassione, all'accompagnatore inglese e gli chiese: "cosa possiamo fare per voi?"."
E' un passo dell'ultimo libro di Tiziano Terzani, "Un altro giro di giostra" e può essere uno spunto per delle riflessioni circa il rapporto che esiste tra quelli che sono i concetti come il benessere, la ricchezza, la povertà, la felicità, la sofferenza, e in ultima analisi del bene e del male. Si tratta di concetti che possono essere messi in relazione tra loro non senza difficoltà, ma non si può negare che con essi occorre avere a che fare se si parla di economia, di salute, di filosofia. Sul tema della felicità si girano sempre più film, si scrivono libri, si studiano formule matematiche per misurarla e si dettano decaloghi per raggiungerla, ma l'obiettivo più ambizioso dell'uomo può e deve essere la felicità?
Il candidato alle elezioni politiche italiane del 2008 Walter Veltroni ha affermato tra l'altro quanto segue: "L'Italia deve lasciarsi alle spalle il passato e scegliere il nuovo, smettere di accontentarsi e volere di più, ricercare la felicità" ''La felicita' degli esseri umani e' solo nella condivisione e lo Stato deve fare di tutto per creare le condizioni per cui i cittadini possono essere felici e sereni, e questo certo non puo' accadere quando ci sono milioni di ragazzi e ragazze che sono precarie. La precarieta' e' il problema sociale piu' drammatico del nostro paese''. Il "principale avversario" di Veltroni già nel '94 aveva puntato molto più in alto portando il cielo in terra, o per essere più precisi il cielo azzurro sui manifesti elettorali.
Di quale felicità parliamo? Di quella che dura un attimo, intensissima, e magari non tornerà mai più? Di quella procurata da dosi maggiori di benessere (inteso in senso economico), in altre parole quella data dal reddito e quindi dalla capacità di consumo? In questo senso la felicità è qualcosa di fluido, inafferrabile nel primo caso, da costruire con i propri sforzi nel secondo. Per molti al contrario l'obiettivo della vita potrebbe essere l'armonia, l'equilibrio, o meglio potrebbe esserci l'assenza di obiettivi o di ambizioni, ossia qualcosa che dia più l'idea della staticità, della stabilità. Non tutte le culture che hanno fatto la loro comparsa sulla terra hanno dato così tanta importanza alla soddisfazione dei bisogni. Nel suo libro "Breve storia del futuro" Jacques Attali ricorda come l'annullamento di ogni sorta di desiderio era uno dei capisaldi della cultura cinese antica. Il fatto che miliardi di cinesi abbiano cominciato a desiderare stili di vita occidentale è di per sé un evento storico di enorme portata.
Certo la scienza economica forse non ha mai preteso di trovare la formula giusta per ottenere la felicità. Al massimo forse il pensiero liberale in economia ha teorizzato il diritto di ciascuno di poter agire per la propria realizzazione e per il perseguimento del proprio personale modo di intendere la felicità o, perché no, della propria autodistruzione, lasciando al mercato il compito di distribuire nel modo più equo possibile le risorse a disposizione. Sono personalmente d'accordo con questa visione che alcuni potrebbero definire selvaggiamente mercatistica: ognuno sia responsabile dei propri destini e viva secondo il personale modo di dintendere la vita. Sono anche per l'allargamento del mercato legale a sostanze ora illecite, come le droghe, ma sono anche per una vera applicazione del mercatismo, verso ambiti finora inesplorati.
Le teorie base della scienza economica si basano sui concetti di benessere, definito spesso "utilità", di preferenza. L'ottimo paretiano o efficienza paretiana è un concetto introdotto dall'economista italiano Vilfredo Pareto, largamente applicato anche in teoria dei giochi, ingegneria e scienze sociali. Si realizza quando l'allocazione delle risorse è tale che non è possibile migliorare la condizione di un soggetto senza peggiorare la condizione di un altro. Ogni bene ha per una persona un determinato profilo di utilità rispetto ad un'altra persona a seconda delle proprie preferenze, insomma dei propri gusti ed è probabile che due persone avendo una quantità in esubero di un bene possano essere disposte a scambiarlo con un altro bene di cui si ha bisogno. Se io e te abbiamo 10 mele e 10 arance ciascuno, ma a me le arance piacciono di più, potrò cederti 5 delle mie mele se a te le mele piacciono di più, e chiedere a te le arance. L'invenzione della moneta ha reso questo scambio, che migliora la situazione di entrambi, più facile attraverso la definizione del prezzo sul mercato.
Pareto sosteneva che si può dimostrare che, in una situazione in cui le risorse iniziali sono date, un sistema di mercati perfettamente concorrenziali, la concorrenza pura, assicura allocazioni ottimali in quanto i prezzi rifletteranno la scarsità de beni: più il bene è scarso più alto ne sarà il prezzo ed esso finirà nelle mani di colui che lo valuterà di più, essendo meglio degli altri in grado di sfruttarlo. Un'allocazione ottimale, una completa efficienza, quello che poi fu definito "l'ottimo paretiano", è caratterizzata dal fatto che, date le usuali ipotesi sulle preferenze o sulla tecnologia, è impossibile ottenere migliori livelli di benessere di qualcun altro, o la produzione di qualche altro bene ed ogni riorganizzazione della produzione che migliori le condizioni di tutti non è più realizzabile. In tale situazione, l'utilità di una persona può essere aumentata soltanto da una diminuzione dell'utilità di qualcun altro; vale a dire che nessuna persona può migliorare la propria condizione senza che qualcun altro peggiori la sua. In altre parole non è il paradiso, ma il migliore dei mondi possibile da raggiungere attraverso l'ideale tendere verso la situazione teorica della concorrenza perfetta connotata dalla efficienza della produzione, l'efficienza nello scambio: con le imprese che producono il volume massimo di beni possibile e gli scambi che avvengono tra soggetti che non risulteranno danneggiati per via di quello scambio.
Negli ultimi decenni alcuni economisti hanno cominciato a proporre un esame critico dell'economia del benessere. Amartya Sen ha sviluppato un approccio radicalmente nuovo alla teoria dell'eguaglianza e delle libertà, proponendo di studiare la povertà, la qualità della vita e l'eguaglianza non solo attraverso i tradizionali indicatori della disponibilità di beni materiali (ricchezza, reddito o spesa per consumi) ma soprattutto analizzando la possibilità di vivere esperienze o situazioni cui l'individuo attribuisce un valore positivo. Non solo, quindi, la possibilità di nutrirsi e avere una casa adeguata, ma anche essere rispettati dai propri simili, partecipare alla vita della comunità. Viene attribuito valore alle esperienze effettive che l'individuo ha deciso liberamente di vivere, ciò che ha scelto di fare o essere. Con questo approccio, i tradizionali indicatori monetari del benessere (indici di povertà e diseguaglianza basati sul reddito o sulla spesa per consumi) sono da considerare come misure incomplete e parziali della qualità della vita di un individuo. Poca strada hanno fatto purtroppo questi stessi studiosi nell'impresa non facile di osservare e misurare questi indicatori alternativi.
Proprio Amartya Sen è ritenuto tra gli economisti che mettono in discussione il Pil e la crescita economica, così come attualmente misurati, come metri in grado di giudicare il benessere di una società. Si tratta dei cosiddetti "economisti della felicità" che prendono a simbolo ad esempio la colf filippina che si rivela più felice del ricco che la tiene a servizio. Tra questi Serge La Touche arriva ad ipotizzare una decrescita sostenibile dell'economia come unica via percorribile per evitare di arrivare all'esaurimento delle risorse del nostro pianeta, da ottenere attraverso la pratica di una agricoltura contadina e la nascita di nuovi mestieri tra i quali quelli legati al riciclo dei materiali. Queste teorie si basano sul presupposto che il nostro pianeta non possa continuare a sostenere un sistema basato su livelli continui di crescita economica, almeno così come è intesa finora. C'è chi ha paragonato la crescita economica al record dei 100 metri piani: col passare del tempo sarà sempre più difficile trovare un uomo in grado di abbassare il record anche di un solo centesimo, perché oltre un certo limite, ad oggi ignoto, sarà impossibile andare. Finora gli economisti hanno studiato, ma non risolto, il problema del diritto di proprietà dei beni dei quali è difficile escludere il beneficio, in altre parole l'acqua potabile, l'aria pulita, le risorse energetiche si esauriscono senza che il sistema economico riceva gli incentivi tali da renderne l'esaurimento una prospettiva scongiurabile. Fin qui ho trascurato di addentrarmi in ipotesi di intervento dei governi nella risoluzione di questo come di altri problemi, ritenendo già ampiamente dimostrata l'inadeguatezza degli stati nazionali così come sono intesi oggi nel risolvere la grandissima parte dei problemi che essi si impegnano a risolvere.
Chi ha scoperto l'esistenza del mercato (uso deliberatamente la parola scoperta e non invenzione) cioè di quella che io definirei la inconsapevole capacità degli individui di trovare un equilibrio se lasciati liberi di interagire tra loro, abbia fatto fare all'uomo un enorme passo avanti nella conoscenza di sé stesso. Peccato che siano stati troppi coloro che abbiano confuso la scoperta del mercato con il sostegno all'oppressione ed allo sfruttamento buttando via il bambino, una scoperta filosofica oltre che scientifica, assieme all'acqua sporca costituita dal male che ha sempre trionfato nel mondo. A quel passo avanti non sono seguiti ulteriori passi fondamentali verso la piena coscienza del proprio essere che avrebbero potuto rendere il mondo migliore. Ci si è dimenticati troppo spesso di ciò che manca al mercato reale per tendere a quello ideale: ad esempio l'informazione. Se i cittadini maturassero una consapevolezza tale dei danni che l'atto di consumare può recare all'ambiente in cui essi stessi vivono, potrebbero indurre le aziende a reclamizzare il proprio prodotto per il basso impatto che esso ha sulle risorse terrestri: energia fossile, acqua ed aria sacrificati per produrlo. Ma mi chiedo: è pensabile che sia lo stato ad obbligare quelle aziende a fornire quelle informazioni o dovrebbe essere il livello culturale dei consumatori talmente alto da indurre tali comportamenti virtuosi o quanto meno ad utilizzare parametri alternativi alla misurazione del prodotto interno lordo per misurare il benessere? Ebbene la mia risposta è che se il mercato avesse fatto tanti e tali passi avanti da riuscire a prendere in considerazione anche quei segnali che oggi ancora esso non riesce a percepire, molti dei problemi che il pianeta terra si trova ad affrontare si sarebbero risolti per così dire da soli. E' come se la estrema complessità raggiunta dal nostro mondo avesse fatto perdere all'uomo la capacità di sapersi orientare tra il bene e il male, circondato da migliaia di prodotti e servizi che propongono di risolvere ogni sorta di problema, ogni recondita e complicata esigenza del corpo e della mente. L'esaurirsi delle risorse planetarie, l'esplosione della bomba demografica, rischiano di essere uno dei tanti di questi problemi da risolvere ed esigenze e desideri da soddisfare, tra uno yogurt contro la stitichezza e un libro di Amartya Sen, a pochi scaffali di distanza.
Vengono, ad esempio, diffusi degli indici di qualità della vita delle nostre città, si redigono bilanci etici, ma si fatica a capire come tali strumenti possano tornarci utili se non siamo mentalmente attrezzati per sviluppare ed apprezzare quei parametri. Sono però sufficienti le risorse della terra per consentire un tale livello di cultura? Per stampare un libro, per far funzionare la rete internet, d'altronde si consumano carta, alberi, acqua, energia.
Da queste considerazioni emerge drammaticamente come sia di fondamentale importanza la questione demografica e come essa sia trascurata, tranne che da pochi studiosi come lo stesso Luigi de Marchi. La terra è diventata stretta per sei miliardi di persone e c'è chi come Giuliano Ferrara lamenta la denatalità.
Tra le ipotesi sulle quei si fonda il meccanismo di mercato c'è quella della piena informazione, o meglio dell'assenza di costi di negoziazione tra gli individui. Quando compro una mela sono in grado di sapere non solo se all'interno c'è il verme, ma anche se il commerciante mi sta fregando e se la mela sarà in grado di procurarmi quel benessere al corpo ed alla mente che il commerciante ha promesso, o che io mi aspettavo. In altre parole un'utopia. L'acquisto consapevole, nell'era dell'eccesso di informazione diventa qualcosa di impossibile di oltremodo costoso oltre che missione che non è realizzabile da una persona in carne ed ossa. Il consumatore acquista per istinto, per sensazione, acquista anche se non ha bisogno e molti dei bisogni che lui percepisce come reali sono in realtà indotti e rischia di essere risucchiato nel turbine del consumismo. La forza dei messaggi consumistici influisce sul valore che gli individui attribuiscono ad oggetti materiali ed immateriali, condizionando la percezione stessa che l'individuo ha dell'uguaglianza, della libertà, del benessere, della qualità della vita. In altre parole il consumismo ha drogato le nostre menti. L'allarme ecologico rischia di diventare esso stesso un prodotto da consumare e buttare via una volta passati di moda libri catastrofisti e detersivi che non inquinano i mari.
Come si può notare, si rischia di entrare in un campo minato farcito di considerazioni soggettive di ciò che è il bene e il male. Cos'è il bene assoluto? La preservazione della vita umana, quella della vita sulla terra, o della biodiversità oppure ancora la felicità eterna di cui secondo alcuni godremo dopo la morte? Un bel documentario ha mostrato come la migrazione dei continenti porterà nei prossimi milioni di anni ad estinguere molte delle attuali forme di vita sulla terra, primo l'uomo e l'evoluzione porterà alla comparsa di nuove forme di vita, alcune delle quali, probabilmente discendenti degli attuali molluschi, potrebbero essere intelligenti come noi e cominciare ad uscire dall'acqua ed emular l'uomo dopo averne preso delle sembianze simili. Qual è il male assoluto? Il fascismo? La malattia? La fine del mondo? La fine dell'uomo(secondo lo sesso De Marchi non sarebbe molto lontana)? La morte? La cattiveria umana? O il genocidio perpetrato verso altre specie animali? O il male fa parte della vita ed è un concetto che siamo stati noi a creare artificialmente?
Si rischia di porsi troppe domande con il rischio di concludere affermando: siamo fatti così, siamo esseri umani. Come si può prescindere dalla presa in considerazione delle risorse che ciascun essere umano che viene al mondo si trova ad avere a disposizione, per sé e per le future generazioni. E' il solo punto di vista dell'essere umano ad essere preso in considerazione? Le risorse naturali, la flora, la fauna possono essere oggetto di valutazioni circa il livello se non di felicità, quanto meno di benessere o di esistenza in vita. Chi è più infelice? Natasha Kampush, vissuta per otto anni prigioniera di un malato di mente e comunque in grado di creare autonomamente intorno a lei una vita, dei percorsi mentali, per poi essere, una volta libera, risucchiata nel vortice market-mediatico, oppure chi non si rende conto o si rende conto improvvisamente di avere una vita vuota, priva di significato, pur appartenendo a quella fascia di popolazione mondiale dotata di un livello di benessere accettabile, e magari decide di farsi del male, uccidersi.
La nostra economia si è basata sul concetto di ricerca del benessere e soddisfazione dei bisogni. Cos'è la felicità? Cos'è il benessere. Come misurarli. Soprattutto come misurare la felicità? E' materia di economisti, politologi e filosofi? O dovrebbero essere gli psicologi a poter dire qualcosa di più? E' un bene accumulabile? Sicuramente no. La felicità è po' come per l'energia elettrica? Non è stato inventato ancora il modo per accumularla in maniera efficiente e senza perdite, come accade per il denaro, e occorre accontentarsi del flusso, vale a dire della quantità prodotta all'istante. Se il flusso di felicità subisce dei sovraccarichi non è ancora stato inventato il "salvavita" o la "messa a terra" che metta a riparo dalla depressione e dalla ricerca di nuove e più alte dosi di felicità. Se si arranca e si ha paura di non reggere quella corsa quotidiana si diventa preda dell'ansia. Non è stato ancora inventato quel rubinetto in grado di regolare il flusso, quella dose quotidiana di felicità, che possa consentirci di vivere e di non essere preda di mali come appunto la depressione o l'ansia. Che siano originati dal troppo vuoto o dal troppo pieno che caratterizza le nostre vite o dalla "paura della morte", o dagli standards stabiliti dalle case farmaceutiche, siamo tutti, chi più chi meno, malati, malati soprattutto di mente. La paura della morte è definita "fattore centrale del malessere psichico umano" da Luigi de Marchi, che è appunto psicologo oltre che politologo, saggista, e protagonista di varie battaglie per i diritti civili, pioniere della ricerca psico-culturale europea e presidente della Società di Psicologia Politica. Per De Marchi la nascita, gli sviluppi e le patologie delle culture umane possono essere meglio capite come "altrettante difese erette dalla psiche umana contro l'angoscia di morte". Prima fra queste quella religiosa. Le religioni propongono in genere la felicità eterna, le utopie politiche proponevano la felicità terrena attraverso la discesa in campo di "capi infallibili". Il comunismo, i regimi dittatoriali, le religioni e le varie forme di oppressione alternatesi sulla terra che hanno promesso per secoli il paradiso, alla classe operaia e alle anime pie, non potrebbero essere considerate come la prima forma di droga psico-collettiva, che ci ha fatti sentire ancor di più timorosi della vita e della morte? Oggi tra le varie forme di droga somministrate alla collettività ci sono anche le lotterie e i giochi d'azzardo targati Monopolio di Stato: non si promette più il paradiso, in cielo o in terra, ma la ricchezza, con l'obiettivo dichiarato di far quadrare i bilanci pubblici. Tra l'altro la paura della morte è un ostacolo molto forte alla capacità dell'uomo di preoccuparsi della salute del pianeta terra. Il ciclo economico, il ciclo elettorale e il ciclo di vita dell'essere umano sono più brevi dei tempi necessari per subire in prima persona gli effetti negativi del nostro vivere attuale. Ne subiranno i nostri figli.
E noi? Noi che viviamo in questi anni di esplosione del consumismo a cosa assistiamo? Il marketing è orientato sempre meno al prodotto e più al cliente, "customer oriented", tende da una parte a creare continuamente nuovi bisogni e dall'altra a racchiudere in un prodotto o in un'azienda un mondo ideale, la felicità e la perfezione che nel mondo reale non troveremmo mai. Non si tende più a creare prodotti migliori e più utili, ma a renderli capaci di soddisfare dei bisogni che vanno a scavare sempre di più nella nostra psiche di persone-consumatori. Più si risale lungo la piramide di Maslow, vale a dire più i prodotti soddisfano bisogni che si allontanano dalle necessità primarie dell'individuo, più l'arte del vendere diviene un'opera complessa. Il destinatario del messaggio è più ricco, forse più attrezzato culturalmente, ma la maggior parte delle volte si lascia cullare da questo status e dimentica di guardare se sotto il cofano la Mercedes vale più di una Hyunday. L'effetto è simile a quello di una droga: si somministrano dosi sempre più massicce di artificiale benessere e felicità, finché la noia, tra le più forti fonti di sofferenza dei nostri giorni, ci indurrà a desiderare qualcosa di nuovo di diverso di forte, al grido: "famolo strano". Il prodotto è sempre di più un gadget privo di reali contenuti ma ricco di appeal: deve piacere più che servire, deve servire i bisogni della psiche più che quelli materiali, come il bisogno di affermare, a volte creare, un'identità, uno status sociale, creare una persona. La persona oggi viene troppo spesso vista come una combinazione di consumi: mangio la pasta X, guido la macchina Y, leggo il libro Z, non vado al teatro, guardo il film W, voto il politico B. Chi esula da questi canoni viene alternativamente visto come un pioniere, un genio, un innovatore o un disadattato ed asociale incompreso, almeno finché anche queste categorie vengano brevettate da qualche cantante o attore. Quando le nuove generazioni superano in velocità il mercato nella complessità della corsa tra desiderio e bisogno si creano delle fratture, a esempio il '68, la generazione X, la trasgressione sessuale. Fenomeni che poi vengono subito assorbiti e sfruttati dal mercato.
Uno spot pubblicitario di qualche tempo fa mostrava una donna nell'atto di partorire con un crescendo di dolore talmente violento da terminare in una esplosione simile ad un cannone. Il feto, espulso con violenza vola via e la parabola che compie coincide con lo scrorrere della vita. Il bambino cresce diventa adulto, cambiano le sebianze e gli abiti e la parabola compiuta si conclude con un brusco atterraggio in una cassa da morto sotto terra. Ebbene questa sembra essere la rappresentazione della corsa verso il nulla che contraddistingue una vita dedita al consumo, una corsa impazzita e sempre più veloce, lastricata dal disagio. Il bisogno di vendere ha come seconda faccia della medaglia la creazione di un bisogno, quindi di una carenza, una mancanza d qualcosa, un'esigenza non soddisfatta, in altre parole di un malessere, proprio nell'era in cui trionfa il concetto di benessere. Il supermarket crea un aumento del livello di stress che è funzionale all'acquisto. Il luogo nel quale ci troviamo non è mai quello giusto, dobbiamo muoverci. Non si tratta del viaggio quale metafora della scoperta, ma del muoversi alla ricerca di qualcosa che non sappiamo cos'è, di un'identità di persona che non abbiamo e che sostituiamo con un'identità commerciale.
Una volta usciti dall'ipermercato o dal centro commerciale dove tutto è stato concepito per essere gradevole, almeno secondo l'ottica di chi vende, fuori regnano l'imperfezione, le brutture, in altre parole la morte. Dentro la temperatura è quella ideale tutto l'anno, tutto è ben illuminato, le commesse sono ammiccanti e pin-up (e fanno il loro dovere. È parte della "professionalità" loro richiesta), i profumi e i colori fanno venir voglia di acquistare. Fuori dagli outlet, fuori dalle nostre case, fuori dalle nostre macchine, regna lo sporco, il disordine, la violenza, l'imperfezione, la sopraffazione, la lotta per la sopravvivenza, insomma regna la normalità: tutto ciò cui eravamo abituati per millenni. Eravamo abituati, quindi eravamo in equilibrio, in armonia con ciò che ci circondava, eravamo uno spezzone della storia destinato, come lo siamo ancora di più oggi, a diventare corpi putrefatti, compost fertile per il futuro.
Arriverà il giorno in cui nulla ci sorprenderà? Sì. Quello della nostra morte. Amen.
Non c'è una nota di speranza? In questi ultimi giorni, sarà per i venti di crisi dell'economia americana, sarà che a novembre 2008 alla Casa Bianca ci sarà un nuovo inquilino, c'è chi come Robert J. Samuelson, editorialista di Newsweek e Washington Post (da non confondere con il premio nobel per l'economia Paul Samuelson) ha pubblicato un articolo dal titolo impegnativo: "la fine dello shopping" dove viene descritta la fine di un quarto di secolo caratterizzato da una corsa da parte degli americani verso il consumismo, corsa che ora sembra arrestarsi. Secondo Samuelson i consumatori non costituiranno più una sicura fonte di sviluppo (almeno nel senso dis viluppo classicamente inteso come aumento del Pil ). L'espansione dei consumi è avvenuta solo grazie alla minore propensione al risparmio e alla maggiore propensione al debito da parte degli Americani, la cui inclinazione a spendere sempre di più pare ora essere un ciclo in via di esaurimento. Samuelson per spiegare la nuova linea di tendenza cita non a caso anch'egli uno psicologo: Stuart Vyse dell'università del Connecticut il quale sostiene che c'è stata una perdita collettiva di self-control da parte del popolo statunitense (e non solo, diremmo noi), incoraggiata dalle nuove tecnologie e da comportamenti di spesa che tendono a renderci sempre più inclini a cedere ai nostri impulsi, con le carte di credito a separare il piacere dell'acquisto dal dolore del pagamento e l'aumento dei canali attraverso i quali are shopping, anche da casa. L'inversione di tendenza ha coinciso con l'esplosione della bolla immobiliare e un profilo della curva demografica sfavorevole alla corsa dei consumi.
Sarà questa l'occasione per gli U.s.a. per mettere in discussione un modello di sviluppo che secondo alcuni potrebbe portarci alla rovina entro vent'anni? Oppure è già troppo tardi?
A mio modesto parere un passo avanti verso la soluzione sarebbero la nascita di un nuovo umanesimo, assieme al vero perseguimento della vera economia di mercato, che tenga in debito conto delle risorse a disposizione e ne faccia pagare in qualche modo lo sfruttamento; la lotta alla bomba demografica e alle forme di oppressione che nell'era delle democrazie di mercato continuano ad esistere: monopoli ed oligopoli, rendite di posizione di vario tipo. Il superamento in qualche modo dell'attuale concetto di stato.